Nei miei primi anni abitavo al terzo piano: testo e commento alla poesia di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

Testo e commento alla poesia di Eugenio Montale Nei miei primi anni abitavo al terzo piano, componimento presente all'interno della raccolta Quaderno di quattro anni (1977). A cura di Marco Nicastro.

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano: testo

In questo componimento di Eugenio Montale il protagonista è il cagnolino Galiffa, simbolo di ciò che nella vita di ognuno rimane inspiegabilmente impresso nella mente nonostante lo scorrere inesorabile degli anni.

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

NEI MIEI PRIMI ANNI ABITAVO AL TERZO PIANO: COMMENTO

Nella raccolta Quaderno di quattro anni Montale, ormai anziano, centra il proprio discorso su vari temi, ma tra questi spicca quello del tempo e della memoria, già centrale nel Diario del ’71 e del ‘72. Nelle ultime tre raccolte – dopo Quaderno di quattro anni ce ne sarà infatti un’ultima, Altri versile poesie non sono più coerentemente organizzate né meticolosamente raggruppate in sezioni, ma si disperdono in molteplici direzioni tematiche e hanno per motivo episodi, protagonisti e situazioni le più disparate e comuni, perdendo del tutto quell’aura metafisica e lirica che aveva caratterizzato la prima parte della produzione poetica montaliana.

GALIFFA, IL PROTAGONISTA DEL COMPONIMENTO

In questo componimento, ad esempio, il protagonista è il cagnolino Galiffa, simbolo di ciò che nella vita di ognuno rimane inspiegabilmente impresso nella mente nonostante lo scorrere inesorabile degli anni. Il correre affettuoso di Galiffa incontro al poeta ancora giovane, nonostante il carattere assolutamente comune dell’evento, rappresenta per Montale ciò che resiste al passare del tempo. E cos’è che permette a Galiffa di rimanere impresso nella memoria del poeta? Probabilmente il suo
amore, un sentimento gratuito così diverso dall’amore umano di cui spesso, afferma disperatamente il poeta, non rimane nulla, se non addirittura disperazione.

Si tratta ovviamente solo di un'ipotesi interpretativa, Montale infatti non lo dice apertamente; un'ipotesi però che potrebbe avere un senso soprattutto per chi ha avuto la fortuna di stabilire un rapporto intenso con un animale domestico. Montale qui si stupisce solo del fatto che questo ricordo apparentemente banale è molto vivido, mentre, ad esempio, non rimane nulla nella sua memoria dell’uomo che diede il nome a quel bastardino, nonostante il poeta lo conoscesse direttamente e gli fosse coetaneo.

I TEMI DELLE ULTIME RACCOLTE

Montale esalta l'incondizionato affetto dei cani per l'uomo
Montale esalta l'incondizionato affetto dei cani per l'uomo — Fonte: istock

Nelle ultime raccolte troviamo un Montale ormai in là con gli anni che si confronta sempre più spesso e con una amarezza crescente con ciò che riemerge dalla memoria (lo avevamo visto già nella precedente poesia dedicata ad Annetta), constatando come della vita vissuta resti solo una labile traccia specie in coloro che hanno raggiunto un'età in cui si è portati a volgersi indietro, più che guardare avanti. Nell’amarezza di Montale, espressa in modo così cinico o ironico nelle poesie dei suoi ultimi anni, è possibile intravvedere un’idea di fondo: niente di umano resiste al tempo, perché le cose umane, essendo macchiate da quella quota di ipocrisia ed egoismo che le rende così terrene, non lo meritano, tanto diverse sono da quel poco che riesce a fare un cagnolino coi suoi salti di gioia verso chi ama.

Montale riesce a rendere ciò in modo strabiliante con pochi elementi: si veda ad esempio quel magnifico «vivo / meno del cane», che per un attimo illude di speranza il lettore con l’aggettivo vivo posto in risalto alla fine del verso (effetto ulteriormente rafforzato dalla sospensione creata dall’enjambement), speranza però subito smorzata dall'avverbio meno all’inizio del verso successivo.

STRUTTURA

Da un punto di vista strutturale si nota una sorta di andamento circolare, tipico come abbiamo visto anche di altre poesie “argomentative” dell'ultimo Montale. Montale chiude questa poesia riprendendo nomi e tematiche che si sono intrecciate fin dai primi versi:

  • il cane
  • la vita
  • la morte

Nonostante il tema più esplicito sia quello della memoria, e di quanto resta in essa colpassare degli anni, il tema latente attorno a cui ruota il componimento è quello della morte, centralità che è riscontrabile anche nella ridondanza di alcuni termini: «se morì», «seppellito» (v. 6),«né molto più rimane» (v. 8/9), «morte» (v. 10), «vivo meno» (v. 14/15).

LA POETICA DEL NEGATIVO

Continua così la “poetica del negativo” tipica di Montale, ossia il provare a dire qualcosa avanzando gradualmente e con fatica attraverso continue negazioni, per giungere però a una conclusione sempre provvisoria e incerta. È un modo di procedere che si può collegare all'idea del limite di ciò che ogni uomo può dire o comprendere, e quindi per estensione anche all'idea della morte, nel senso che, se il “positivo” è legato all'affermazione di qualcosa e alla sua esistenza, il “negativo” può essere inteso come una non affermazione, come una non esistenza di qualcosa. Qui ritroviamo nello specifico le negazioni:

  • «non ricordo»
  • «né molto più rimane»
  • «quando non siano»
  • «non fu»
  • «vivo meno»

Si tratta di negazioni molto significative, perché in esse si nega per due volte il verbo essere (il verbo dell’esistere), una volta il verbo rimanere (inteso come rimanere in vita, un sinonimo del primo quindi), e una volta la vita stessa (tramite l’aggettivo vivo).

La poesia è così, anche da un punto di vista strutturale (aspetto della scrittura che riguarda un livello meno consapevole della mente di chi scrive), un giro disperato intorno al problema della morte, prospettiva che Montale sentiva probabilmente molto più vicina in quegli anni.

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