Operette morali di Leopardi | Video

Di Redazione Studenti.

Le operette morali di Leopardi: guarda il video, a cura di Emanuele Bosi, con la spiegazione dei temi e della struttura dell'opera di Leopardi

LE OPERETTE MORALI

Operette Morali di Leopardi: spiegazione a cura di Emanuele Bosi
Operette Morali di Leopardi: spiegazione a cura di Emanuele Bosi — Fonte: redazione

Le Operette morali si collocano cronologicamente in quella che viene definita la fase del silenzio poetico di Leopardi. Tra il 1824 e il 1828 Leopardi infatti non compone poesie, ma si dedica a una sorta di sistematizzazione del suo pensiero. Ecco, le Operette morali, che nascono con questo scopo, si compongono di 24 prose di breve dimensione, molto varie per stile e struttura.

Quando le descrive tramite lettera all’amico Pietro Giordani, nel 1819-20, Leopardi parla di prosette satiriche realizzate sul modello dei Dialoghi dello scrittore greco Luciano di Samosata.

Con le Operette morali Leopardi ha due scopi:

  • Il primo: denunciare attraverso il riso la corruzione dei costumi italiani e criticare la centralità dell’uomo nel mondo, un’idea tipica del suo tempo
  • Il secondo: fornire all’Italia un modello di scrittura comica e satirica. 

Qual è insomma il pensiero che emerge da quest’opera? Ecco qualche esempio.

  • Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo Leopardi contesta il ruolo centrale dell’uomo nella natura. La conclusione è che se l’uomo sparisse dal mondo, non ci sarebbero poi grandi conseguenze.
  • Nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco Leopardi riconduce la nascita e la fine del mondo a cause materiali e meccaniche.
  • Nell’Elogio degli uccelli mette in contrapposizione la miseria della condizione umana e la libertà spensierata degli animali
  • Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare Leopardi dimostra che la gioia data dall’amore è crudele, falsa e inconsistente
  • Nella Storia del genere umano Leopardi sostiene che la conoscenza e la cultura non portano che all’infelicità, perché spiegano all’uomo la crudeltà dell’universo.

Alla fine degli anni ’20 Leopardi infatti abbandona la fede cristiana e inizia a concepire la natura come una matrigna crudele. È questa la ragione per cui, come dicevamo all’inizio, Leopardi si allontana dalla poesia per quattro anni, e sviluppa la teoria del pessimismo cosmico.

Una cosa importante, però, devi tenerla a mente: con quest’opera Leopardi non mostra odio verso gli uomini e la società. Al contrario, vuole smantellare una visione del mondo ipocritamente ottimista. Per spiegare le sue posizioni, Leopardi si serve di una serie di alter ego: Giuseppe Parini, Torquato Tasso, Cristoforo Colombo, Niccolò Copernico, il filosofo greco Porfirio. A ciascuno, in base alle sue caratteristiche, viene affidata una disquisizione su un tema. Ad esempio Parini parlerà delle difficoltà che l’uomo di lettere vive nel suo tempo, preso com’è da una continua ricerca di fama poetica presso gli uomini.

Leopardi nel testo utilizza anche degli pseudonimi. il più importante è quello che chiude l’opera, Tristano. Nel Dialogo di Tristano e di un amico, posto in chiusura dell'opera, Leopardi ritratta ironicamente tutto quello che ha scritto prima. In un primo momento, infatti, finge di riallinearsi a un certo ottimismo. Alla fine, però, Tristano si dichiara pronto a morire, dopo aver augurato agli uomini del suo tempo di realizzare i loro sogni di progresso.

Insomma, è come se in questo finale Leopardi non escludesse a priori una minima speranza di felicità.

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