Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare: analisi e riassunto

Di Redazione Studenti.

Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare: di cosa parla l'operetta morale di Giacomo Leopardi. Temi, analisi e riassunto

Operette morali, Giacomo Leopardi

Il testo fa parte delle Operette morali di Giacomo Leopardi
Il testo fa parte delle Operette morali di Giacomo Leopardi — Fonte: getty-images

Opera filosofica, libro di poetica, autentica passione laica: tutto questo sono le Operette morali, uno dei capolavori di Giacomo Leopardi, al quale il poeta recanatese iniziò a pensare fin dal suo viaggio a Rom. Nel 1824 compose la prosa La storia del genere umano, che è - di fatto - l'introduzione alle Operette morali.

Le Operette morali furono pubblicate in parte nel 1827 (anno della prima edizione dei I Promessi sposi) e completate nel 1834. Si tratta di ventiquattro scritti, di cui quindici in forma di dialogo. Le Operette seguono l'evoluzione filosofica del secondo e terzo periodo del pessimismo leopardiano.

Lo spunto è dato da testi antichi e moderni: i personaggi derivano dall'arte, dalla mitologia e dalla storia. I temi sono:

  • la morte come assenza del dolore
  • i confini tra vita e morte
  • l'infelicità
  • il pessimismo
  • la malvagità della natura
  • le illusioni che si infrangono contro il vero
  • la condanna all'infelicità del genere umano
  • il rapporto fra sogno e vero
  • il piacere come cessazione del dolore
  • l'origine della noia e i possibili rimedi
  • la caducità dell'esistenza la sopportazione del proprio destino
  • l'ipotesi di suicidio (Dialogo di Plotino e di Porfirio).

Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare

Composto dall’1 al 10 giugno 1824, il Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare affronta tre argomenti:

  • la consistenza del vero;
  • la natura del piacere;
  • la noia.

La tesi è che il sogno è più bello della realtà e che il piacere si risolve nel desiderio, cioè nella finzione del vero (sogni e ricordi), e che la noia è il più tremendo dei mali e occupa gran parte della vita degli uomini.

A proposito della noia, Leopardi tiene conto delle varie e approfondite discussioni dei filosofi sensisti.

Quella di Tasso è una figura che l’autore sente vicinissima alla propria sensibilità. Leopardi ha presente alcune indicazioni di Giambattista Manso (nella Vita del Tasso) sui colloqui con uno spirito benefico che il poeta campano credeva lo visitasse e un dialogo dello stesso Tasso, Il Messaggero, con il suo alter ego.

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi — Fonte: getty-images

Generalmente Il diaologo di Torquato Tasso e del suo genio familiare è considerato uno dei più poetici della raccolta.

Attraverso la rievocazione della infelice vicenda di Tasso, si delinea in questa operetta quella morale eroica che divenne, dal ’30 in poi, la parte più poetica del Leopardi non “idillico”.

Riassunto

Torquato Tasso nella solitudine della sua prigionia inizia un dialogo con il suo Genio, che tenta di fargli compagnia. Il poeta inizia a ricordare con malinconia Leonora, la donna amata, pensiero che alleggerisce i suoi problemi.

Il continuo pensare all'amata innalza la sua immagine al pari di una dea, anche se nella realtà non è così. Tasso e il suo Genio continuano a parlare della differenza che intercorre tra sogno e verità, sostenendo che il primo è migliore perché dà la possibilità di continuare quei pochi piaceri veramente vissuti e li migliora fino a farli diventare più piacevoli della realtà. Solo il sogno permette di raggiungere quella felicità che non è possibile ritrovare nella realtà.

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Come seguito a queste considerazioni, vi è un elogio degli uomini antichi che erano più soliti dedicarsi ai sogni rispetto a quelli “moderni” come il Tasso. I due protagonisti dunque si soffermano sul concetto di piacere, aspetto mancante della vita che conduce Tasso alla domanda: “Ma dunque perché viviamo noi?”. Questa domanda non trova risposta anzi viene evidenziato come la vita sia costituita soprattutto dalla noia, stato usuale dell’uomo a proposito del quale i due esprimono pareri diversi su quale sia il giusto rimedio.

Il Genio infine lascia Tasso dicendogli che sognando consumerà la vita, questo scorrere del tempo verso la morte è l’unico dono che ci è stato dato.

Commento

La considerazione di Torquato Tasso, chiuso nella prigione di S.Anna, è che col tempo l’uso del mondo e l’esercizio delle sofferenze finiscono con il sopire la primaria condizione di freschezza e disponibilità che era in ciascuno di noi, e che si risveglia ma per brevi attimi, attraverso il sogno o il ricordo.

Tra verità e sogno, osserva il Genio, non c'è differenza se non che il secondo può essere più bello della prima. Il piacere è un desiderio e non un fatto, un sentimento concepito dal pensiero, un’aspirazione che va crescendo. L’uomo non vive che per sognare, “credere cioè di avere a godere o di aver goduto”, cose entrambe di finzione e di fantasia.

Sogni e ricordi sono una finzione della realtà, una sua rappresentazione astratta, della quale soltanto l’uomo gode. La noia, che riempie gli intervalli della vita umana frapposti al piacere e ai dispiaceri, è anch’essa una passione: una situazione anche più fastidiosa per l’uomo.

Unici rimedi alla noia, secondo il Genio, sono l’oppio, il sogno e addirittura il dolore, perché l’uomo, mentre soffre, non si annoia.

Ma, secondo Tasso, contro la noia quel che più conta è vivere intensamente, sia nell'azione che nel pensiero.

La varietà delle azioni, delle occupazioni e delle sensazioni, sebbene non ci liberi dalla noia perché non ci dà piacere vero, tuttavia ci solleva e ci alleggerisce non poco.

Così, anche nella solitudine, lontano dalla vita e dagli uomini, si scopre più efficace che mai l’attività riflessiva e l’uomo a poco a poco si abitua a considerarle da lontano e a rivalutarle, più belle e degne nell’immaginazione.

È a quel punto che si riprende a guardare con desiderio e speranza la vita, proprio come nella giovinezza.

Analisi testuale

Il testo è nella forma del dialogo senza cornice.

Tasso è il protagonista, ma al Genio tocca la battuta d’esordio. Il dialogo sembra non procedere secondo un preciso ordine logico di un ragionamento,ma piuttosto si presenta come una continua divagazione. Possiamo tuttavia abbozzare un certo tipo di sequenza:

  • 1-9 arrivo del genio e chiarimento della situazione (“dopo cenato”)
  • 10-50 motivo di Leonora lontana e desiderata che introduce l’idea secondo cui l’immaginazione è più bella della realtà vera e propria (“che per quel poco tempo…morto”) – (“mi pareva e mi pare una dea”).
  • rr.51-80 motivo del sogno, anche se il vero tema è quello del diletto (“Gran conforto: un sogno in cambio del vero”).
  • rr.80-124 il tema del piacere, il quale non è mai reale ma solo illusorio (“il piacere è un subbietto speculativo, e non reale”) – (“il piacere è sempre o passato o futuro, e non è mai presente”).
  • rr.125-148 motivo della noia, che, opposto al piacere immaginario, costituisce l’elemento fondante e costituente della vita umana (“Così tutti gli intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia”).
  • rr.149-202 i rimedi contro la noia, e di uno in particolare: la solitudine, in quanto condizione favorevole alle immaginazioni “ringiovanisce l’animo” distogliendolo dal “commercio umano”

Temi dell'opera

Leggendo più attentamente il testo, ci accorgiamo come questa divagazione sia solo apparente. Il dialogo infatti è posto in un momento della giornata del Tasso ben preciso: la fase successiva al pasto e precedente al sonno.

Alla fine il Genio ci svela che lui stesso si può “trovare in una bevuta di un liquore generoso” e l’atto della cena è legato anche alla bevuta. Si tratta di una rêverie, un’immaginazione: quelli di Tasso col suo Genio andrebbero chiamati soliloqui più che colloqui.

Anche più internamente possiamo intuire una sorta di struttura circolare, che emerge nel tema del “ritorno” alla gioventù che viene espresso nelle battute iniziali con l’episodio di Leonora, capace di ringiovanire gli animi e infine col tema della solitudine che avvicina l’uomo all’immaginazione facendolo così tornare agli anni della gioventù.

Non si tratta solo di un espediente formale. Dimostrando che la solitudine ha lo stesso effetto dell’ immaginazione della donna amata, si chiarisce quale sia il filo conduttore di tutto il dialogo divagante: le condizioni in cui nell’“età del vero” può avvenire il ritorno all’uomo prima delle esperienze, corrispondente alla gioventù, insomma alle illusioni.

Il tono di tutto il dialogo risulta interamente colloquiale-familiare fin dalla prima battuta: “Come stai Torquato?”. Tuttavia è interessante cercare di capire la genesi dell’operetta e la sua evoluzione.

Dobbiamo ricordare che Tasso inizialmente era presentato con tratti comici, specie all’inizio dell’opera: l’idea originale del dialogo Tasso-Genio non doveva discostarsi di molto dall’impostazione originaria delle operette come “dialoghi satirici”. Da questa genesi, però, Leopardi si allontana.

La scelta di Tasso come protagonista dell’opera non è casuale: Tasso offre a Leopardi l’esempio di un poeta “moderno” con un percorso simile al suo, infelice per troppa “sensibilità”, che “ha provato sventura”. In questa identificazione sta l’origine remota della scelta di Tasso come personaggio dell’operetta.

Tuttavia Leopardi per la composizione dell’opera, dei personaggi e della struttura prende spunto da autori precedenti, come anticipato nell’introduzione, da Manso e dallo stesso Tasso. Più interessante è il discorso che riguarda Byron.

proprio Byron, infatti, nel 1817 compose un poema sulla vita del poeta ferrarese, I lamenti di Tasso, dove poneva in evidenza il contrasto tra la grandezza di Tasso e l’umiltà della sua sepoltura. I lamenti di Tasso sembrano essere un passaggio importante nell’ideazione dell’operetta, che aiutano Leopardi a sviluppare tutti gli elementi che gli sono necessari: la prigionia, il genio, la rievocazione di Leonora e dei tempi passati, la solitudine, il vaneggiamento.

L’interesse di Leopardi non riguarda però più in nessun modo la condizione del poeta ferrarese. Astratto dalla realtà storica, il personaggio Tasso deve solo a svolgere la funzione dell’uomo che “sa” perché ha subito la sventura.

In sostanza, Tasso svolge la funzione di alter ego di Leopardi, che finisce per parlare autobiograficamente per bocca sua.

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