Nascita della filosofia: storia e origini. Dal mythos al logos

Nascita della filosofia: storia e origini. Dal mythos al logos A cura di Giulia Guadagni.

Nascita della filosofia: come e quando è nata la filosofia opponendosi alla tradizione mitologica e al senso comune

1Le domande della filosofia

Socrate
Socrate — Fonte: getty-images

Cosa si mantiene stabile al di là dei continui cambiamenti che percepiamo nel mondo? Qual è l’arché, il principio di tutte le cose? Forse è il cambiamento stesso. O forse è un particolare elemento, che si ritrova in ogni cosa. La realtà è una? In fondo, al di là delle differenze che percepiamo, c’è un unico principio? Oppure sono la molteplicità, la differenza e il conflitto che accomunano ogni cosa? 

Cos’è la giustizia? Se non possiamo toccare o vedere qualcosa come la giustizia in sé, allora magari la giustizia non esiste. O forse, invece, esiste la giustizia in sé, come entità distinta dai singoli casi con i quali veniamo in contatto. 

C’è una differenza tra ciò che è e ciò che appare? Cosa veramente è? Forse tutto ciò che ci appare non è che un’illusione, un inganno. Ma se tutto è illusione, allora in fondo che differenza c’è tra illusione e realtà? Allora, magari, è solo ciò che appare. 

Come dobbiamo vivere per essere felici? Cos’è la virtù? Si può insegnare la virtù e come? Qual è la vita migliore che possiamo condurre? La felicità viene dalla tranquillità? O dal successo?

Quali argomenti possiamo portare a sostegno dell’una o dell’altra tesi? Se dovesse risultare che una delle due è vera, allora l’altra sarebbe necessariamente falsa? Ci sono delle leggi del pensiero, delle leggi logiche, uguali in ogni tempo e luogo?

La filosofia, anzitutto, pone domande. Molte domande, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi. O anche, a volte, le stesse domande formulate diversamente. Il filosofo che fa domande per antonomasia è Socrate, che nei dialoghi platonici interroga senza sosta i suoi interlocutori.

2Un nuovo modo di pensare: il logos contro il mythos

Platone e Aristotele
Platone e Aristotele — Fonte: getty-images

Con le loro domande, le ipotesi e le risposte, i primi filosofi introducevano, inventavano e sperimentavano un nuovo modo di pensare e di ragionare che noi oggi chiamiamo “razionale”. Così facendo, si opponevano alla tradizione mitologica.  

La filosofia è nata opponendo il logos (λόγος) al mythos (μύθος), il pensiero razionale alla tradizione mitologica. Questa è una tesi storiografica molto diffusa, sostenuta già dagli stessi filosofi greci. Così formulata, però, è troppo semplice e imprecisa. Cos’è il logos? Cos’è il mythos? In che senso l’uno può opporsi all’altro? In Grecia le due parole avevano significati simili: mythos voleva dire “parola”, “racconto”, “favola” e logos significava “parola”, “discorso”.  

Il mythos era un vasto insieme di cosmogonie, teogonie e storie degli eroi, ma anche di narrazioni, leggende e favole. I miti, nella Grecia antica, si tramandavano di generazione in generazione grazie alla tradizione orale e ai testi scritti dell’epica, della lirica e della tragedia. Ancora oggi ricordiamo e conosciamo un gran numero di miti, leggende e racconti greci. Ci sono tuttora familiari i nomi e le vicende degli dèi dell’Olimpo (Zeus, Era, Ermes, Afrodite, Ares…) così come le storie degli eroi (Achille, Agamennone, Ulisse…).  

Le domande dei primi filosofi erano molto diverse dalle domande alle quali rispondeva la tradizione mitica. I miti narravano le origini del mondo e degli dèi, le loro storie e le vite degli eroi. I primi filosofi, invece, si ponevano domande sulla physis e sull’arché, sulla matematica e i numeri, sull’essere e sulla conoscenza

La filosofia ha iniziato a porre domande che fino ad allora nessuno aveva formulato e, soprattutto, ha inventato un nuovo modo di cercare e giustificare le risposte. Invece di affidarsi alla tradizione e ai suoi autorevoli rappresentanti, invece di cercare le risposte nelle conoscenze condivise e tramandate nei secoli oralmente, i primi filosofi si affidavano alla correttezza e alla coerenza delle argomentazioni

Forse, proprio per aver introdotto questi elementi di novità nel campo del sapere, i filosofi entrarono in conflitto con la tradizione mitica e religiosa. Alcuni di loro furono accusati di empietà, cioè di non rispettare la religione e trascurare i culti. Per esempio Anassagora, che fu esiliato da Atene per aver sostenuto che il sole non fosse una divinità, bensì una palla di metallo infuocato. Il caso più celebre è quello di Socrate, che fu accusato e poi condannato a morte per empietà e corruzione dei giovani.

Non bisogna però immaginarsi che, nella Grecia classica, i filosofi fossero dei perseguitati. Quando si parla di conflitto con la tradizione mitica ci si riferisce soprattutto a ciò che i filosofi medesimi dicevano della filosofia. Loro stessi, infatti, ci tenevano a distinguere la propria attività e i propri discorsi dai racconti e dalle leggende della tradizione.  

Anche quando narravano dei miti nelle proprie opere, i filosofi li considerano diversi e distinti dall’argomentare filosofico. È il caso di Platone, che inserisce nei propri dialoghi diversi miti (come il mito della caverna e il mito di Er nella Repubblica) per parlare di contenuti filosofici in modo efficace, verosimile e comprensibile.  

3Chi sono i filosofi e perché fanno filosofia

Talete
Talete — Fonte: getty-images

Un celebre aneddoto riportato da diverse fonti racconta che un giorno Talete, il primo filosofo, stesse camminando in campagna e guardando il cielo, presumibilmente per studiare le stelle, da valente astronomo qual era. Distratto dagli astri e col naso all’insù, Talete cadde in un pozzo. L’aneddoto riporta che una servetta di Tracia, al vederlo, rise di lui. Talete, distratto dal cielo, non guardava neanche dove metteva i piedi! Come scrive Platone: «si affannava a conoscere le cose del cielo e si lasciava sfuggire quelle che aveva tra i piedi» (Teeteto, 147a). 

Sia Platone che Aristotele scrivono che il filosofo è colui che si meraviglia del mondo. La filosofia inizia quando ci si meraviglia di ciò che ci circonda. È come se i filosofi vedessero ciò che gli altri non vedono e non vedessero ciò che gli altri vedono. Le consuetudini, i fatti della vita quotidiana, ciò che appare noto ed evidente a tutti, suscita lo stupore del filosofo. E lo stupore lo conduce a mettere in discussione il senso comune, a mettere in dubbio quel che agli altri sembra scontato.

Mettere in discussione il senso comune è una specialità dei filosofi, fin dall’antichità. Socrate, per esempio, non si accontenta mai delle risposte che gli vengono date e continua a far domande finché i suoi interlocutori si accorgono che in fondo non sanno quanto credevano di sapere, che non sono più così sicuri di quel che credevano di conoscere. I cinici, da parte loro, mettono in discussione la validità delle norme sociali vivendo per strada, mangiando o masturbandosi in piazza davanti a tutti.  

Parmenide, contro ciò che a ognuno di noi sembra evidente, afferma che il movimento e il mutamento sono mere apparenze.  

Il suo allievo Zenone, infine, sostiene, con un ragionamento inattaccabile dal punto di vista logico, che Achille piè veloce non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga che lo precede e alla quale ha concesso un seppur lieve vantaggio.  

Busto di Aristotele
Busto di Aristotele — Fonte: istock

Dopo aver indicato nella meraviglia l’origine del filosofare, Aristotele aggiunge un’altra caratteristica che rende la filosofia unica nel suo genere: essa «è l’unica fra le scienze a essere libera, perché è l’unica a essere fine a se stessa» (Metafisica, A, 2, 982b 25). La filosofia non serve a fare alcunché. I filosofi «ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica» (982b 20). Forse, anche in quanto passione per il sapere fine a se stesso la filosofia fu una tale novità nella cultura greca e non solo.

Non bisogna credere, tuttavia, che la filosofia si occupasse esclusivamente di faccende avulse dal vivere quotidiano e concreto. Platone è un ottimo esempio di come la filosofia fosse grandemente interessata alle dinamiche e alle sorti della politica e della vita pubblica, alle forme di governo e all’educazione, tutti campi nei quali la passione per il sapere non era fine a se stessa, ma doveva servire a progettare e realizzare una felice vita pubblica.

4Novità della filosofia e contesto storico della sua nascita

Di fronte alla questione della nascita della filosofia, gli studiosi sono soliti porsi soprattutto due domande:

  1. di quali novità la filosofia è stata portatrice? Cioè, cosa rende la filosofia diversa dalle altre forme della sapienza antiche, sia precedenti sia a lei contemporanee?
  2. perché la filosofia è nata proprio nel VI-V secolo e proprio in Grecia? Quali caratteristiche antropologiche, politiche, culturali, economiche hanno reso possibile questo avvenimento?

Alla prima domanda si possono dare diverse risposte. È una domanda difficile, perché richiede – in un certo senso – di definire la filosofia medesima, cosa che mette a dura prova gli stessi filosofi da duemilacinquecento anni a questa parte. Vediamo alcune risposte possibili:  

  • La filosofia ha preso le distanze dalla religione e dal mito. L’ha fatto ipotizzando che l’ordine del mondo fosse immanente alla natura e non di origine sovrannaturale. L’ha fatto ipotizzando che si potessero conoscere la struttura del cosmo e le sorti dell’anima dopo la morte con il ragionamento e la discussione, domandando, argomentando e confutando.
  • La filosofia ha posto domande nuove, che la tradizione ignorava. Si è chiesta, per esempio, quali fossero le cause e i principi primi della realtà.
  • La filosofia ha inaugurato un nuovo modo di pensare e ragionare, ha iniziato a praticare la dialettica e a usare la logica.

Alla seconda domanda, di carattere più storico-sociologico, gli studiosi rispondono perlopiù supponendo l’esistenza di uno stretto legame tra la nascita della filosofia e l’istituzione delle poleis in Grecia. I secoli fra il XII e l’VIII a. C. della storia greca sono chiamati dagli storici “secoli oscuri”, perché la pratica della scrittura si era persa in quel periodo e, quindi, non abbiamo alcun testo che possa parlarcene.

La filosofia è nata subito dopo, nel VI-V secolo a. C. agli albori di quella che gli storici della Grecia antica chiamano “età classica” e della quale, invece, disponiamo di molti documenti e testi scritti. Il VI e V secolo sono il periodo di maggior crescita e potenza (economica, politica, culturale, bellica) delle poleis greche.

Acropoli di Atene
Acropoli di Atene — Fonte: getty-images

Le caratteristiche delle poleis, in particolare di quelle in cui vigeva un regime democratico, come l’Atene del V secolo, hanno favorito lo sviluppo della filosofia. Citiamo Atene perché molti filosofi greci hanno vissuto, scritto e insegnato lì, ma è importante ricordare che la filosofia non è nata in Attica, e nemmeno in un’altra regione della madrepatria, bensì nelle colonie. I primi filosofi erano originari dell’Asia Minore e della Magna Grecia.

Nelle poleis greche, tra i cittadini, vigevano l’isonomia (l’eguaglianza di fronte alla legge) e l’isegoria (l’uguale diritto di prendere parola nelle assemblee). Nelle poleis la parola e la discussione pubblica avevano enorme importanza per le sorti della politica cittadina. Alla discussione, all’argomentazione e al dibattito erano affidate le decisioni pubbliche.

Contemporaneamente all’affermarsi delle poleis, la cultura orale veniva progressivamente sostituita da quella scritta. Non si è trattato di un cambiamento repentino, tanto è vero che in seno alla stessa filosofia, per diverso tempo l’oralità e la scrittura hanno continuato a convivere. È vero che i filosofi presocratici scrivevano delle opere filosofiche, in poesia o in prosa, tuttavia, presso diverse scuole filosofiche – come quella pitagorica – l’insegnamento orale era di gran lunga più importante dei testi scritti. Lo stesso Platone, che pure ha scritto tanti e magnifici dialoghi, affidava all’oralità alcuni dei suoi insegnamenti (forse, addirittura i più importanti).

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