Odisseo e Nausicaa: testo, parafrasi e significato del Libro VI dell’Odissea

Odisseo e Nausicaa: testo, parafrasi e significato del Libro VI dell’Odissea A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Nel Libro VI dell'Odissea, Ulisse si addormenta sfinito sull'Isola dei Faeci. E' così che lo trova Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, che lo rifocilla e decide di aiutarlo a rimettersi in viaggio

1Odisseo e Nausicaa: trama del Libro VI dell’Odissea

Ulisse incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo
Ulisse incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo — Fonte: getty-images

Ulisse giunge naufrago presso l’isola dei Feaci, dopo essere stato alla deriva per giorni. Sfinito, si era addormentato tra i cespugli, finché – come leggiamo nel passo – è risvegliato dalle grida delle fanciulle che stavano giocando a palla. Perché le fanciulle erano proprio lì? C’è sempre lo zampino di Atena: era stata lei, infatti, ad ispirare in sogno Nausicaa di andare al fiume a lavare i panni con le sue ancelle (Atena prevede che Ulisse avrà bisogno di un vestito adatto per presentarsi alla reggia di Alcinoo).

Nausicaa, vergine, bellissima, nel primo albore della sua giovinezza, vede Ulisse nudo, imbruttito dal dolore, dalla salsedine, dagli affanni. Tuttavia non ha paura: riconosce in lui la dignità dell’ospite e lo aiuta immediatamente. Atena la aiuta a non tremare.

Ulisse, tuttavia, fa la sua parte mostrandosi come sempre accorto e intelligente: la blandisce con dolci parole, di lontano, perché sarebbe disdicevole farsi vicino. La paragona a una dea e poi le chiede aiuto, perché di aiuto ha bisogno. Nausicaa glielo concede e lo invita poi (nei passi seguenti) a recarsi nella sua casa – lei è figlia di Alcinoo, re dei Feaci – per farsi conoscere. Gli dà le istruzioni cui deve attenersi strettamente

2Libro VI dell’Odissea: testo

Ma quando fu per tornarsene a casa,
aggiogate le mule, piegate le belle vesti,
altro allora pensò la dea Atena occhio azzurro,
perché Odisseo si svegliasse, vedesse la giovinetta begli occhi,
e lei dei Feaci alla città lo guidasse.
La palla dunque lanciò la regina a un’ancella,
fallì l’ancella, scagliò la palla nel gorgo profondo.
Quelle un grido lungo gettarono: e si svegliò Odisseo luminoso,
e seduto pensava nell’anima e in cuore:
<<Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?
Forse violenti, selvaggi, senza giustizia,
oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?
Come di giovanette mi è giunto un grido femmineo;
Ninfe, che vivono sui picchi scarpati dei monti,
nelle sorgenti dei fiumi, nei pascoli erbosi?
Oppure sono vicino a esseri umani parlanti?
Via, dunque, io stesso vedrò e lo saprò>>.
Così dicendo, di sotto ai cespugli sbucò Odisseo glorioso,
dal folto un ramo fronzuto con la mano gagliarda
stroncò per coprire le vergogne sul corpo.
E mosse come leone nutrito sui monti, sicuro della sua forza,
che va tra il vento e la pioggia; i suoi occhi
son fuoco. Tra vacche si getta, tra pecore,
tra cerve selvagge; e il ventre lo spinge,
in cerca di greggi, a entrare anche in ben chiuso recinto.
Così Odisseo tra le fanciulle bei riccioli stava
per mescolarsi, nudo: perché aveva bisogno.
Pauroso apparve a quelle, orrido di salsedine,
fuggirono qua e là per le lingue di spiaggia.
Sola, la figlia di Alcinoo restò, perché Atena
le infuse coraggio nel cuore, e il tremore delle membra le tolse.

Dritta stette, aspettandolo: e fu in dubbio Odisseo
se, le ginocchia afferrandole, pregar la fanciulla occhi belli,
o con parole di miele, fermo così, da lontano,
pregarla che la città gli insegnasse e gli desse una veste.

Così, pensando, gli parve cosa migliore,
pregar di lontano, con parole di miele,
ché a toccarle i ginocchi non si sdegnasse in cuore la vergine.
Subito dolce e accorta parola parlò:
<<Io mi t’inchino, signora: sei dea o sei mortale?
Se dea tu sei, di quelli che il cielo vasto possiedono,

Artemide, certo, la figlia del massimo Zeus,
per bellezza e grandezza e figura mi sembri.
Ma se tu sei mortale, di quelli che vivono in terra,
tre volte beati il padre e la madre sovrana,
tre volte beati i fratelli: perché sempre il cuore
s’intenerisce loro di gioia, in grazia di te,
quando contemplano un tal boccio muovere a danza.
Ma soprattutto beatissimo in cuore, senza confronto,
chi, soverchiando coi doni, ti porterà a casa sua.
Mai cosa simile ho veduto con gli occhi,
né uomo, né donna: e riverenza a guardarti mi vince.
In Delo una volta, così, presso l’ara d’Apollo,
vidi levarsi un fusto nuovo di palma:
sì, giunsi anche là; e mi seguiva innumerevole esercito,
via in cui m’era destino aver tristi pene.
Così, ammirandolo, fui vinto dal fascino
a lungo, perché mai crebbe tale pianta da terra,
come te, donna, ammiro, e sono incantato
e ho paura tremenda ad abbracciarti i ginocchi: ma duro strazio m’accora.
Ieri scampai dopo venti giornate dal livido mare:
fin qui l’onda sempre m’ha spinto e le procelle rapaci,
dall’isola Ogigia; e qui m’ha gettato ora un dio,
certo perché soffra ancora dolori: non credo
che finiranno, ma molti ancora vorranno darmene i numi.

Ma tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire,
a te per prima mi prostro, nessuno conosco degli altri uomini,
che hanno questa città e questa terra.
La rocca insegnami e dammi un cencio da mettermi
addosso, se avevi un cencio da avvolgere i panni, venendo.
A te tanti doni facciano i numi, quanti in cuore desideri,
marito, casa ti diano, e la concordia gloriosa
a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo,
quando con un’anima sola dirigono la casa
l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni,
ma per gli amici è gioia, e loro han fama splendida>>.
Gli replicò Nausicaa braccio bianco:
<<Straniero, non sembri uomo stolto o malvagio,
ma Zeus Olimpio, lui stesso, divide fortuna tra gli uomini,
buoni e cattivi, come vuole a ciascuno:
a te ha dato questo, bisogna che tu lo sopporti.
Ora però, che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città,
né panno ti mancherà, né altra cosa,
quanto è giusto ottenga il meschino, che supplica.
La rocca t’insegnerò e dirò il nome del popolo.
I Feaci possiedono terra e città,
e io son la figlia del magnanimo Alcinoo,
che tra i Feaci regge la forza e il potere>>.
Disse, e gridò alle ancelle bei riccioli: 

«Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo?
Forse un nemico credete che sia?
Non esiste uomo vivente, né mai potrà esistere,
che arrivi al paese delle genti feace
portando guerra: perché noi siam molto cari agli dèi.
Viviamo in disparte, nel mare flutti infiniti,
lontani, e nessuno viene fra noi degli altri mortali.
Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,
e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus
gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.
Via, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere,
e nel fiume lavatelo, dov’è riparo dal vento».
Disse così; si fermarono quelle, fra loro chiamandosi,
e fecero sedere al riparo Odisseo, come ordinava Nausicàa,
figlia del magnanimo Alcínoo; vicino gli posero manto, e tunica e veste,
e nell’ampolla d’oro gli diedero il limpido olio,
e l’invitavano a farsi lavare nelle correnti del fiume.
Disse però alle ancelle Odisseo luminoso: 

«Ancelle, state in disparte, mentre da solo mi laverò la salsedine
dalle spalle e con l’olio m’ungerò tutto:
da molto l’olio è lontano dal corpo.
Davanti a voi non mi laverò: mi vergogno
di stare nudo tra fanciulle bei riccioli». 

Così diceva: s’allontanarono esse e alla fanciulla lo dissero.
Intanto Odisseo luminoso si lavava nel fiume dal sale
che il dorso e le spalle larghe copriva,
e dalla testa toglieva lo sporco del mare instancabile.

Come fu tutto lavato, unto d’olio abbondante,
vestì le vesti che gli donò la giovane vergine;
e Atena, la figlia di Zeus, venne a renderlo
più grande e robusto a vedersi; dal capo
folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto. [...]

Andò allora a sedersi in disparte sulla riva del mare,
splendente di grazia e bellezza; ne stupì la fanciulla,
e subito disse alle ancelle bei riccioli:

«Sentitemi, ancelle braccio bianco, che dica una cosa:
non senza i numi tutti, che stanno in Olimpo,
quest’uomo è venuto tra i Feaci divini.
Prima m’era sembrato che fosse brutto davvero,
e ora somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono.
Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo,
abitando fra noi, e gli piacesse restare!
Su, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere».

Disse così, e quelle ascoltarono molto, e obbedirono:
posero accanto a Odisseo cibo e vino.
E lui bevve e mangiò, Odisseo costante, glorioso,
avidamente: da molto tempo era digiuno di cibo.

3Parafrasi del Libro VI dell’Odissea

Ulisse sull'isola dei Feaci di Peter Paul Rubens
Ulisse sull'isola dei Feaci di Peter Paul Rubens — Fonte: getty-images

Quando giunse l’ora di tornare a casa, dopo aver messo il giogo alle mule e piegato le belle vesti, la dea dagli occhi azzurri, Atena, pensò a un altro modo di far svegliare Odisseo luminoso: così avrebbe visto la bella fanciulla dai begli occhi che l’avrebbe guidato alla città dei Feaci. La regina lanciò la palla a un’ancella e questa fallì il tiro scagliando la palla nel gorgo profondo. Tutte le fanciulle emisero un grido: si svegliò allora Odisseo luminoso e, sedutosi, pensava così nell’anima e nel cuore: «Ahimè, alla terra di quali uomini sono dunque arrivato? Magari saranno uomini violenti, selvaggi e ignoranti delle leggi, oppure ospitali, e pieno di riguardo verso gli dei? Mi è arrivato il grido di fanciulle: saranno forse ninfe che vivono sulle montagne, alle sorgenti dei fiumi o sui prati erbosi? Oppure sono vicino a esseri umani parlanti? Su, adesso io stesso vedrò e saprò». Dicendo queste parole a sé stesso, sbucò da sotto ai cespugli il glorioso Odisseo; da quegli stessi cespugli strappò con la sua mano forte un ramo pieno di foglie affinché potesse almeno coprirsi l’inguine. Dopodiché si mosse, come un leone nutrito sui monti, sicuro della sua forza, che va tra il vento e la pioggia: i suoi occhi rosseggiano di fuoco. Si getta sulle vacche, sulle pecore e le cerve selvagge: e lo spinge la fame in cerca dei greggi, al punto da entrare anche nei recinti ben chiusi. Così Odisseo stava per avanzare nel gruppo delle fanciulle, nudo, perché era nel bisogno. Apparve pauroso in mezzo a loro, imbrattato di salsedine e queste fuggirono da una parte e dall’altra lungo la spiaggia. Solo la figlia di Alcinoo restò al suo posto, perché Atena le infondeva coraggio nel cuore, togliendole dal corpo qualunque tremore. Stette dritta, senza esitazione, aspettandolo: Odisseo fu in dubbio se afferrarle le ginocchia e pregare la fanciulla dai begli occhi oppure con parole dolci come il miele blandirla e pregarla che le indicasse la via per la città e gli desse una veste. Pensandoci, gli sembrò molto meglio pregarla da lontano con parole dolci affinché non offendesse la vergine nel toccarle i ginocchi. Subito le disse parole dolci e accorte: «MI inchino a te, o signora: sei dea o sei mortale? Se dea tu sei, della famiglia dei padroni del cielo, mi sembri certamente Artemide, figlia del potente Zeus, per bellezza e grandezza. Ma se tu sei mortale, tra chi vive sulla terra, siano tre volte beati il padre e la madre, tre volte beati i tuoi fratelli: perché sempre si addolcisce loro il cuore dalla gioia che tu infondi, quando contemplano un simile fiore muoversi nella danza. Sia soprattutto beato colui che ti sposerà portandoti nella sua casa. Non ho mai visto niente di simile con gli occhi, né uomo né donna: sono in soggezione anche solo a guardarti. A Delo, una volta, presso l’altare di Apollo, ho visto spuntare un fusto nuovo di palma: sì, giunsi anche là e mi seguiva l’esercito numeroso, strada per cui era nel mio destino subire dolori e sofferenze. Così, nell’ammirarlo, fui vinto dal fascino molto a lungo, perché mai crebbe una tale pianta dalla terra, straordinaria come te, donna, che ammiro, incantato e impaurito ad abbracciarti le ginocchia: ma una dura sofferenza mi addolora. Ieri sono sfuggito al mare scuro dopo venti giornate: fino qui mi hanno spinto di continuo le onde e le tempeste dall’isola di Ogigia: qui adesso mi ha gettato un dio, di sicuro perché io possa soffrire altri dolori, che non finiranno presto, perché gli dei ne stanno di sicuro per mandare altri. Ma tu, signora, abbi pietà. Dopo molto soffrire, mi mostro per prima a te, non conoscono nessuno degli altri uomini che vivono su questa città e su questa terra. Ti facciano molti doni gli dei, quanti ne desideri: ti diano il marito, la casa, la concordia gloriosa come compagna: niente è più bello, più prezioso di questo, quando l’uomo e la donna governano la loro casa come fossero un’anima sola: ai maligni questo dà invidia, ma è una gioia, invece, per gli amici, e i due hanno una splendida fama». Gli rispose allora Nausicaa dalle bianche braccia: «Straniero, non sembri un uomo stolto o malvagio, ma Zeus Olimpio in persona divide la fortuna tra gli uomini buoni e cattivi, secondo come vuole: se ti ha dato questo, bisogna che tu lo sopporti. Adesso che però sei giunto alla nostra terra, alla nostra città. Non ti mancheranno i vestiti, né altra cosa che ogni supplice chieda di ottenere, meschino. Ti insegnerò la strada per nostra rocca e ti dirò il nome del mio popolo. I Feaci possiedono la terra e la città s io sono la figlia del magnanimo Alcinoo, che tra i Feaci regge la forza e il potere». Disse, e gridò alle ancelle bei riccioli: «Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo? Credete forse che sia un nemico? Non esiste uomo vivente, né mai potrà esistere, che arrivi a portare guerra alle nostre genti, perché noi siam molto cari agli dèi. Viviamo in disparte, nel mare colmo di flutti infiniti, lontani dal mondo, e nessuno degli altri mortali viene fra noi. Ma questi è un misero naufrago, capitato qui per sventura, e dobbiamo prendercene cura: ospiti e poveri vengono tutti da Zeus e un dono, seppure piccolo, è sempre caro. Coraggio ancelle, date all’ospite, da mangiare e da bere, e nel fiume lavatelo, in un punto al riparo dal vento». Disse così e le ancelle si fermarono, chiamandosi fra loro, e fecero sedere al riparo Ulisse, come ordinava Nausicàa, figlia del magnanimo Alcínoo: vicino gli posero il manto, la tunica e la veste, e nell’ampolla d’oro gli diedero il limpido olio. Lo invitavano a farsi lavare nelle correnti del fiume. Disse però alle ancelle Odisseo luminoso: «Ancelle, restate in disparte, mentre da solo mi laverò via la salsedine dalle spalle e mi ungerò con l’olio tutto il corpo: da molto tempo l’olio è lontano dal corpo. Davanti a voi non mi laverò: mi vergogno di stare nudo tra fanciulle dai bei riccioli». Così diceva: allora le ancelle si allontanarono e dissero tutto a Nausicaa. Intanto Odisseo luminoso si lavava nel fiume, togliendosi il sale che ricopriva sale e dorso, e dalla testa toglieva la sporcizia del mare instancabile. Come si fu fu tutto lavato, unto d’olio abbondante, vestì le vesti che gli aveva dato in dono la giovane vergine; e Atena, la figlia di Zeus, venne a renderlo più grande e robusto a vedersi; dal capo folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto. […] Andò allora a sedersi in disparte sulla riva del mare, splendente di grazia e bellezza. Ne stupì la fanciulla, e subito disse alle ancelle bei riccioli: «Sentitemi, ancelle dalle bianche braccia, vi confesso una cosa: non senza il favore degli dei che stanno in Olimpo, quest’uomo è venuto tra i divini Feaci. Prima m’era sembrato che fosse brutto davvero, e ora somiglia ai numi che abitano l’ampio cielo. Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo, abitando fra noi, e gli piacesse restare! Su ancelle, date all’ospite, da mangiare e da bere». Disse così, e quelle ascoltarono e poi obbedirono: posero accanto a Ulisse cibo e vino. E lui bevve e mangiò, Ulisse costante, glorioso, avidamente: da molto tempo era digiuno di cibo.

4Analisi del Libro VI dell’Odissea: Ulisse e Nausicaa

Il fascino dello straniero ha qualcosa di magico: giunge da lontano, in difficoltà, ci parla di mondi che non conosciamo e che possiamo solo immaginare; sembra condotto da un destino crudele, che lo ha allontanato dalla sua patria, patria a cui forse non farà mai ritorno. Abbiamo tutti conosciuto degli stranieri, naufraghi, e sono sicuro che ne abbiamo anche aiutati tanti con un parola, con un gesto, un aiuto concreto o anche solo ascoltando la loro incredibile storia. Questa scena ha molto da insegnarci: vediamo come la diffidenza verso chi è in difficoltà e al tempo stesso è diverso può vincere sulla voglia di aiutarlo. Per vincere la paura, bisogna vincere il pregiudizio.

Le ancelle di Nausicaa, infatti, scappano, impaurite da quello che sembra loro un avanzo di uomo: se è così brutto, povero, orrido a vedersi, ci potrà sicuramente fare del male: questo avranno pensato nei primi drammatici istanti in cui l’avranno visto comparire. Nausicaa, invece, ha colto in Ulisse le fattezze di una persona sofferente, tormentata, abbrutita dal naufragio: ma sempre persona. Nausicaa dà dignità ad Ulisse, lo aspetta, lo lascia parlare, non lo incalza con un interrogatorio offensivo e fuori luogo.

Ulisse ha così modo di mostrarsi attraverso il suo corpo nudo e attraverso la sua suadente voce, con parole prudenti, coperte, in un discorso denso di lodi e complimenti che blandiscono la giovinetta. È opportuno considerare l’erotismo della scena. Ulisse riesce ad affascinarla anche perché egli potrebbe essere il suo futuro sposo mandato dagli dei sotto mentite spoglie: una prova da superare, dunque: elemento, questo, che non sfugge a Ulisse. Infatti l’eroe si rivolge a lei facendo leva su questo particolare aspetto.

Nel momento in cui Nausicaa scorge in Ulisse un potenziale sposo, è sedotta dall’intelligenza e dalla parola dell’eroe e comprende di avere davanti una persona fuori dal comune. Ordina alle sue ancelle di avvicinarsi, di lavare e vestire l’ospite, perché intende condurlo nella sua casa, al cospetto del re e della regina. Una volta che Ulisse sarà stato rifocillato, rimesso in ordine, lavato, vestito, apparirà simile a un dio e ammalierà la giovane.

Sempre le donne a benvolere il nostro eroe. Avrai notato che c’è un rapporto particolare tra Ulisse e le figure femminili: «La simpatia della giovane figlia di Alcinoo, che appena incontra Odisseo è sedotta dalla sua parola, dal suo aspetto e dal mistero che lo avvolge, mette in forte risalto il rapporto privilegiato che lega l’eroe agli esseri femminili, divini e umani: Circe lo ospita, lo manda alle porte dell’Ade e lo accoglie di nuovo al ritorno; Calipso lo accoglie naufrago a Ogigia e lo aiuta a partire; Ino gli dà come salvagente il suo velo; Nausicaa lo accoglie naufrago a Scheria, lo aiuta e consiglia; Atena si cura più di ogni altra di lui, lo consiglia e interviene» (G. A. Privitera, Il ritorno del guerriero, pp. 116-117).   

A questo proposito, possiamo concludere con questa riflessione. L’Odissea è la storia di un naufrago accolto nuovamente dalla terra natia: le donne – che segnano le tappe più importanti – simboleggiano questa terra. In questo episodio Nausicaa rappresenterà la chiave di volta per entrare nel regno dei Feaci, passaggio che darà modo a Ulisse di riappropriarsi della sua storia e della sua dignità facendosi cantore delle sue stesse gesta. Qui l’eroe completerà il percorso di riavvicinamento alla sua terra, finalmente pronto a sconfiggere i Proci e a rientrare nel suo mondo.   

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