Il Novecento, età dell'angoscia e dell'ansia

Il Novecento, età dell'angoscia e dell'ansia A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il Novecento è l'età delle contraddizioni e conflitti e la crisi è proprio il tema affrontato dagli artisti nella prima metà di questo secolo. Filosofi, pittori e letterati raccolgono l'eredità lasciata dall'800, la crisi dei valori, della ragione, che consegna all’uomo la visione della sua stessa angoscia.

1Introduzione

Urlo di Munch
Urlo di Munch — Fonte: ansa

La crisi è il grande tema degli artisti del Novecento, i quali per primi videro cosa l’umanità stava diventando; intuirono il disastro della prima guerra mondiale (1914-1918) e poi della seconda (1949-1945).

Guardate i quadri di Otto Dix, Giorgio De Chirico, Frida Kahlo, di Salvador Dalì, di Pablo Picasso. Cosa vedete? Spesso vedrete una realtà deforme – a tratti magari anche brutta, perché no? – inquietante, strana, scollata, folle, onirica, incomprensibile, desolante, desertica, caotica; che però ci affascina perché la sentiamo vicina.

Dal Novecento in poi in fondo abbiamo vissuto una lunga grande crisi che ancora oggi stiamo scontando. Da dove nasce l’idea di queste opere?

Dalla crisi dei valori dell’Ottocento, la crisi della ragione, che consegna all’uomo la visione della sua stessa angoscia come nel famoso Urlo di Munch.

Anche il brutto, anche il deforme trovano il loro posto nell’arte come riflesso di una crisi, di quell’angoscia crescente e indomabile, che doveva essere espressa a qualunque costo e con qualunque mezzo. 

Così, nel racconto forse più emblematico del Novecento, Franz Kafka immagina che un anonimo commesso viaggiatore, Gregor Samsa, si svegli nel suo letto trasformato in uno scarafaggio enorme, dandoci con ironia e sgomento il segno di un’alienazione senza appello, dove qualunque particolarità o soggettività dell’individuo è spazzata via.

2Il superamento del Positivismo

Il Positivismo è quel movimento filosofico-culturale che aveva innalzato la scienza a religione: si proponeva di “credere” (quindi di avere fede) solo nei dati concreti ricavabili ed esperibili dalla realtà fisica. Il codice con cui decifrare il mondo è declinato in rapporti di causa-effetto o in sequenze logico-matematiche.  

È il trionfo della ragione su tutto. Le realtà negative – cioè non dimostrabili – come l’anima, lo spirito, Dio, i sentimenti – vengono accatastate in un’unica cesta che appartiene all’irrazionalità, se non alla mera superstizione.

Tuttavia il mistero, l’infinito, lo spirito, i sentimenti, l’afflato di eternità sono tutte cose che appartengono all’uomo in modo irriducibile.  

Quindi le realtà negative, pur messe in disparte, a un certo punto tornarono prepotentemente in gioco mettendo in crisi quelle positive.

Ciò accadeva a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento, sia in campo artistico, sia in campo letterario: in questi anni quindi ci fu un forte rifiuto del Realismo (Flaubert, Balzac) e del Naturalismo (Zola, De Goncourt), movimenti letterari che avevano visto nel romanzo la possibilità di sperimentare in provetta i rapporti di causa-effetto di una società. 

Fu il periodo in cui Charles Baudelaire inaugurò una nuova poesia, quella simbolista, ostentando una visione soggettiva della realtà, ripiegata nell’interiorità dell’individuo, rifiutando le convenzioni borghesi e i dettami della società.

Quindi la verità poteva essere frutto di intuizioni misteriose che andavano ricodificate per analogie e metafore; la realtà si offriva sinesteticamente al poeta e all’artista, che deve coglierla con tutti i sensi, cedendo alle folgoranti illuminazioni che vengono da essa.

Questo atteggiamento di attaccamento ad una sensibilità giunta dal passato è la base poetica del Decadentismo, al cui interno si trovano le varie correnti poetiche come Simbolismo ed Estetismo, che aprono di fatto il Novecento: il secolo breve, l’età della crisi. Questa crisi, come visto, nasce dalla crisi del Positivismo.

3Tre grandi filosofi della crisi: Nietzsche, Freud, Bergson. E uno scienziato: Einstein

3.1Nietzsche e la critica dei valori borghesi

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche — Fonte: getty-images

Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu il filosofo che interpretò meglio la crisi del sopraggiungente Novecento in opere come Il crepuscolo degli idoli o Così parlò Zarathustra.

È significativo che sia morto proprio nel primo anno del XX secolo perché fu tra i primi a mettere in crisi quella religione della scienza, quella ostinata fiducia nella ragione e nel progresso che caratterizzava la cultura borghese

Fu un filosofo nichilista e per nichilismo intendiamo quelle dottrine che negano l’universalità e l’assolutezza di qualsiasi valore compresa la verità che quindi viene fatta naufragare in un desolante relativismo.

Nietzsche comprese prima di tanti altri le tragedie che di lì a poco si sarebbero abbattute sull’umanità e ha affrontato con coraggio ogni aspetto della vita, del costume dei suoi contemporanei, della natura umana e del patrimonio di idee di tutta la tradizione occidentale (la sua eredità filosofica insomma) per svelarne la fallacia.

In questo senso va interpretato il superuomo da lui teorizzato, un uomo capace di superare tutti i condizionamenti che sono retaggio di antichi dettami morali, di errori culturali, un uomo che ha quindi la possibilità di realizzare cose mai viste perché la morale glielo ha impedito. Un uomo capace di esprimere le sue infinite possibilità

3.2Freud e la scoperta dell’inconscio

Sigmund Freud
Sigmund Freud — Fonte: getty-images

Un altro grande maestro dell’inquietudine del Novecento fu certamente Sigmund Freud (1856-1939), il quale si interessò alle malattie mentali e da lì scoprì l’oscuro e affascinante mondo dell’inconscio capace di condizionare l’attività cosciente dell’individuo.

Freud scoprì insomma che l’identità di ciascuno – quell’Io tanto osannato nel Romanticismo – è un’intricata commistione di più elementi, un groviglio impossibile da dipanare. 

Freud scopre che sono spesso le forze profonde e inconsce a guidare l’individuo nelle sue scelte, come rispondendo ad un oscuro richiamo. La ragione quindi vede il suo tramonto: essa non è che una delle parti in questione, neanche la più importante. 

Tre sono i livelli distinti da Freud: Es, Io, Super-Io. L’Es è la parte istintiva, il Super-Io sarebbe l’insieme dei condizionamenti e degli insegnamenti ricevuti sin dall’infanzia. L’Io sarebbe un equilibrio dinamico tra questi due elementi.

Freud, indagando l’inconscio, ha aperto una specie di vaso di Pandora da cui sono emersi dubbi, lacerazioni, angosce, costrizioni, malattie psichiche, fobie, traumi. Se il Novecento è l’età dell’angoscia, lo è anche perché ha potuto (ri)conoscere nell’inconscio tutte le sue paure più profonde e gli intenti più abietti.

3.3Bergson e il tempo interiore

Henri Bergson
Henri Bergson — Fonte: getty-images

Henri Bergson è invece un filosofo francese che criticò il Positivismo partendo da un recupero della tradizione spiritualista nel tentativo di operare una sorta di fusione tra scienza e religione.  

L’elemento centrale della riflessione di Bergson è il tempo che risulta essere in due modi diversi: un tempo cronologico, misurabile, determinabile.

Un tempo al contrario, come durata pura, un tempo quindi interiore non misurabile e destinato a essere pertinenza del soggetto. Nella coscienza non esiste la progressione cronologica, ma la simultaneità in cui coesistono presente, passato e futuro.  

Altro problema affrontato dal filosofo francese è la teoria della conoscenza che viene distinta in due modalità diverse:  

  1. una conoscenza dall’esterno, tipica delle scienze naturali;
  2. una conoscenza verso l’interno, intuitiva, capace di andare al cuore delle cose, che consente di addentarsi nella dinamica degli stati psichici e di cogliere l’essenza spirituale del tutto.

Seguirono le idee bergsoniane del tempo e della conoscenza autori come Proust, Joyce, Svevo e Pirandello: i massimi autori dell’inquietudine del Novecento. Un’immagine chiave? «La persistenza della memoria» di Dalì.  

3.4Einstein e la relatività

Albert Einstein (1879-1955)
Albert Einstein (1879-1955) — Fonte: getty-images

La crisi delle certezze ha una data cardine nel 1905, anno in cui Freud pubblica i Tre saggi sulla teoria sessuale, un allora sconosciuto fisico tedesco, Albert Einstein (1879-1955) pubblica un articolo di poche pagine in cui espone la sua teoria della relatività.

Come Freud aveva divelto le antiche consapevolezze sull’identità, così Einstein demolisce alcuni dei principi cardinali della fisica galileiana. È l’inizio di una nuova era, una seconda rivoluzione copernicana. Tutte le certezze maturate in secoli di ricerca scientifica sono messe in crisi.

4I temi della letteratura del primo Novecento: paura, alienazione, inquietudine

La letteratura della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento prende il nome di letteratura decadente che ha una sua poetica opposta a quella Naturalista e propone temi che rispecchiano la malattia dirompente della società e la sua crescente inquietudine (anche il Naturalismo aveva temi simili, come la povertà, la massificazione, la sofferenza degli umili, la bruttezza, ma con un atteggiamento più ottimistico e scientifico).

Fanno capolino temi come la malattia e la morte che consacrano appunto l’idea che esse siano uno stato privilegiato; c’è poi l’alterazione della coscienza, come fuga della realtà; il vitalismo come scatto verso il cuore stesso dell’esistenza, legato alla figura del superuomo e al concetto di dionisiaco. Ci sono poi:

  • il sogno;
  • l’attenzione per l’interiorità;
  • l’esotismo nello spazio e nel tempo (paesi e tempi lontani);
  • il rifiuto della moralità borghese che viene vista come sintomatica della malattia della società.

5Il romanzo della crisi: Mann, Woolf, Joyce, Proust, Pirandello, Svevo

Ritratto di Thomas Mann (1875-1955)
Ritratto di Thomas Mann (1875-1955) — Fonte: getty-images

Parliamo di romanzo della crisi proprio a partire dalle nuove teorie scientifiche di Nietzsche, Freud, Bergson e di Einstein i quali, come abbiamo visto, hanno scardinato alcune convinzioni filosofiche dell’Ottocento, aprendo nel segno della crisi il Novecento.

I romanzi del Novecento si concentrano solitamente su di un solo personaggio, spesso in chiave antieroica come il malato (ad esempio il protagonista della Montagna incantata di Thomas Mann), del nevrotico (Tonio Kröger omonimo protagonista di un racconto di Thomas Mann) o l’inetto, uomo destinato a sentirsi sempre inadeguato e sconfitto dalla società (come nei personaggi di Svevo).

Dunque la crisi interiore del personaggio si fa riflesso della crisi della società e delle sue angosce: in questo senso nelle opere della crisi l’attenzione alla descrizione psicologica dei personaggi diventa fondamentale, anche più della descrizione degli ambienti (come invece accadeva nel romanzo dell’Ottocento).

L’intreccio è normalmente debole e il tempo del racconto si offre al lettore deformato, in un misto di memorie e pensieri, seguendo il ritmo interiore del personaggio (come in Proust, ad esempio). Molto usate sono allora le tecniche del monologo interiore (come in Svevo, Pirandello, etc.) e del flusso di coscienza (Virginia Woolf e soprattutto James Joyce).

La realtà perde qualunque oggettività ed è sempre deformata dalla percezione che ne ha il protagonista secondo una visione profondamente soggettiva che contrasta con quella positivistica-scientifica.

Virginia Woolf
Virginia Woolf — Fonte: getty-images

La consapevolezza della crisi dei valori si acuisce anche nei due grandi romanzieri italiani Italo Svevo e Luigi Pirandello.

A differenza di Pascoli e D’Annunzio, scrittori decadenti, essi non propongono vie di fuga suggestive in grado di offrire una qualche consolazione al loro tempo, attraverso l’evasione, il mistero, il vitalismo o altro.   

La coscienza della crisi novecentesca non ammette fraintendimenti e limitazioni. Così Svevo e Pirandello affrontano alle radici la desolata condizione dell’uomo contemporaneo, sempre «fuori di chiave», disadattato, scollato da una realtà che non riesce più a comprendere e che parla a lui attraverso la follia della guerra, del perbenismo, delle maschere, delle illusioni grottesche di un assoluto, «della cieca vanità dei destini individuali accampati sul vuoto» (Pasquali-Balestreri-Terzuoli, La società e le lettere).   

6Esame di coscienza di un letterato (1915): la coscienza dilaniata di Renato Serra

Pubblicato sulla «Voce» il 30 aprile 1915, questo scritto di Renato Serra, importante critico letterario, ricalca la situazione di dubbio e di crisi in cui l’Italia era finita nel momento in cui stava scoppiando la prima guerra mondiale. Il testo fu pubblicato alcuni giorni prima che Serra fosse richiamato alle armi, facendosi testimonianza della scelta difficile che comportava schierarsi nelle diverse fazioni pro o contro la guerra. 

Serra prende così le distanze dall’atteggiamento superiormente neutralista di Benedetto Croce che gli appare in quel momento «impiccolito, allontanato, sequestrato in una acredine di pedagogo fra untuoso e astioso». 

Il testo è molto bello e vale la pena leggerne un pezzetto perché dà un’idea molto precisa della crisi e del dubbio scaturiti dalla guerra e dalla crisi dei valori borghesi. 

7Franz Kafka, La metamorfosi (1915): l’uomo insetto e l’angoscia di andare al lavoro

Kafka e lo Scarafaggio
Kafka e lo Scarafaggio — Fonte: getty-images

Immaginate di dormire nel vostro letto nell’ansia del risveglio. Suona una sveglia e sapete che dovete andare al lavoro: è questa la vostra unica terribile paura: fare tardi perché fare tardi implica essere rimproverati dai superiori e, se si viene rimproverati dai superiori, si rischia il licenziamento; e se si rischia il licenziamento, niente più soldi e allora la tua famiglia, che conta su quei soli, andrebbe incontro alla rovina economica e sociale. Ma voi siete tranquilli: andrete al lavoro, perché tutto ruota intorno a quella tremenda costrizione.

Poi però, nello svegliarvi, vi accorgete che non siete più voi, vi siete trasformati in qualcosa di mostruoso, in un essere immondo, schifoso. Un enorme scarafaggio o qualcosa di simile. E dunque? Adesso come ci andate al lavoro? Kafka immagina che l’alba di Gregor Samsa cominci in questo modo: con una metamorfosi che stigmatizza in chiave comico-grottesca le paure più profonde dell’uomo del Novecento.

L’uomo si sveglia in questo stato e non può che riconoscersi un insetto qualunque. Ha paura non tanto di come è diventato, ma del fastidio che genererà questo nuovo stato: infatti l’angoscia che più preme è quella di non riuscire ad andare al lavoro e tutte le conseguenze che deriveranno da questo intoppo per lui e per la sua famiglia. L’ironia di Kafka diventa metafisica e lascia il povero Gregor Samsa in un terribile stato purgatoriale da cui si libererà solo con la morte.