Odissea: parafrasi di Atena nella reggia di Ulisse. Telemaco e Penelope a confronto

Odissea: parafrasi di Atena nella reggia di Ulisse. Telemaco e Penelope a confronto A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Atena nella reggia di Ulisse: testo, trama, parafrasi e analisi del Libro 1 dell'Odissea. Personaggi a confronto: Telemaco e Penelope

1Atena nella reggia di Odisseo: trama

Skyphos attico raffigurante Penelope e suo figlio Telemaco a Itaca durante l'assenza di Ulisse
Skyphos attico raffigurante Penelope e suo figlio Telemaco a Itaca durante l'assenza di Ulisse — Fonte: getty-images

Nell’episodio che stiamo per analizzare ci troviamo davanti a un momento speciale: Telemaco, per crescere, dovrà mettersi sulle orme del padre e viaggiare per scovarlo sul vasto mare. Dovrà inseguire quel fantasma. Il brano si apre proprio con lei che sotto mentite spoglie, travestita da Mente, è disgustata dalla presenza dei Proci e incita Telemaco a cercare il padre che è ancora vivo. Gli indica alcune sedi in cui può cercarlo o almeno averne notizia certa. Se la ricerca dovesse avere esito negativo, dovrà capire lui come sbarazzarsi dei Proci: deve considerare l’idea di ucciderli. Spetta a lui il posto del padre, non a loro. E, Atena aggiunge, non ha più l’età di un ragazzino. È grande. Ulisse avrebbe agito nello stesso modo. Capiamo che Atena è l’intelligenza all’opera.   

Giunge in quel mentre Penelope: è la sua prima apparizione. I pretendenti la salutano e tutti, in cuor loro, sognano di unirsi a lei. Nella sala sta cantando Femio: racconta le storie dei ritorni degli eroi in patria dopo la guerra di Troia: i nòstoi. Argomento triste per Penelope che chiede al cantore di cambiare soggetto: non ha voglia di addolorarsi del mancato ritorno dell’eroe.   

Telemaco la rimprovera pubblicamente: Femio può cantare quello che vuole e, anzi, a lui questo argomento è gradito perché lo motiva ancora di più nelle sue intenzioni. Cercare il padre. E vuole, inoltre, che tutti ricordino che Ulisse può ancora tornare perché non si sa niente della sua fine. Il fatto che sia disperso, bloccato da qualche parte, lascia aperte tutte le possibilità. Penelope, colpita dall’affermazione del figlio, va con le ancelle nelle sue stanze: piangerà per Ulisse in segreto.     

Telemaco, invece, convoca l’assemblea e parla apertamente ai Proci, anzi li denuncia. Vadano altrove a cercare dei banchetti: lui ne ha abbastanza. I Proci sgranano gli occhi: senti senti, mormorano. Telemaco ha cambiato tono, ha preso coscienza di essere un adulto, ma non ha ancora consenso. Viaggerà alla ricerca del padre. Il fantasma di Ulisse agita i presenti. Fa dunque sul serio questo ragazzino? E se per caso davvero trovasse il padre? E se fosse lui stesso la minaccia da cui devono guardarsi?     

2Atena nella reggia di Odisseo: testo e commenti

E venne giù dalle cime d’Olimpo d’un balzo,
fu tra il popolo d’Itaca, d’Odisseo avanti al portico,
sulla soglia dell’atrio; in mano aveva l’asta di bronzo,
era simile a un ospite, Mente, il capo dei Tafi.
Trovò i pretendenti superbi: essi allora, giocando con le pedine davanti alla porta,
si divertivano, seduti sopra le pelli dei buoi che scannavano.
Per loro gli araldi e gli scudieri solleciti,
chi il vino e l’acqua nel cratere mischiava,
chi con le spugne dai mille buchi le mense
lavava e ordinava, altri molte carni tagliavano.
La vide per primo Telemaco simile a un dio;
sedeva tra i pretendenti, crucciato nell’anima,
sognando il nobile padre nel cuore, se a un tratto venisse
e liberasse da tutti i pretendenti la casa,
e riavesse il suo onore e sopra i suoi beni regnasse
.
Questo, seduto fra i pretendenti, sognava; e vide Atena. [...]
Allora gli disse la dea Atena occhio azzurro:
<< [...] Mi vanto d’esser Mente, figlio d’Anchίalo saggio,
e son signore dei Tafi amanti del remo.
Or ora approdai, con nave e compagni,
andando sul mare schiumoso verso genti straniere,
verso Temése per bronzo, e porto ferro lucente.
La mia nave è laggiù, dalla parte dei campi, fuori città,
nel porto Reίtro, sotto il Neio selvoso. 
Ospiti antichi fra noi possiamo vantarci,
fin da principio, se tu vai a chiederne al vecchio
eroe Laerte: mi dicono che non viene in città,
ma lontano, fra i campi, soffre dolori,
con una vecchia serva, che bere e mangiare
gli porta, quando stanchezza le membra gli opprime
a strascinarsi pel dosso del suo colle a vigneti.
Sì, ora sono arrivato e mi dicevano ch’era già in patria
il padre tuo: ma forse gli dèi gli impediscono il viaggio.

Perché sulla terra morto non è Odisseo luminoso,
ma ancora vivo nel vasto mare è impedito,
forse in un’isola in mezzo all’onde, gente feroce l’ha in mano,
selvaggia, che suo malgrado lo tiene
.
Ma farò un vaticinio, come dentro nell’animo
gli immortali m’ispirano, e credo avrà compimento,
per quanto io non sia né indovino né esperto d’uccelli:
non molto tempo lontano dalla sua terra paterna starà,
neppure se ferrea catena lo tiene;
saprà tornare perché è ricco d’ingegno.
[...]
Ti darò un saggio consiglio, se vuoi ascoltarmi:
armata di venti remi la nave migliore che c’è,
parti e cerca notizie del padre da tanto tempo lontano,
te ne parlasse un mortale, o sentissi la fama
di Zeus, che molto divulga le voci fra gli uomini.
Va’ a Pilo, prima di tutto, il chiaro Nestore interroga,
e di là a Sparta, dal biondo Menelao,
che è tornato per ultimo fra gli Achei chitoni di bronzo.
E se del padre saprai vita e ritorno,
quantunque dilapidato, un anno ancora sopporta:
se invece senti che è morto, che non è più,
allora tornato alla terra paterna,
alzagli il tumulo, offrigli i doni funebri,
molti, come è giustizia, e affida a un marito la madre.  

Quando infine avrai fatto e compiuto ogni cosa,
medita allora nell’animo e in cuore
come potrai massacrare in casa tua i pretendenti,
se di nascosto, d’inganno, o apertamente: non devi
fare il bambino, ché non hai tale età
[...] >>.
[...]
Detto così, se n’andò Pallade Atena,
come un uccello volò via sparendo: ma in cuore
gli ispirò forza e ardire, gli infuse un ricordo del padre
più intenso di prima; e lui, tra sé riflettendo,
restò attonito in cuore, capì ch’era un dio.
Allora fra i pretendenti tornò, l’eroe pari ai numi.
Per essi il cantore famoso cantava
: e in silenzio
quelli sedevano, intenti; cantava il ritorno degli Achei,
che penoso a loro inflisse da Troia Pallade Atena.
Dalle stanze di sopra intese quel canto divino
la figlia d’Icario, la saggia Penelope,
e l’alta scala del suo palazzo discese,
non sola, con lei andavano anche due ancelle.
Come fra i pretendenti fu la donna bellissima,
si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto,
davanti alle guance tirando i veli lucenti:
da un lato e dall’altro le stava un’ancella fedele.
Piangendo, dunque, parlò al cantore divino:
<<Femio, molti altri canti tu sai, affascinatori degli uomini,
fatti d’eroi, di numi, che gli aedi glorificano:
uno di quelli canta a costoro, sedendo, e in silenzio
essi bevano il vino. Ma smetti questo cantare
straziante, che sempre in petto il mio cuore
spezza, perché a me soprattutto venne pazzo dolore,
così cara testa rimpiango, sempre pensando a quell’uomo,
di cui va larga la gloria per l’Ellade e nel cuore d’Argo
>>.

Allora il saggio Telemaco rispondendo diceva:
<<Madre mia, perché vieti che il gradito cantore
diletti come la mente lo ispira? Non certo i cantori
son causa, Zeus è la causa: lui dà
la sorte agli uomini industri, come vuole a ciascuno.
Costui non ha biasimo, cantando la mala sorte dei Danai,
perché quel canto più lodano gli uomini,
che agli uditori suona intorno più nuovo.
Sopporti il tuo cuore, la mente, l’udire,
ché non il solo Odisseo perdette il ritorno
a Troia, ma molti altri eroi vi perirono.
Su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; al canto pensino gli uomini

tutti, e io sopra tutti: mio qui in casa è il comando>>.
Lei stupefatta tornò alle sue stanze,
e la prudente parola del figlio si tenne in cuore.
Al piano di sopra salì, con le donne sue ancelle,
e pianse a lungo Odisseo, il caro sposo, fin che soave
sonno sopra le ciglia le gettò Atena occhio azzurro.
Ma i pretendenti rumoreggiarono dentro la sala ombrosa,
e bramarono tutti di stendersi in letto con lei
.
A loro Telemaco saggio fece parole:
<<O pretendenti di mia madre, che avete ingiuriosa superbia,
ora il banchetto godiamoci e non facciamo schiamazzi,
perché è cosa bellissima ascoltare un cantore
com’è costui, che ai numi per la voce somiglia.
All’alba in assemblea andremo a sederci
tutti, ché senza riguardi v’ordini pubblicamente
d’uscirmi di casa: altri banchetti cercatevi,
mangiando le vostre sostanze, casa per casa invitandovi.
Se invece questo vi sembra più facile e bello,
distruggere senza vendetta i beni d’un uomo solo,
mietete pure, ma io invocherò i numi eterni,
ci desse mai Zeus che vi tocchi il ricambio:
e allora senza vendetta voi nella sala morrete>>.  

3Parafrasi

Penelope e il suo telaio
Penelope e il suo telaio — Fonte: getty-images

E Atena giunse in un lampo dalle cime dell’Olimpo, si trovò subito nel mezzo del popolo di Itaca, davanti al porticato della casa di Odisseo, sulla soglia del grande cortile; aveva in mano l’asta di bronzo perché era simile a un ospite, Mente, il capo dei Tafi. Trovò i pretendenti che si atteggiavano in modo superbo: si stavano in quel momento divertendo a giocare con le pedine davanti alla porta, seduti sopra le pelli dei buoi che uccidevano. Gli araldi e gli scudieri si adoperavano a mescolare l’acqua col vino nel cratere, a lavare e a mettere in ordine le mense con le spugne dai mille buchi, a tagliare le carni abbondanti. Per primo la vide Telemaco simile a un dio; sedeva tra i pretendenti, contrariato e afflitto nell’anima, sognando nel cuore il nobile padre, se magari all’improvviso giungesse e liberasse la casa da tutti i pretendenti, riacquistasse il suo onore e regnasse sopra i suoi beni. Era perso in questi pensieri, sognando a occhi aperti, e vide Atena… […] Allora gli disse la dea Atena dall’occhio azzurro: «[…] Mi vanto di essere Mente, figlio del saggio Anchialo, e sono signore dei Tafi, ottimi marinai. Sono appena adesso approdato con la mia nave e i miei compagni, mentre sono in viaggio verso popoli stranieri sul mare schiumoso, verso Temese per il bronzo, e porto ferro lucente. La mia nave è laggiù, dalla parte dei campi, appena fuori dalla città, nel porto Reitro, sotto il Neio pieno di boschi. Possiamo vantarci della reciproca e antica ospitalità, basta che tu chieda al vecchio Laerte: mi dicono che non sia in città, ma se ne sta lontano, tra i campi, a soffrire, con solo una vecchia serva a portargli da bera e da mangiare, quando la stanchezza gli opprime il corpo per la fatica di trascinarsi lungo il colle pieno di vigneti. Sì: sono arrivato adesso e mi dicevano che tuo padre fosse già in patria: ma forse gli dei ne stanno impedendo il viaggio. Perché Odisseo luminoso non è sulla terra morto, vivo sulla vastità del mare, impedito al ritorno, forse in un’isola in mezzo alle onde, magari dei selvaggi lo hanno catturato e lo tengono prigioniero. Ma ti farò un vaticinio, come adesso gli dei immortali mi ispirano nell’animo, e credo che si compirà nonostante io non sia un indovino né esperto del volo degli uccelli: non starà molto tempo lontano dalla sua terra paterna, neanche se lo trattiene una catena di ferro: saprà tornare perché è ricco di ingegno. […] Ti darò anche un saggio consiglio, se vuoi ascoltarmi: dopo che avrai armato la nave migliore a venti remi che c’è ad Itaca, parti in cerca di notizie di tuo padre lontano da tanto tempo, perché magari te ne parlerà un altro uomo, o forse riuscirai a sentire la voce stessa di Zeus che si divulga molto tra gli uomini. Vai a Pilo per prima cosa e interroga il famoso Nestore e di là, poi, andrai a Sparta dal biondo Menelao, che è tornato per ultimo tra gli Achei dai chitoni di bronzo. E se riuscirai a sapere la vita e il ritorno di tuo padre, per quanto tu sia impoverito, sopporta ancora un anno: se invece sentirai che è morto, che non abita più la terra, allora tornato in patria, alzagli un tumulo funebre, offrigli i doni funebri, molti, come è giusto fare, e affida tua madre a un nuovo marito. Quando infine avrai fatto e compiuto ogni cosa, medita allora nel tuo animo e nel tuo cuore il modo in cui potrai massacrare in casa tua i pretendenti, se magari dovrai farlo di nascosto, attraverso un inganno, o apertamente: non devi più essere un ragazzino, perché non hai più l’età». […] Avendo detto ciò Pallade Atena andò via: ma in cuore gli ispirò forza e ardire: gli infuse un ricordo più forte del padre, più intenso, e lui riflettendo tra sé, restando stupito, capì che era stato alla presenza di un dio. Allora Telemaco tornò fra i pretendenti, apparendo loro simile a un dio. Per i Proci stava cantando Femio e quelli in silenzio sedevano ad ascoltarlo: cantava del ritorno degli Achei da Troia che penoso inflisse loro Pallade Atena. Dalle stanze superiori udì il canto la figlia di Icario, Penelope saggia, e discese la scala alta del suo palazzo insieme a due ancelle. Non appena giunse tra i pretendenti la bellissima donna, si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto, tirando davanti alle guance i veli lucenti: alla destra e alla sinistra aveva un’ancella fedele. Piangendo, dunque, parlò al cantore divino: «Femio, molti altri canti tu sai che affascinano gli uomini; conosci imprese di eroi, degli dei, che i cantori glorificano: canta uno di quelli a loro, sedendo, e loro in silenzio bevano pure il vino. Ma, ti prego, smetti questo cantare straziante, che mi spezza tutte le volte il cuore, perché soprattutto a me ne deriva un dolore insostenibile, rimpiangendolo, pensando a lui di cui la gloria si spande per l’Ellade e nel cuore di Argo». Allora il saggio Telemaco rispondendo diceva: «Madre mia, perché vieti che l’amato cantore diletti come la mente lo ispira? Non certo i cantori sono causa dei dolori, Zeus è la causa: lui dà la sorte agli uomini operosi così come vuole. Costui non è da rimprovera poiché canta la disgraziata sorte dei Greci, perché il canto più lodato  dagli uomini è quello che appare più nuovo. Chiedi al tuo cuore di sopportare l’ascolto, così alla tua mente, perché non solo Odisseo perdette il ritorno a Troia, ma anche molti altri eroi vi perirono. Su, adesso torna alle tue stanze e pensa alle tue faccende, fuso e telaio, e alle ancelle comanda di assistere il tuo lavoro: al canto pensino gli uomini tutti, e io più di tutti gli altri: a casa mia, comando io». Penelope stupefatta tornò alle sue stanze, e la prudente parola del figlio si tenne in cuore. Salì al piano di sopra con le donne sue ancelle, e lì continuò a piangere lungamente Odisseo, il caro sposo, fin quando Atena dall’occhio azzurro gettò il sonno sopra le stanche ciglia.
Ma i pretendenti rumoreggiarono dentro la sala densa di ombre, e tutti desiderarono di giacere con lei. A loro Telemaco saggio tenne un discorso: «Pretendenti di mia madre, pieni di ingiuriosa superbia, adesso godiamoci il banchetto e non facciamo schiamazzi: non c’è niente di meglio di ascoltare ascoltare un cantore di tale bravura com’è costui, nella voce pari agli stessi dei. All’alba andremo tutti a sederci in assemblea affinché possa ordinarvi pubblicamente di andarvene via da casa mia: cercatevi un altro posto dove dissipare le sostanze, magari a casa vostra. Se invece vi sembra più degno di restare qui a saccheggiare i beni di un uomo solo, senza temerne vendetta, fate pure. Da parte mia, invocherò gli dei eterni: voglia Zeus che vi tocchi il cambio di quanto state facendo e allora, voi senza vendetta, morirete nella mia sala».

4Analisi del brano

Omero
Omero — Fonte: getty-images

Nei primi quattro libri dell’Odissea, Ulisse non compare, ma è spesso nominato: è una tecnica piuttosto frequente nelle narrazioni: presentare i personaggi attraverso il punto di vista e le informazioni di altri personaggi. Possiamo però dire che la sua presenza è nell’assenza e l’assenza, stai attento, è la piena manifestazione della presenza spirituale e affettiva dell’assente. Faccio un esempio: hai presente i quadri in cui Van Gogh dipinge la sua stanza, la sua sedia, la sua pipa, i suoi pennelli e la tavolozza? Tutto tranne lui: l’assente. Il pittore non c’è, ma proprio perché non c’è sembra essere ancora più presente. La sua assenza pesa sulla scena. In modo più prosaico, quando perdiamo qualcuno di caro, magari un nonno, notiamo la sua assenza, ma essa – nuova, a cui siamo impreparati – ci lascia intravedere i luoghi in cui si muoveva, gli oggetti che maneggiava, le parole che diceva. Lo percepiamo. L’assenza sembra davvero una presenza cambiata di segno. Sono sicuro che è un’esperienza fatta da molti. Ad Itaca c’è il trono lasciato vuoto, la sala affollata da estranei irriguardosi, i familiari e i servi fedeli rattristati dall’angoscia di un’attesa sentita inutile, il talamo di Penelope privato dello sposo. È una situazione di lutto perenne non da tutti accettato. Le persone fedeli a Ulisse si muovono in quello spazio come se Ulisse ci fosse ancora. Altri si comportano come se fosse morte. 

Ci muoviamo sulla soglia: Ulisse, dicevamo, c’è e non c’è. È un eroe liminare (limine, ossia confine e quindi anche soglia), come vedremo spesso nell’opera. Le informazioni che sappiamo di lui ci giungono da altri personaggi e quindi egli si rivela prima nella narrazione e solo dopo nella realtà. La sua vicenda si propaga nella narrazione, giunge attraverso racconti che sono come onde fluttuanti nell’immenso mare dello spazio e del tempo, appunto come le onde del mare. Queste notizie sono raccontate da stranieri e viaggiatori: ne arrivano tanti a Itaca, con notizie vere e inventate. Atena-Mente è uno di loro e la narrazione ha un effetto immediato, divino, su Telemaco

Il ricordo di Ulisse si fa più vivo: 

«Detto così, se n’andò Pallade Atena,
come un uccello volò via sparendo: ma in cuore
gli ispirò forza e ardire, gli infuse un ricordo del padre
più intenso di prima; e lui, tra sé riflettendo,
restò attonito in cuore, capì ch’era un dio».  

Telemaco ha intuito di aver ricevuto un messo divino: bisogna, ora, agire in fretta. I Proci stanno spazientendosi. Penelope dovrà scegliere volente o nolente uno di loro e prima o poi l’inganno della tela verrà scoperto. Telemaco sta affrontando il difficile passaggio dall’adolescenza alla maturità. Madrina di questo momento cruciale non può che essere Atena che funge da padre. Dice Privitera: «Telemaco non è solo un giovane che cerca suo padre, ma è il giovane che ha bisogno di un padre. Telemaco è l’icona del figlio. Anche se Odisseo fosse introvabile o morto, Telemaco avrebbe bisogno lo stesso di un padre. Chiunque sia con lui affettuoso e gli dia buoni consigli è per lui un padre. Ad Atena-Mente è grato perché gli dà consigli come li dà un padre a suo figlio» (Privitera, Il ritorno del guerriero, p. 64). 

Il rimprovero di Telemaco a Penelope, anticipa la denuncia ai Proci con parole che prorompono con la forza e la sfrontatezza di un giovane principe. Addirittura li minaccia di morte. 

Telemaco, è vero, non ha ancora raggiunto la maturità necessaria per prendere il posto del padre: appare ridicolo ai Proci, un giovane che con spocchia gioca a fare l’Ulisse, cercando in se stesso le parole, i gesti, l’autorità paterne. È acerbo, sì, ma intanto, ha preso coscienza di sé e della sua forza grazie alla dea. Lo sottolinea proprio Omero: «Allora fra i pretendenti tornò, l’eroe pari ai numi». 

È un momento di grande importanza perché il fantasma di Ulisse si rivela nel figlio e questo basta a suscitare dubbio e paura nei pretendenti i quali dissimulano con scherni e risate la loro inquietudine, poiché comprendono che sta per diventare un nemico temibile e che sarà bene farlo fuori il prima possibile. Telemaco può mandare all’aria i loro piani forse anche più del ritorno di Ulisse, a cui nessuno di loro crede. 

Telemaco si metterà allora in viaggio, cercando il padre e contemporaneamente se stesso, correndo il rischio di lasciare la madre da sola. In questo distacco audace è già il segno del suo ingresso nella vita adulta

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