O rabido ventare di scirocco: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia "O rabido ventare di scirocco" tratta dalla raccolta Ossi di seppia di Eugenio Montale. Analisi e commento a cura di Marco Nicastro

O rabido ventare di scirocco: testo

O rabido ventare di scirocco è una poesie di Eugenio Montale dalla raccolta Ossi di seppia, sezione Meriggi e ombre. Ecco il testo e il commento.

O rabido ventare di scirocco
che l'arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d'una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell'aria
ora son io
l'agave che s'abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d'alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d'ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

O rabido ventare di scirocco: commento

Uno degli aspetti più interessanti di questo componimento, che fa parte di una sezione intitolata Meriggi e ombre – contenente poesie tutte molto difficili e decisamente più lunghe delle precedenti – è il rapporto semantico-ritmico tra la prima e la seconda parte: la descrizione del sollevarsi di uno scirocco rabbioso («rabido») e del paesaggio scosso dal suo passare, alza la tensione della scena; una scena sostanzialmente impersonale (vengono descritte cose, elementi naturali ecc.) in cui prevale la furia degli elementi che poi declina a partire dall'ingresso nella scena del poeta, al verso 15 («ora son io»). Montale si paragona a una pianta d'agave: come questa sta aggrappata allo scoglio sul limitare di un crepaccio difendendosi così dalla furia del mare, così lui si sente altrettanto precario nella vita, percependo la vicinanza di un altro baratro, quello della morte. Ma il poeta è una pianta dai «racchiusi bocci / che non sanno più esplodere», a differenza delle agavi, i cui fiori quando spuntano spiccano molto in alto. Il poeta ha perso il suo slancio verso il cielo e vive una condizione di sterile immobilità.
Si tratta di immagini che ci dicono di un'incapacità di partecipare profondamente agli eventi della vita che si susseguono troppo rapidi, energici e senza sosta, bagliori disorientanti che l'uomo non riesce a cogliere nella sua inettitudine («inafferrati eventi / luci ombre / cose malferme della terra»).
Una condizione esistenziale ben descritta dal veloce succedersi di versi brevi (soprattutto settenari) dal v. 3 al 12. Un ritmo che si attenua come detto nella seconda parte, grazie alla netta prevalenza di endecasillabi (ben sei su otto, dal v. 16 al 23).

Una poesia dai toni romantici

È una poesia dai toni romantici: l'io del poeta esprime la propria impotenza dinnanzi alla vita che fugge e alla sua violenza, sentendosi vicino, ma solo per difetto, a un altro essere vivente: la pianta d'agave. Un accostamento pieno di ammirazione che ricorda quello leopardiano del poemetto La ginestra: anche in quel componimento c'è infatti una pianta che si oppone coraggiosamente all'ostilità della natura (l'eruzione vulcanica) alleviando l'aridità del paesaggio col profumo dei suoi fiori; una pianta, quella cantata da Leopardi, che fa impallidire col suo umile coraggio la stupidità e l'arroganza ottusa degli uomini che s'illudono di dominare la natura e di avere un futuro radioso davanti («le magnifiche sorti e progressive»). Ma l’analogia finisce qui: il componimento di Leopardi è infatti una critica rabbiosa contro l’atteggiamento ipocrita di coloro che, se da un lato esaltano le prospettive di progresso e le capacità crescenti del genere umano, dall’altro rendono volentieri il proprio pensiero schiavo di illusioni metafisiche pur di non guardare in faccia la cruda realtà della fragilità e mortalità del genere umano. Quello di Leopardi è inoltre un attacco rabbioso nei confronti della natura, la vera nemica degli uomini, causa principale delle loro sofferenze, che tutti i mortali dovrebbero contrastare attraverso una solidarietà reciproca. Nel componimento di Montale invece non c’è questo afflato civile e comunitario, né questa indignazione per il proprio destino. L'io, isolato e completamente impotente, non riesce a cogliere ciò che gli è dato in sorte («inaferrati eventi»; «vita che fugge / come acqua tra le dita»), vive in una condizione di sterilità interiore di cui i «racchiusi bocci» sono simbolo ed è incapace di guardare con speranza al proprio futuro percependo solo un eterno presente fatto di immobilità.

Lo stile

Da un punto di vista stilistico c’è da notare da un lato, come accennato, la diversità metrica e ritmica tra prima e seconda parte, che risponde a finalità semantiche; dall’altro, alcuni termini prettamente letterari o rari di cui Montale fa spesso uso nelle sue poesie e che ne rendono a volte faticosa la lettura (in questa poesia: rabido, biocco, alide). Notiamo anche una bellissima allitterazione al v. 14 («oh alide ali dell’aria») che spezza in due la poesia servendo anche come espediente per richiamare l’attenzione del lettore e mima da un punto di vista sonoro un sospiro prolungato, quasi un singhiozzare che precede l'ingresso in scena del poeta e l’ammissione della propria disperazione («ora son io / l’agave che s’abbarbica al crepaccio»).

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