Non ragioniam di lor, ma guarda e passa: riassunto del canto III dell'Inferno di Dante

Di Marta Ferrucci.

Riassunto del canto 3 dell'Inferno di Dante, il canto con la famosa frase "Non ragioniam di lor, ma guarda e passa" che Virgilio pronuncia riferendosi agli ignavi, ovvero ai vili che si trovano in quel luogo ad espiare la pena per non aver saputo prendere posizione.

Riassunto canto III dell'Inferno

Il canto 3° dell’Inferno della Divina Commedia di Dante inizia con il riferimento all’iscrizione riportata sulla porta con cui si accede al primo dei tre regni dell'Oltretomba: "lasciate ogni speranza voi che entrate".

Nonostante la minaccia, Dante la oltrepassa timoroso ma sempre accompagnato e incoraggiato dalla guida Virgilio, che sarà con lui fino al Purgatorio non potendo andare in Paradiso - e quindi beneficiare della visione di Dio - in quanto è morto da pagano, senza conoscerlo.
Una volta entrato, Dante viene colpito da un gran frastuono, pianti e lamenti che gli provocano una grande commozione.

Domanda a Virgilio chi siano queste persone che si disperano e il poeta romano gli risponde che si tratta degli ignavi, anime che vissero “senza ‘nfamia e sanza lodo“, cioè anime che nella loro vita non presero posizione, non fecero ne’ il bene né il male a causa della loro vigliaccheria. Tra questi troviamo anche anche gli angeli rimasti neutrali quando Lucifero insorse contro Dio.

Le anime degli ignavi si trovano nell’Antinferno; perché proprio qui? Perché sono state cacciate dal Paradiso in quanto ne rovinerebbero lo splendore ma allo stesso tempo rifiutate dall’Inferno perché non degne di farne parte visto che i condannati che si trovano qui hanno sì fatto delle scelte sbagliate ma le hanno fatte, mentre gli ignavi no.

Dante chiede anche il perché di questi terribili lamenti e Virgilio gli risponde entrando nel dettaglio della loro pena: la loro condizione è così miserabile da provare invidia per gli altri dannati.  Essi non hanno lasciato nessun segno in vita –ne’ positivo ne’ negativo – perché mai presero posizione e vengono quindi sdegnati anche da Dio. Qui Virgilio recita il verso “non ragioniam di loro, ma guarda e passa”, una frase che nei secoli è diventata un modo di dire comune nonostante le numerose varianti. 

Cosa significa “non ragioniam di loro, ma guarda e passa”?

Che per loro non vale neppure la pena parlare considerando che nel corso della loro vita furono del tutto neutrali, a differenza di Dante che prese sempre posizione al punto da essere esiliato per aver abbracciato una diversa linea politica. Dante dunque li disprezza e di loro dice questi sciaurati, che mai non fur vivi”.

Nonostante Virgilio lo abbia invitato ad ignorarli, Dante osserva e descrive la loro pena: questi dannati sono condannati a correre dietro a una bandiera senza alcuna scritta, completamente nudi e continuamente punti da vespe e mosconi; sangue e lacrime che versano nutrono fastidiosi vermi che si trovano ai loro piedi. Tra i dannati Dante ne riconosce molti, tra cui “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Molti commentatori hanno collegato questa descrizione a papa Celestino V, il pontefice che rinunciò al suo incarico perché non si sentiva all’altezza del compito ma, così facendo, aveva lasciato il posto all’odiato (da Dante) Bonifacio VIII.

Guardando oltre, Dante scorge un’altra massa di dannati accalcata sulla riva di un fiume: sono i peccatori in attesa di essere traghettati sull’Acheronte e di raggiungere il luogo dove la giustizia divina li ha condannati a scontare in eterno la pena.

Quando arriva Caronte, il nocchiero che trasporta dall’altra parte del fiume tutte le anime dei defunti annunciando la partenza per l’Inferno, alla vista di Dante ancora in vita gli urla di allontanarsi e solo Virgilio riesce a calmare la sua ira. Le anime restano sconvolte da Caronte e si accostano alla riva iniziando a salire sulla barca del nocchiero infernale. La barca parte col suo carico di anime e sulla riva si raccoglie una nuova schiera di dannati. All’improvviso si sente un forte terremoto seguito da un abbagliante fulmine che spaventa Dante e gli fa perdere i sensi.

Gli ignavi oggi

Gli ignavi tanto vituperati da Dante esistono ancora oggi: sono coloro che peccano di vigliaccheria ed egoismo, chi non vuole prendere parte attiva agli avvenimenti, coloro che non si schierano con decisione in una posizione, che non riescono a provare interesse per le attività che coinvolga la comunità, coloro concentrati solo ed esclusivamente su loro stessi, che si schierano sempre dalla parte del più forte per ottenerne vantaggio e protezione.

Gli ignavi in letteratura: la figura di Don Abbondio

Un esempio famoso di uomo vile in letteratura lo troviamo ne I promessi sposi, in particolare nella figura di Don Abbondio, il curato del paese di Renzo e Lucia. La sua non è altro che la storia della sua paura e di tutte le manifestazioni attraverso le quali essa si rivela. Pauroso ed egoista, Don Abbondio è incapace di prendere posizione tra il bene e il male a causa della sua vigliaccheria.

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