Noi non sappiamo quale sortiremo: testo e commento alla poesia di Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento al componimento "Noi non sappiamo quale sortiremo" di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di seppia del 1925. A cura di Marco Nicastro

Noi non sappiamo quale sortiremo: testo

Testo del componimento dalla raccolta Ossi di seppia del 1925.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tocche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.

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Noi non sappiamo quale sortiremo: commento

Questa poesia è tratta da una sezione di Ossi di seppia intitolata Mediterraneo, una serie di liriche dedicate al mare (Montale, ligure, era molto legato ai paesaggi marini). In queste, tutte molto dense e linguisticamente ardue, l’autore si rivolge al mare come ad un padre che ispira e placa quando si ritorna a lui, anche solo col ricordo.
La lirica inizia con una negazione, aspetto, come abbiamo visto, peculiare nel Montale di questo periodo: «Noi non sappiamo», che ricorda l’altra celebre poesia già commentata: «Non chiedere la parola che squadri…». Altre immagini ritornano analoghe, ad esempio le radure dove scorre l’acqua di giovinezza, che richiama quella della poesia sui girasoli («dove sorgono bionde trasparenze / e vapora la vita quale essenza»). Si allude quindi a luoghi mitici, eterei, quasi divini, ma anche a luoghi tenebrosi la valle profonda e buia dove si perde il ricordo (immagine biblica) che fanno da contrappunto a quei luoghi luminosi e rappresentano al contempo il timore più profondo dell’uomo, quello di veder passare velocemente la propria vita e conservarne appena la memoria; Montale infatti dice: «La nostra vita, repente / si cangerà nella cupa storia che non si racconta!», immagine che fa il paio con quella della poesia commentata poco sopra, l’immagine cioè della veloce risalita e discesa della carrucola verso il fondo oscuro del pozzo.

Da notare che anche qui c’è un rimando a Dante ed è il termine repente (che significa “improvvisamente”); c’è inoltre un rimando sia a D’Annunzio poeta cui Montale guardava non senza una certa ambivalenza con l’espressione «la favola onde s’esprime», possibile riferimento alla lirica più celebre del poeta abruzzese, La pioggia nel pineto (1904): «la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude». Ma possiamo vedervi un rimando anche al Guido Gozzano dei Sonetti dei ritorno (1907): «a me che vivo senza fedi, senza / l’immaginosa favola d’un Dio…». Piccoli esempi di come molti poeti amino dialogare tra le righe dei loro versi con altri poeti per loro artisticamente importanti, di cui nelle proprie poesie portano i segni, se così possiamo dire (e può essere anche molto divertente trovarli, questi segni, o magari ipotizzarne di nuovi).

Il mare

Il mare, questo padre mitico a cui Montale aspira tornare, gli ha lasciato un dono che forse è anche una salvezza - il suo suono, i suoi ritmi che ogni poeta amante del mare porta per sempre con sé («sia passato per sempre nelle sillabe / che rechiamo con noi»), attestazione di come per Montale fosse decisivo l’elemento ritmico e sonoro nella creazione poetica. Potentissima poi l’immagine – che è anche una sinestesia perché unisce elementi appartenenti a registri sensoriali diversi (l’udito e la vista in questo caso) – del ricordo della voce del mare che è simile al ricordo dell’erba grigia illuminata per un attimo dal sole nei cortili bui dei palazzi. Questi ricordi, questi echi del dialogo intimo col mare presenti nella memoria di Montale e che lui porta nei propri versi – echi e ricordi «nutriti di silenzi e di stanchezza», chiara allusione alla fatica e alla solitudine dei poeti – sono come detto «un dono», l’unico modo che ha il poeta di stabilire attraverso i secoli una comunione significativa, un dialogo «fraterno» (cioè carico d’affetti) con i lettori.

La metrica

Dal punto di vista metrico la poesia, più lunga delle precedenti come molte di questa sezione, presenta una maggiore varietà di versi, ora tradizionali (endecasillabi, settenari) ora meno (senari, ottonari); ci sono poi dei versi più lunghi e meno ritmici (vv. 8, 15, 24) e poche rime. Questi aspetti conferiscono al testo un andamento più narrativo.

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