Non chiederci la parola: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo, analisi e commento alla poesia "Non chiederci la parola" di Eugenio Montale, componimento presente all'interno della raccolta Ossi di seppia. Commento a cura di Marco Nicastro.

Non chiederci la parola: testo

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non chiederci la parola: commento

Commentare una delle poesie più famose del Novecento è cosa «aspra e forte», direbbe Dante; ma più forte ancora è la tentazione di rileggerla, anche in quest'occasione, lasciandosi ancora una volta andare a qualche riflessione sull'onda della sua perfezione estetica. Questo componimento può essere visto come il manifesto dell'uomo contemporaneo, che dopo aver perso la guida sicura delle certezze che un tempo garantivano le ideologie e soprattutto la religione, sempre più consapevole della sua piccolezza nel cosmo e di sapere molto meno di quanto ci sia da sapere sulla realtà, non può che esprimere i propri dubbi e il proprio non sapere, ovvero la propria ideologia “negativa”. Emblematico, in tal senso, che la poesia inizi con una negazione: «Non chiederci la parola che squadri...». Montale avverte il lettore: nessuna parola sacra e definitiva è da attendersi dal poeta. Egli usa la particella pronominale («chiederci») per riferirsi ad un noi che in realtà è un io camuffato attraverso questa trovata stilistica, che Montale userà spesso anche sotto forma di un “tu” impersonale, rendendola quasi un'”istituzione”, come ebbe a dire in un'altra poesia.
Si tratta di uno stratagemma linguistico per evitare a sé stesso un'eccessiva esposizione dinnanzi alle implicazioni esistenziali del testo.

Montale e il lato oscuro della realtà

Ancora più doloroso inoltre è essere consapevoli di questa realtà dinnanzi all'atteggiamento tranquillo di coloro che s'illudono, che vivono sereni perché incapaci di guardare, come è invece costretto a fare il poeta dalla sua specifica sensibilità, il lato oscuro della realtà e di sé stessi, l'incombere del male, di un buio presagio rappresentato dall'ombra che si staglia sullo «scalcinato muro», aggettivo quest'ultimo che a sua volta rimanda alla dissoluzione delle cose e quindi alla morte. Da notare che un'immagine analoga a questa sarà riproposta, forse del tutto autonomamente, da Primo Levi in una sua poesia intitolata La bambina di Pompei, datata 1978. In quest'ultimo caso l'autore si riferisce ad un fatto realmente accaduto (lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima e l'onda d'urto radioattiva che polverizza il corpo di una bambina), mentre Montale preferisce il discorso metaforico. Colpisce in ogni caso la similarità delle due immagini, dell'ombra che si staglia potentemente sul muro a causa della luce, a richiamare qualcosa di sinistro che esiste nella luce apparente della realtà. Qualcosa che rimanda continuamente, anche se l'uomo non vuole vederla,
all'idea della morte.

La metrica

La poesia è molto libera a livello metrico: qualche endecasillabo canonico (tra cui l'ultimo verso, forse il più importante, che è anche diviso in due in modo speculare, con una ripetizione che sancisce definitivamente il significato “negativo” del testo); qualche endecasillabo non canonico, cioè con gli accenti su sillabe inusuali per la tradizione metrica italiana (ad esempio il penultimo verso); due alessandrini (vv. 2 e 10 di 14 sillabe, frutto dell'accostamento di due settenari).
Come avviene spesso nelle poesie di Montale, sono ben rappresentati anche se usati sobriamente, i versi classici della nostra poesia lirica (il settenario, il novenario e l'endecasillabo), segno inequivocabile, come già detto, del forte legame di Montale con la nostra tradizione poetica.
Anche in questa poesia inoltre, come in quella precedente, i versi sono legati dalle rime, collocate però tutte alla fine del verso. Ma il legame sonoro che ne risulta è più lieve rispetto alla poesia precedente, perché i versi sono molto più lunghi e nella memoria il ricordo del suono che si ripete si fa più debole. Ciò che domina il componimento in questo caso, più che la sonorità o il ritmo, è il significato letterale e simbolico, un po' come avverrebbe in una prosa. Un significato talmente compatto e conclusivo (due negazioni infatti aprono e chiudono specularmente il testo) da dare alla poesia un carattere definitivo e perfetto, da renderla appunto il manifesto di un'epoca.

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