Odissea, Libro XVII: Ulisse e Argo

Odissea, Libro XVII: Ulisse e Argo A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Dopo 20 anni di guerra Ulisse torna a Itaca travestito da mendicante e inizialmente solo il suo vecchio cane Argo lo riconosce. Con suo figlio Telemaco, Ulisse pianifica la vendetta e il modo di liberarsi dei Proci. Trama, parafrasi, personaggi e analisi del Libro XVII dell'Odissea.

1Ulisse e Argo: trama

Ulisse e il suo cane Argo
Ulisse e il suo cane Argo — Fonte: getty-images

Col XVII libro entriamo nella penultima sezione dell’Odissea. Odisseo è giunto a Itaca e si è recato in incognito dal porcaro Eumeo, uno dei suoi servi fedeli.     

Lì ha anche incontrato Telemaco – suo figlio. Con Telemaco, Ulisse pianifica la vendetta e il modo di liberarsi dei Proci. Manterrà ancora l’incognito, fingendosi mendicante, per poter entrare facilmente a corte. Quando si trova alla soglia del palazzo, vede un cane vecchio e malandato, coperto di zecche, che giace nel letame. È Argo, il suo cane da caccia.      

2Ulisse e il cane Argo: testo

Così essi tali parole fra loro dicevano:
e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie,

Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno
lo nutrì di suo mano (ma non doveva goderne),
prima che per Ilio sacra partisse;
e in passato lo conducevano i giovani
a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri;

ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone,
sul molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte
ammucchiavano, perché poi lo portassero
i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo;

là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
E allora, come sentì vicino Odisseo,

mosse la coda, abbassò le due orecchie,
ma non poté correre incontro al padrone
.
E il padrone, voltandosi, si terse una lacrima,
facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva:

Eumeo, che meraviglia quel cane là sul letame!
Bello di corpo, ma non posso capire
se fu anche rapido a correre con questa bellezza,
oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi,
per splendidezza i padroni li allevano
”.
E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi:

Purtroppo è il cane d’un uomo morto lontano.
Se per bellezza e vigore fosse rimasto
come partendo per Troia lo lasciava Odisseo,
t’incanteresti a vederne la snellezza e la forza.
Non gli sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia,
qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta.
Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano
dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano.

Perché i servi, quando i padroni non li governano,
non hanno voglia di far le cose a dovere;
metà del valore d’un uomo distrugge il tonante
Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra
”.
Così detto, entrò nella comoda casa,
diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti.

E Argo la Moira di nera morte afferrò
appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni
.

3Ulisse e il cane Argo: parafrasi

Mentre Ulisse ed Eumeo parlavano tra loro, un cane, sdraiato là vicino, alzò il muso e rizzò le orecchie. Era Argo, il cane del costante Odisseo, il quale in tempi lontani lo aveva nutrito di persona ma non aveva avuto modo di godere della sua compagnia prima di partire per la sacra Troia. In passato i giovani portavano Argo con sé a caccia di capre selvatiche, cervi e lepri; adesso però egli giaceva trascurato in quel luogo, poiché il suo padrone era lontano; se ne stava sdraiato sul letame abbondante di muli e buoi, che i servi ammucchiavano davanti alle porte perché poi altri servi lo portassero via, facendone concime per i vasti terreni di Odisseo. Il cane Argo giaceva là, pieno di zecche. E non appena sentì vicino Odisseo, l’animale mosse la coda ed abbassò le orecchie, ma non poté correre incontro al suo padrone. L’eroe si girò e si asciugò una lacrima, cercando di non farsi scoprire da Eumeo; subito dopo gli chiese: “Eumeo, è curioso vedere quel cane, là sul letame! Ha un corpo splendido, ma non si capisce se, a parte la bellezza, esso fu anche rapido nella corsa, oppure se è solo uno di quei cani da salotto dei principi, che i per la loro bellezza”. E tu, Eumeo, guardiano di maiali, gli rispondesti: “Purtroppo è il cane di un uomo che è morto lontano dalla patria. Se questo cane fosse rimasto, per bellezza e forza, come lo lasciò Odisseo quando partì per Troia, rimarresti incantato a guardarlo, per la sua magrezza e agilità. Anche nel più fitto dei boschi, nessun animale che vedesse gli sfuggiva ed era bravissimo nel fiutare la selvaggina. Ora è malridotto, sfinito dalla vecchiaia: il suo padrone è morto lontano e le ancelle, indolenti e sleali, non ne hanno cura perché i servi, quando i padroni non li controllano, non si impegnano per lavorare come si deve: Zeus, signore del tuono, annienta metà del valore di un uomo quando lo trasforma in schiavo.” Dopo aver detto così, entrò nella comoda casa e proseguì diritto nella sala tra i Proci, i nobili pretendenti di Penelope. In quel momento la Moira della morte oscura afferrò Argo, che aveva appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.

4Ulisse e Argo: analisi del brano

Nel finale dei Malavoglia di Giovanni Verga, il giovane ‘Ntoni si allontana dalla sua vecchia casa, quella in cui è cresciuto, staccandosi per sempre dai suoi cari fratelli. Rinnega quei valori rurali e l’addio è necessario. Mentre si allontana, il cane della casache non lo riconosce, appunto – gli abbaia dietro «e gli diceva col suo abbaiare che era solo in mezzo al paese». Il cane abbaiando dice a ‘Ntoni che è uno sconosciuto. Non so se Verga avesse in mente la scena dell’Odissea in cui Ulisse vede Argo e tra loro c’è questo silenzioso e commovente riconoscimento che abbiamo letto nel passo, ma è interessante notare che si tratta di una scena speculare, perfettamente rovesciata. ‘Ntoni saluta per sempre la sua casa e si allontana nella città scura mentre il cane gli abbaia dietro (non riconoscendolo);

Ulisse sta per entrare per la prima volta da vent’anni nella sua antica casa e il cane rizza le orecchie in segno di saluto non appena sente la sua voce, senza abbaiare (riconoscendolo), e poi abbassa le orecchie in segno di sottomissione e di fedeltà. Argo riconosce il padrone, anche se è sotto mentite spoglie, perché lo riconosce dalla voce, appunto, perché è Ulisse a parlare in quel frangente. Se non avesse parlato, probabilmente Argo non l’avrebbe riconosciuto. Argo partecipa di un segreto terribile: l’identità di Ulisse. Precisiamo questo. Ulisse deve restare in incognito altrimenti il piano di vendetta verso i Proci andrà in rovina. Argo, quindi, custodisce un segreto terribile: è l’unico insieme a Telemaco a conoscere la verità. Ulisse è fortunato perché il suo amato cane muore per l’emozione di averlo rivisto.  

Immaginiamo la scena: Argo avrebbe potuto involontariamente tradire il suo padrone se si fosse slanciato con affetto verso di lui, scodinzolando e facendogli le feste. Dice Privitera: «Argo è il simbolo stesso della fedeltà: non v’è altro episodio nel poema che abbia l’intensità affettiva e la trasparenza narrativa di questo» (Il ritorno del guerriero, p. 222-3). Quindi l’autore dell’Odissea non solo per commuoverci ma anche a fini narrativi fa sì che la nera morte lo avvolga per sempre.

Ulisse non si commuove davanti a Telemaco, non si commuove davanti a Penelope perché con loro il riconoscimento è un percorso che si attua gradualmente. Afferma Vincenzo Di Benedetto:

«Il riconoscimento di Ulisse non ha carattere di immediatezza né per Telemaco né per Penelope né per Laerte [...] Chi reagisce nel momento stesso in cui lo vede [...] è Argo [...] I cani del podere di Eumeo esprimono la loro gioia, scodinzolando intorno a Telemaco, che essi non vedevano da lungo tempo [...] Anche Argo [...] vorrebbe esprimere a Ulisse la gioia per il suo arrivo scodinzolandogli intorno. [...] A rigore, non c'è un riconoscimento di Ulisse da parte di Argo: non c'è un 'vedere' distinto da un 'conoscere' che si ponga come un momento successivo. Nel verbo νοέω, che è quello usato per Argo nel v. 302 [...] l'aspetto della duplicità è una sovrapposizione moderna a fronte di un atto, che per la cultura più arcaica aveva carattere di immediatezza. Per Argo non c'è, in riferimento al padrone, un trascorrere articolato del tempo, con un presente che debba essere messo a confronto con un passato conservato nella memoria, e la nozione stessa del 'ricordarsi' è inappropriata. Sono il narratore ed Eumeo che ricordano il suo passato. Per altro, Argo non ha consapevolezza del suo decadimento fisico».

Ulisse ed Eumeo
Ulisse ed Eumeo — Fonte: getty-images

Per un istante Argo e Ulisse non sono rispettivamente un cane sporco e colmo di zecche e un mendicante; sono il più bel cane di Itaca e il suo padrone, re di Itaca. Suonano ancora più rilevanti e amare le parole di Eumeo: «Perché i servi, quando i padroni non li governano, / non hanno voglia di far le cose a dovere; / metà del valore d’un uomo distrugge il tonante / Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra”». Sia Argo, sia Ulisse vivono un momento di rovina e la condividono in quel silenzio di pochi secondi: si comprendono.

Sempre per fini narrativi Ulisse chiede a Eumeo se quel cane che adesso si è rizzato fosse soltanto una sorta di soprammobile animato per i salotti dei signori o fosse un cane cacciatore, di straordinaria abilità: un cane adatto a un eroe. Queste parole di Ulisse servono a ridonarci il passato di Argo e a rendere stridente il suo presente. Eppure valorosamente ha portato a termine il suo ultimo compito: attendere il ritorno del suo padrone.

Molte volte nella letteratura compare il migliore amico dell’uomo, ma non così spesso esso riveste un ruolo tanto cruciale, come quello di Argo, che pure resta in scena pochi istanti. Questa scena si è curiosamente stampata nella memoria collettiva e il nome di Argo campeggia insieme a quelli, che so, di Zanna Bianca, simbolo di fedeltà, di devozione e di affetto.

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