Odissea, Libro XXIII: Ulisse e Penelope - Il riconoscimento

Odissea, Libro XXIII: Ulisse e Penelope - Il riconoscimento A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Trama, parafrasi e personaggi del Libro XXIII dell'Odissea dove Ulisse e Penelope finalmente si ritrovano. Alla commozione segue una lunga notte di amore e di vicendevoli racconti.

1Ulisse e Penelope: trama del Libro XXIII

Il ritorno di Ulisse da Penelope. Affresco di Pinturicchio
Il ritorno di Ulisse da Penelope. Affresco di Pinturicchio — Fonte: getty-images

Euriclea, la fedele nutrice che aveva riconosciuto Ulisse dalla vecchia cicatrice, sale nelle stanze di Penelope: le annuncia che Ulisse è tornato e che i pretendenti sono stati tutti uccisi. La regina freme e scende nella sala eccitata al pensiero di riabbracciare il suo sposo; tuttavia si controlla e mantiene un atteggiamento diffidente perché non crede che lo straniero possa davvero essere il marito. È lui e al tempo stesso non è lui. Può essere una persona diversa.  

Nel frattempo, in modo allegramente macabro, vengono organizzati canti e danze per ritardare la scoperta della strage da parte dei parenti degli uccisi ed evitarne così la furia vendicativa. Penelope, al suono di questa musica di nozze, mette alla prova Odisseo, ordinando a Euriclea di portargli il suo letto nuziale. L’eroe, stupito, ma comprendendo il motivo di quel tranello, ricorda che il talamo è inamovibile: lui stesso lo aveva infatti costruito su un tronco di ulivo. È un segreto tutto loro.  

È la prova che Penelope attende per riconoscere il marito da tempo lontano: alla commozione segue una lunga notte di amore e di vicendevoli racconti. Il giorno successivo Odisseo, temendo che si diffonda la notizia della strage, ordina a Penelope di restare nella reggia e si reca, armato e accompagnato da Eumeo e Filezio, fuori città.  

2Il riconoscimento di Ulisse e Penelope: testo del Libro XXIII dell’Odissea

Così detto scendeva dal piano alto; e il suo cuore
molto esitava, se di lontano al caro sposo parlasse,
o gli corresse vicino a baciargli il capo e le mani, stringendolo

Ma come entrò, com’ebbe passato la soglia di pietra,
si mise a sedere in faccia a Odisseo, nel chiarore del fuoco,
presso l’altra parete: lui contro un’alta colonna
sedeva, guardando in giù, aspettando se gli dicesse qualcosa
la forte compagna, appena lo vedesse con gli occhi.
Ma lei muta a lungo sedeva, stupore il petto le empiva;
guardandolo, a volte lo conosceva in modo evidente,
a volte non lo conosceva, così coperto di cenci.
Telemaco la biasimò e disse parola, diceva:
«Madre mia, trista madre, dal cuore insensibile,
perché resti lontana dal padre e non siedi
vicino a lui, non lo interroghi, non cerchi di udirlo?
Nessuna donna con cuore tanto ostinato
se ne starebbe lontana dall’uomo, che dopo molto soffrire,
tornasse al ventesimo anno nella terra dei padri.
Ma sempre il tuo cuore è più duro del sasso
».
E gli rispose la savia Penelope:
«Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito:
non riesco né a dirgli parola, né a interrogarlo,
né a guardarlo nel viso. Ma se è davvero
Odisseo che in patria è tornato, oh molto bene
e facilmente potremo conoscerci: abbiamo per noi
dei segni segreti, che noi sappiamo e non gli altri».
[...]
Intanto nel suo palazzo Odisseo dal gran cuore
la dispensiera Eurinome lavò, l’unse d’olio,
indosso un bel manto gli mise e una tunica;
allora sopra la testa gli versò molta bellezza Atena,
più grande lo fece e robusto a vedersi; dal capo
folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto.  

Come quando agemina l’oro e l’argento un artista esperto,
che Efesto e Pallade Atena istruirono in tutte le arti,
compie lavori pieni di grazia;
così gli versò grazia sulle spalle e sul capo.
Dal bagno uscì simile agli immortali d’aspetto;
e di nuovo sedeva sul seggio da cui s’era alzato,
in faccia alla sua donna, e le disse parola:
«Misera, fra le donne a te in grado sommo
fecero duro il cuore gli dèi che han le case d’Olimpo;
nessuna donna con cuore tanto ostinato
se ne starebbe lontana dall’uomo, che dopo tanto soffrire,
tornasse al ventesimo anno nella terra dei padri.
Ma via, nutrice, stendimi il letto; anche solo
potrò dormire: costei ha un cuore di ferro nel petto».
E a lui parlò la prudente Penelope:
«Misero, no, non son superba, non ti disprezzo,
non stupisco neppure: so assai bene com’eri
partendo da Itaca sulla nave lunghi remi.
Sì, il suo morbido letto stendigli, Euriclea,
fuori dalla solida stanza, quello che fabbricò di sua mano;
qui stendetegli il morbido letto, e sopra gettate il trapunto,
e pelli di pecora e manti e drappi splendenti
».
Così parlava, provando lo sposo; ed ecco Odisseo
sdegnato si volse alla sua donna fedele:
«O donna, davvero è penosa questa parola che hai detto!
Chi l’ha spostato il mio letto? sarebbe stato difficile
anche a un esperto, a meno che un dio venisse in persona,
e, facilmente, volendo, lo cambiasse di luogo.
Tra gli uomini, no, nessun vivente, neanche in pieno vigore,
senza fatica lo sposterebbe, perché c’è un grande segreto
nel letto ben fatto, che io fabbricai, e nessun altro.
C’era un tronco ricche fronde, d’olivo, dentro il cortile,
florido, rigoglioso; era grosso come colonna:
intorno a questo murai la stanza, finché la finii, con fitte pietre,
e di sopra la copersi per bene, robuste porte ci misi, saldamente commesse.
E poi troncai la chioma dell’olivo fronzuto,
e il fusto sul piede sgrossai, lo squadrai
con il bronzo bene e con arte, lo feci dritto a livella,
ne lavorai un sostegno e tutto lo trivellai con il trapano
.

Così, cominciando da questo, polivo il letto, finché lo finii,
ornandolo d’oro, d’argento e d’avorio.
Per ultimo tirai le corregge di cuoio, splendenti di porpora.
Ecco, questo segreto ti ho detto: e non so,
donna, se è ancora intatto il mio letto, o se ormai
qualcuno l’ha mosso, tagliando di sotto il piede d’olivo».
Così parlò, e a lei di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore,
perché conobbe il segno sicuro che Odisseo le diceva;
e piangendo corse a lui, dritta, le braccia
gettò intorno al collo a Odisseo, gli baciò il capo e diceva:

«Non t’adirare, Odisseo, con me, tu che in tutto
sei il più saggio degli uomini; i numi ci davano il pianto,
i numi, invidiosi che uniti godessimo
la giovinezza e alla soglia di vecchiezza venissimo.
Così ora non t’adirare con me, non sdegnarti di questo,
che subito non t’ho abbracciato, come t’ho visto
.

Sempre l’animo dentro il mio petto tremava
che qualcuno venisse a ingannarmi con chiacchiere:
perché molti mirano a turpi guadagni.
Ah! no, Elena argiva, la figlia di Zeus,
con l’uomo straniero non si sarebbe unita d’amore
e di letto, se avesse saputo che ancora i figli guerrieri dei Danai,
dovevan menarla a casa, alla terra dei padri.
Ma un dio la travolse a compiere l’azione sfrontata;
la colpa triste non capì prima in cuore,
la colpa, da cui su noi pure s’è rovesciata sventura.
Ma ora il segno certo m’hai detto
del nostro letto, che nessuno ha veduto,
ma, soli, tu ed io, e un’unica ancella,
Attorίde, che il padre mi donò, quando venni,
quella che ci chiudeva le porte della solida stanza;
e il cuore m’hai persuaso, ch’è pur tanto ostinato>>.
Così disse, e a lui venne più grande la voglia del pianto;
piangeva, tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, fedele.  

Come bramata la terra ai naufraghi appare,
a cui Poseidone la ben fatta nave nel mare
ha spezzato, travolta dal vento e dalle grandi onde;
pochi si salvano dal bianco mare sopra la spiaggia nuotando,
grossa salsedine incrosta la pelle;
bramosi risalgono a terra, fuggendo la morte;
così bramato era per lei lo sposo a guardarlo,
dal collo non gli staccava le candide braccia
.   

3Parafrasi del riconoscimento tra Ulisse e Penelope

Incontro tra Ulisse e Penelope
Incontro tra Ulisse e Penelope — Fonte: getty-images

Così detto Penelope scendeva dal piano alto; e il suo cuore era pieno di esitazione: non sapeva se fosse meglio parlare al caro sposo da lontano o se fosse meglio corrergli incontro e baciargli il capo e le mani, abbracciandolo forte a sé. Ma non appena entrò, non appena ebbe passato la soglia di pietra, si mise a sedere davanti a Odisseo, mentre il fuoco li rischiarava, presso l’altra parete: lui sedeva contro un’alta colonna, guardando in giù, aspettando se la forte compagna gli dicesse qualcosa, appena lo vedesse con gli occhi. Lei, però, restava seduta e silenziosa, mentre il petto le si gonfiava di stupore: guardandolo, a volte lo conosceva in modo evidente, subito, a volte stentava a riconoscerlo così coperto di stracci. Telemaco la rimproverò e le disse: «Madre mia, trista madre, dal cuore insensibile, perché resti lontana dal padre e non siedi accanto a lui, non lo interroghi, non vuoi sentire cosa ha da dire? Nessuna donna con cuore tanto ostinato se ne starebbe lontana dall’uomo, che dopo molto soffrire, tornasse dopo venti anni nella terra dei padri. Hai il cuore sempre duro come una pietra». E gli rispose la savia Penelope: «Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito: non riesco a parlargli, a interrogarlo, a guardarlo nel viso. Ma se è davvero Odisseo che in patria è tornato, allora molto bene, facilmente potremo riconoscerci poiché abbiamo per noi dei segni segreti, che noi sappiamo e nessun altro sa». […] Intanto nel palazzo la dispensiera Eurinome lavò e unse d’olio Odisseo dal gran cuore; gli mise indosso un bel manto e una tunica; allora sopra la testa Atena gli versò molta bellezza, lo rese più grande e robusto nell’aspetto; dal capo folte fece scendere i suoi capelli, simili al fiore del giacinto. Come quando agemina l’oro e l’argento un artista esperto compie lavori pieni di grazia, istruito nelle arti da Efesto e Pallade Atena compie lavori pieni di grazia; così gli versò grazia sulle spalle e sul capo. Dal bagno uscì bello, simile agli dei immortali; e di nuovo sedeva sul seggio da cui s’era alzato, davanti alla sua donna, e le parlò: «Misera, fra le donne a te in grado sommo gli dei che han le case d’Olimpo diedero un cuore duro; nessuna donna con cuore tanto ostinato se ne starebbe lontana dall’uomo, che dopo tanto soffrire, tornasse al ventesimo anno nella terra dei padri. Ma via, nutrice, stendimi il letto; anche solo potrò dormire: costei ha davvero un cuore di ferro nel petto». E a lui parlò la prudente Penelope: «Misero, no, non sono superba, non ti disprezzo, non stupisco neppure: so assai bene come eri un tempo quando sulle navi dai lunghi remi sei partito da Itaca. Sì, il suo morbido letto stendigli, Euriclea, fuori dalla stanza ben costruita, quello che fabbricò di sua mano; qui stendetegli il morbido letto, e sopra gettate il trapunto, e pelli di pecora e manti e drappi splendenti». Così parlava, provando lo sposo; ed ecco Odisseo sdegnato si volse alla sua donna fedele: «O donna, davvero hai detto una cosa penosa a sentirsi!
Chi l’ha spostato, il mio letto? Sarebbe stato difficile anche a un esperto, a meno che un dio venisse in persona, e, facilmente, volendo, lo cambiasse di luogo. Nessuno tra gli uomini, neanche nel pieno delle sue forze, senza fatica lo sposterebbe, perché c’è un grande segreto nel letto ben fatto, che io fabbricai, e nessun altro. C’era un tronco d’ulivo dalle ricche fronde, dentro il cortile, florido, rigoglioso; era grosso come una colonna: intorno a questo murai la stanza, finché la finii, con fitte pietre, e di sopra la copersi per bene, robuste porte ci misi, saldamente commesse. E poi troncai la chioma dell’olivo pieno di fronde, e il fusto sul piede sgrossai, lo squadrai con il bronzo bene e con arte, lo feci dritto usando la livella, ne lavorai un sostegno e tutto lo trivellai con il trapano. Così, cominciando da questo, intagliavo il letto, finché lo finii, ornandolo d’oro, d’argento e d’avorio. Per ultimo tirai le corregge di cuoio, splendenti di porpora. Ecco, questo segreto ti ho detto: e non so, donna, se è ancora intatto il mio letto, o se ormai qualcuno l’ha mosso, tagliando di sotto il piede d’olivo». Così disse. A lei di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore, perché conobbe il segno sicuro che Odisseo le diceva; e piangendo corse a lui, dritta, le braccia gettò intorno al collo a Odisseo, gli baciò il capo e diceva: «Non t’adirare, Odisseo, con me, tu che in tutto sei il più saggio degli uomini; i numi ci davano il pianto, i numi, invidiosi che uniti godessimo la giovinezza e giungessimo così alla soglia della vecchiaia. Così ora non t’adirare con me, non sdegnarti per il fatto che non ti ho abbracciato subito non appena ti ho visto. Sempre l’animo dentro il mio petto tremava, che qualcuno venisse a ingannarmi con chiacchiere: perché molti mirano a turpi guadagni. Neanche Elena argiva, la figlia di Zeus, non si sarebbe unita d’amore e di letto con Paride, uomo straniero, se avesse saputo che ancora i figli guerrieri dei Danai l’avrebbero riportata a casa alla terra dei padri. Ma un dio la travolse a compiere l’azione sfrontata; non ebbe modo di capire prima la colpa triste, la colpa, da cui su noi pure s’è rovesciata sventura. Ma adesso mi hai dato un segno infallibile, che nessuno ha veduto: ma, soli, tu ed io, e un’unica ancella, Attoride, che il padre mi donò, quando venni, quella che ci chiudeva le porte della solida stanza; il cuore m’hai persuaso, pur essendo così ostinato». Così disse, e a lui venne ancora più grande la voglia del pianto; piangeva, tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, la sua sposa fedele. Come la terra ai naufraghi appare bramata, a cui Poseidone ha spezzato la ben fatta nave nel mare, travolta dal vento e dalle grandi onde; pochi si salvano dal bianco mare nuotando fin sopra alla spiaggia, grossa salsedine incrosta la loro pelle; bramosi risalgono a terra, fuggendo la morte; così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, dal collo non gli staccava le candide braccia.

4Ulisse e Penelope: analisi del brano del Libro XXIII

La strage è ormai avvenuta. Tutti hanno riconosciuto l’eroe. No, non tutti: manca Penelope, la sua sposa fedele, e questa è la scena meravigliosa del loro ricongiungimento. Penelope è colei che l’ha sempre atteso senza abbandonare mai la speranza e bramava questo momento più di ogni altra persona. 

Come è difficile inghiottire le lacrime di gioia per Penelope: ha davanti a sé il suo amato sposo eppure stenta a riconoscerlo e non per l’aspetto fisico evidentemente mutato. Non è quello il problema. Ha davanti a sé uno straniero che ha detto di essere uno straniero davanti a lei, nel loro precedente incontro. Lui l’aveva vista, ma lei non aveva potuto vedere lui: lui aveva trattenuto con estrema e disumana forza qualunque commozione alla vista della sua sposa. Dunque era ancora lui? La domanda attanaglia Penelope che resta lontana da Ulisse, subendo anche il rimprovero del figlio Telemaco, incredulo che la madre non si getti subito tra le braccia del suo sposo. 

Penelope, dopo lo stratagemma della tela fatta e disfatta per prendere tempo, mostra ancora una volta un lato odissiaco: vuole una prova inconfutabile che mostri a entrambi il segno segreto del loro antico amore: questo segno sarà come annullare i vent’anni di attesa nell’incanto di ritrovarsi nel presente. Le nozze si possono così rinnovare. Questo segno, lo può ottenere solo con un’astuzia degna del marito: con un tranello che per noi sarebbe la classica “domanda a trabocchetto”. 

Penelope e la tela
Penelope e la tela — Fonte: getty-images

Penelope dice di spostare il letto, ma Ulisse sa che è impossibile perché è intagliato nel tronco di un ulivo: perché proprio questa prova? Lo stratagemma del letto vuol dire ritrovare simbolicamente la prima radice del loro amore, il segreto intimo di come la loro vita nuziale è cominciata. È a quel ricordo delle prime nozze che Penelope vuole arrivare per celebrare nuovamente la loro unione. Dice, infatti, Privitera: 

«Ricongiungersi è come ri-celebrare le nozze: questo Odisseo lo intuisce. Ma non intuisce che la moglie non rivuole un qualsiasi Odisseo: vuole per marito quell’Odisseo che per amore aveva costruito lui stesso il suo letto nuziale. Nel suo cuore lei gli domanda in silenzio: “Sei l’Odisseo che costruì il letto? Sei l’Odisseo di allora?” Non le importa nulla dell’aspetto: non pretende un aspetto inalterato, ma un animo e un cuore e una mente inalterati. Il suo matrimonio è per lei senza tempo, perché è senza tempo il suo amore. Il suo amore è fuori della storia. È un perenne presente». (Privitera, Il ritorno del guerriero, p. 268).

Da un punto di vista narrativo, il XXIII libro è estremamente compatto e per gradi ci accompagna al riconoscimento finale di Ulisse. È tutto un susseguirsi di dialoghi, pieno di cinematografici primi piani, fino a ché abbiamo il primo piano dei due coniugi e tutto i personaggi dietro che sfumano e si dissolvono. Penelope è la terra e Ulisse il viaggio

Quando nell’Ulisse di Joyce assistiamo al monologo finale di Molly-Penelope vediamo lo stesso tipo di interpretazione: è un flusso di coscienza tra i più belli della letteratura: “e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora e allora mi chiese se lo volevo sì dire di sì io fior di montagna e per prima cosa lo abbracciai sì e me lo tirai addosso così che mi sentisse il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva impazzito e sì dissi sì voglio Sì.” 

La compagna accoglie nuovamente il marito nel suo sì detto, appunto, il giorno delle loro nozze. Quindi è la congiunzione dei due sì: quello di allora, giovanile all’inizio dell’amore, e quello del presente dopo le lunghe peripezie del quotidiano a eternare l’amore dei due coniugi. 

Ulisse è adesso pronto per raccontare tutta la sua avventura a Penelope e Penelope è pronta a raccontare tutta la sua straziante attesa e quel che accadde in assenza di lui. Atena rende loro la notte più lunga perché abbiano il tempo necessario a riallacciare tutti i fili segreti del loro amore. 

Un’attenzione particolare va posta all’ultima similitudine del brano

Come bramata la terra ai naufraghi appare,
a cui Poseidone la ben fatta nave nel mare
ha spezzato, travolta dal vento e dalle grandi onde;
pochi si salvano dal bianco mare sopra la spiaggia nuotando, 

grossa salsedine incrosta la pelle;
bramosi risalgono a terra, fuggendo la morte;
così bramato era per lei lo sposo a guardarlo,
dal collo non gli staccava le candide braccia

La similitudine è presa dal mondo marinaro, dal regno di Poseidone adirato con Ulisse, dai suoi viaggi per mare; tuttavia è dal punto di vista di Penelope e non di Ulisse: è curioso, se ci pensiamo bene, perché dovrebbe essere Ulisse che brama quelle braccia, lui naufrago a lungo e creduto morto. Nella prospettiva di Penelope la similitudine assume quindi una sfumatura ancora più interessante. Lei naufraga nell’attesa, desiderosa di toccare terra finalmente, si slancia verso le braccia di Ulisse finalmente riconosciuto. È una raffinata attenzione che il poeta dedica alla protagonista e al tempo stesso, in modo poeticamente geniale, Omero offre l’estrema sintesi di tutto il poema: un viaggio avventuroso verso la braccia di chi da sempre ci attende.