Non ragioniam di lor, ma guarda e passa: testo, significato e spiegazione

Di Marta Ferrucci.

Testo e significato della frase "Non ti curar di lor, ma guarda e passa" presente nel canto 3 dell'Inferno dove Dante affronta il peccato dell'ignavia, ovvero della viltà. Scopri qual è, lo stretto collegamento, tra questo canto, il peccato che viene raccontato e la vita di Dante.

“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”: cosa significa?

Questo famoso verso lo troviamo nel canto III dell’Inferno. La versione popolare, leggermente cambiata nei secoli, è diventata “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. A cosa si riferisce questa frase? In queste poche parole si racconta molto del vissuto di Dante, delle sue convinzioni politiche e della sua integrità morale che lo portò a non scendere mai a compromessi, a mantenere ferme le sue posizioni e i suoi ideali pagando tutto questo con l’esilio.

Perché Dante disprezza così tanto gli ignavi?

I dannati del canto 3 dell'Inferno
I dannati del canto 3 dell'Inferno — Fonte: getty-images

Giunti alle porte dell’Inferno Dante e Virgilio incontrano i primi peccatori, gli ignavi (sinonimo di meschino, vile), che non sono neanche degni di varcare le porte dell’Inferno.

Si percepisce la gravità del peccato che stanno scontando e il racconto della pena che essi subiscono non fa che accentuare ancora più drammaticamente la loro situazione: Dante spiega che sono costretti a inseguire un vessillo bianco mentre vengono punti in continuazione da insetti ripugnanti.

Qui il contrappasso è evidente: alla sofferenza psicologica di non poter incontrare Dio, si aggiunge il dolore fisico. Perché così come in vita rimasero indifferenti a tutto senza schierarsi mai, in morte sono destinati ad inseguire un vessillo bianco, simbolo della loro viltà, e vengono punti da insetti, proprio loro che in vita furono insensibili ad ogni stimolo.

E’ chiaro il disprezzo che Dante sente per questi individui: non li ritiene neppure degni di entrare nell’Inferno, non li vogliono ne’ i diavoli né gli angeli.
L'ignavia, ovvero l’indolenza, la viltà sono ritenuti da sempre tra i peccati più gravi dell'uomo. Dante li descrive come persone incapaci di scelte e di impegno. Furono persone e oggi sono anime che in vita evitarono ogni responsabilità e oggi non meritano ne’ infamia ne’ lode. Per Dante - siccome il peccato merita la condanna - questi non dovrebbero venire condannati ma neppure beati né la loro viltà può essere espiata nel Purgatorio, come sarà per i pigri, colpevoli di un peccato che consente il pentimento.

Perché gli ignavi si trovano all’Inferno?

Gli ignavi li troviamo all' Inferno perché cacciati dai cieli ma sono divisi dai peccatori veri e propri. Dante li disprezza e li condanna perché ritiene che da loro non possa venire nessun insegnamento. Anche il giudizio di Virgilio è netto quando dice « …non ti curar di loro ma guarda e passa» perché ritiene che non meritino alcuna attenzione.

Coloro che non hanno mai voluto fare una scelta per viltà vengono sdegnati dalla misericordia e dalla giustizia e condannati da Dante.

La viltà è il peggiore dei peccati

Dante non vuole avere a che fare con loro e affida a Virgilio la sentenza che porterà i due a ignorarli: Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Non li ritiene degni di parlare ne’ ritiene di doversi intrattenere con loro.

E’ chiaro il suo disprezzo per gli gli individui che si sono macchiati di questo peccato perché, al contrario, lui si era sempre battuto per gli ideali in cui credeva e ne aveva pagato di persona tutte le conseguenze: Dante viene infatti esiliato nel 1301 dopo che i guelfi neri presero il controllo di Firenze. Il suo impegno politico con i guelfi bianchi lo pagherà per il resto della vita rimanendo lontano dalla sua amata città per vent’anni, fino alla morte a Ravenna nel 1321. Dante, dunque, aveva sofferto ed era stato profondamente umiliato ma non era mai venuto meno ai suoi princìpi, ai suoi ideali. Il peccato di viltà gli è quindi particolarmente insopportabile.

Dunque ci troviamo davanti a due situazioni opposte:

  • da un lato la nobiltà d’animo del Poeta;
  • dall’altra il disinteresse e la viltà degli ignavi, i vili;

Celestino V, il peggiore tra gli ignavi

Tra i massimi rappresentanti di questa categoria di peccatori troviamo Celestino V, ovvero “colui che per viltade fece il gran rifiuto”, l’asceta che diventò Papa ma che abdicò cinque mesi dopo la sua nomina.

Dante apprezza la sua fede ma lo colloca in questo Regno perché - per viltà - non aveva mantenuto l’impegno che Dio gli aveva affidato; a questo si aggiunge che il nuovo Papa sarà l’odiato Bonifacio VIII.

Giunto al termine dell’incontro con questi dannati, Dante dà quasi l’impressione di non essere andato a fondo della vita di queste anime così come queste, a loro volta, non l'hanno conosciuta del tutto perché non l’hanno vissuta pienamente.

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