Mondo Hikikomori: la storia di Karl

Di Veronica Adriani.

Karl ha vissuto in isolamento volontario negli anni del liceo. Oggi racconta la sua storia, la sua nuova vita e i progetti per il futuro

HIKIKOMORI: CHI SONO

Gli hikikomori sono ragazzi che scelgono l'isolamento volontario. Ecco perché e come accade
Gli hikikomori sono ragazzi che scelgono l'isolamento volontario. Ecco perché e come accade — Fonte: istock

Karl ha 21 anni, una mente brillante e una storia un po’ complicata. È iscritto alla facoltà di scienze politiche dell’università di Padova, scelta con una prospettiva: lavorare nell’ambito delle relazioni internazionali. La sua storia personale lo ha portato a viaggiare tanto e cambiare spesso casa, merito anche del lavoro di sua madre e delle sue origini: “Ho una buona propensione per le lingue e la particolarità della doppia cittadinanza italiana ed estone”, racconta. Ma per il prossimo anno accademico ha deciso di non proseguire: “È inutile continuare a pagare rette quando sono una persona molto incostante con il mio comportamento e la fobia di interagire con altre persone” spiega. “Il primo anno ho frequentato l’intero semestre, ma al momento di presentarmi agli esami non ce l’ho fatta. Quest’anno è stato un anno a vuoto”.

A vuoto, o quasi. Perché ad agosto Karl è stato in Estonia con un progetto giovani dedicato ai ragazzi con origini estoni, per imparare a conoscere meglio il paese e – perché no? – progettare di viverci. “Sono stato parecchio in ansia prima di partecipare a questo programma: 30 persone di nazionalità diversa, mai incontrate…dormire in alberghi con camere condivise…ero in fibrillazione” racconta Karl. “L’ho trovata un’esperienza molto positiva, soprattutto perché rimarca una consapevolezza: potenzialmente siamo funzionali, però non vogliamo esserlo. Potremmo vivere tranquillamente tra le altre persone e nella società, però non vogliamo, e col radicarsi di questa condizione nel tempo, non possiamo. Facciamo eccezioni, certo, perché siamo contraddittori”.

Quel noi che Karl sottintende ha un nome: Hikikomori. Un termine giapponese che sta pian piano tornando alla ribalta con l’accentuarsi del fenomeno: quello dell’isolamento volontario dei ragazzi, sempre di più e sempre più giovani. Hikikomori significa letteralmente in disparte, e rende perfettamente l’idea di ciò che accade a chi vive questa condizione: ci si allontana, pian piano, da tutto, fino a confinare la propria vita all’unico ambiente che si ritiene sicuro: la propria stanza.

Perché si arriva all’isolamento volontario

“Ho provato a isolarmi seriamente in terzo superiore” racconta Karl. Non per bullismo e neppure per abuso di tecnologia, come spesso si sente dire: ad allontanarlo dal mondo è solo un forte senso di inadeguatezza. “Tutto ciò che è anche solo lontanamente additato come norma, per me diventa un dogma imprescindibile” spiega. “Ogni volta che mi trovo a sbagliare qualsiasi cosa, mi porterei alla pena capitale”. Karl inizia a manifestare i segni di questa rigidità già da piccolo: “All’epoca per tutte le persone sfociavo in polemiche e indignazione per le più piccole cose. Ad esempio, non tollero che una persona cammini a mezzo centimetro di lato rispetto alle strisce pedonali. Fino all’anno scorso contavo quante volte ero stato costretto a passare su una strada senza camminare sulle strisce”. Non solo: la rigidità di Karl tocca anche la sua sfera affettiva: "Al nascere delle prime pulsioni ho deciso abbastanza rigidamente di abbandonare ogni sfogo o attrazione", spiega Karl, che per indicare questo atteggiamento utilizza il termine intellettualizzazione, dovuto anche a una situazione che nella sua vita ha reso il mondo femminile troppo familiare per essere oggetto di desiderio: "Sono cresciuto tra donne e da donne, e ho vissuto più o meno sempre tra le donne. Il mio liceo l’ho frequentato in una classe di soli due ragazzi e 28 ragazze" racconta Karl.

Il senso di inadeguatezza diventa tale che al terzo anno di liceo Karl approda a quello che lui stesso definisce annichilimento volontario: “Desideravo la bocciatura, perché a un certo punto mi sono identificato come l’elemento sbagliato: se io ero così ipercritico verso tutte le persone su cui posavo occhio, forse il problema ero io, nasceva dalla mia intolleranza” spiega. “Per il tipo di educazione che mi è stata inculcata sono contro l’intolleranza, dunque all’epoca ero contro me stesso. Così ho pensato di farmi un danno che potesse segnarmi a fondo in futuro. La prospettiva era di mettermi in una situazione spiacevole che poi potesse generare una valanga di altri eventi spiacevoli”.

Ma le cose non vanno come previsto, perché la scuola non resta a guardare: “In terzo superiore si sono attivati abbastanza tempestivamente mettendosi in contatto con la famiglia e con gli psicologi del comune per potermi seguire tramite uno sportello” racconta Karl. Così, mentre le assenze aumentano, la scuola le giustifica tramite un programma di BES. E quando salta le verifiche, le compagne di classe segnalano che lui studia, eccome: “Non avendo il gioco come distrazione, oltre alla marea di libri già letti in casa, più per noia che per interesse leggevo anche i libri di scuola che i miei avevano comprato” spiega Karl. “Capitò poi a scuola, quando mi iniziai a riprendere verso la fine dell’anno, che io tenessi vere e proprie ripetizioni alle mie compagne di classe”. Così Karl non viene bocciato, ma promosso, seppur con quattro debiti. Non tutti i professori sono concordi, certo: “alcuni professori mi hanno dato del parassita” racconta, ma la maggioranza è con lui, e lo sostiene.

L’anno successivo c’è la ripresa: “il quarto anno è stato un anno molto tranquillo, parecchio spensierato e attivo. Mi sono messo sotto per studiare” racconta. Ma verso la fine dell’anno capita qualcosa: “È venuta a mancare la figura di mio nonno, e io l’ho percepito come il lutto di un padre. Non avendolo mai avuto, mio nonno si era sostituito a quella figura nella mia vita”. Così nella vita di Karl l’equilibrio così fragile che si era finalmente venuto a ricostruire, si spezza di nuovo: “Durante l’estate, nel tempo in cui non sei impegnato con la scuola, è più facile notare un’assenza” racconta. “Ho iniziato a incupirmi parecchio, perché quella persona mi aveva convinto in passato a non essere scellerato nel dare seguito a minacce assurde. Quando è venuto a mancare, sono crollato”.

Il periodo Hikikomori

L’ultimo anno tornano quindi i pensieri negativi, e la famiglia non è di particolare supporto: “Mia madre ha sempre ritenuto, dai dieci anni in su, che io dovessi essere autonomo” racconta Karl. “Quando ho smesso di portare dei profitti in termini di voto, per lei è stato come dire: questa è la strada che hai imboccato, ne pagherai le conseguenze”. Così Karl chiede aiuto, e inizia la trafila dagli psicoterapeuti. I primi due si focalizzano sul problema sbagliato, la terza tiene in maggior considerazione le testimonianze della madre e del suo compagno rispetto a quelle di Karl: “Stava puntando sulla dipendenza da internet, però su credito delle testimonianze dei miei parenti. Non sapevano che io da 3-4 mesi mi ero staccato anche la connessione in camera, il pc lo tenevo in un cassetto, il cellulare non lo avevo. Le ho detto che non mi andava di continuare”. Persino la quarta terapeuta, amica di famiglia, non riesce a focalizzare il problema: così, alla vigilia della maturità, l’unico appiglio è, di nuovo, la scuola.

“Ho accettato con una smorfia l’ammissione all’Esame di stato a cui non avrei dovuto essere ammesso perché avevo circa 90 assenze e molte materie non le sostenevo da mesi” racconta Karl, che affronta la maturità in totale apatia. Dopo l’esame, inizia quello che lui definisce anno sabbatico, ma che in realtà è nei fatti l’inizio del suo isolamento. “Mi sono chiuso in camera tutta l’estate. Finita l’estate ci si aspettava che avrei ricominciato a settembre, ma non è stato così. I miei hanno iniziato a stufarsi della questione che non mangiassi mai con loro. Hanno iniziato a portarmi il cibo in camera per aprire un dialogo, poi si sono spazientiti” racconta Karl. “Il tempo lo passavo a dormire 16-17 ore al giorno e mi svegliavo solo per rispondere alla porta, prendere del cibo e fissare il soffitto. Per novembre ero già in uno stato di abbandono mentale, non mi importava più nulla”.

Hikikomori: superare l’isolamento

E lì avviene la svolta. Perché le amiche del liceo non credono affatto alla questione dell’anno sabbatico e irrompono fisicamente nella sua vita: “Sono riuscite a entrare in casa. Ho sentito le voci e tre persone che hanno bussato alla stanza: erano loro. Io mi sono fiondato sotto la doccia e dopo tanto tempo mi sono presentato davanti a loro” racconta Karl. “Mi hanno trovato quasi come uno scheletro, perché sono alto 1,95 ma all’epoca pesavo 60 kg. Hanno capito che le cose non andavano bene”. Le ragazze iniziano a coinvolgerlo usando quella che a più riprese Karl definisce terapia d’urto. Si fermano a pranzo con lui costringendolo a uscire dalla stanza e lo coinvolgono nelle uscite serali del sabato. Nonostante questo non gli faccia troppo piacere, lo sprona ad uscire dal torpore: “A luglio ho deciso di andare a vivere per tre mesi da solo in un appartamento a Colonia, in Germania. I miei mi hanno detto: Prendi la carta di credito, quello che vuoi, purché ci dai segni di vita. Sono partito e lì, per la prima volta, mi sono barcamenato in modo indipendente con spese, cucina, trasporti. Ho iniziato io a dare un valore alle spese e dopo il primo mese che sono stato lì, ho deciso di partecipare a una scuola tandem e imparare il tedesco”.

Una volta tornato in Italia, inizia le pratiche per l’università e ad ottobre parte per Padova, dove prende un appartamento condiviso con altre quattro persone, per non ricadere nella tendenza all’isolamento. Resta lì fino a maggio 2018, poi va a vivere da solo, fino ad oggi, alle prese con un nuovo trasloco.

L’associazione Hikikomori Italia

L'isolamento volontario non ha a che fare con la pigrizia né con l'abuso di tecnologia. È un disagio più complesso, diverso per ogni ragazzo.
L'isolamento volontario non ha a che fare con la pigrizia né con l'abuso di tecnologia. È un disagio più complesso, diverso per ogni ragazzo. — Fonte: istock

Uno dei punti di svolta della sua vita arriva quando viene a contatto con l’associazione Hikikomori Italia, conosciuta attraverso il blog di Marco Crepaldi, che segue già dal 2013. Fino alla sua chiusura, nel maggio 2019, è amministratore del forum, dove diventa un punto di riferimento per i ragazzi che chiedono aiuto: “Mi sono detto: ok, mi sono rovinato abbastanza nella vita, altre persone si stanno rovinando, vorrei cercare di arginare questa situazione e magari a fermarla” spiega. Il forum gli lascia molto: “Ancora oggi alcuni ragazzi mi contattano per dirmi che li ho aiutati, ma io mi dico che non è possibile che io sia riuscito a far qualcosa. Eppure le recensioni sono positive”. Non solo: “Il forum mi ha fatto mettere da parte definitivamente tutta la parte intollerante che avevo verso le persone” racconta, “mi sono ammorbidito di parecchio”. Oggi il forum è stato chiuso, come spiegato dallo stesso Crepaldi, perché era diventato troppo complesso tenerne sotto controllo alcune dinamiche interne. L’unico gruppo che resta ancora attivo è quello dedicato ai genitori.

Se gli chiedi quali sono i sistemi che la società potrebbe mettere in atto per aiutare i ragazzi in isolamento, Karl risponde che la scuola ha già le carte in regola per poter intervenire: “Dovrebbe sensibilizzare sul fatto che una volta che perdi un ragazzo anche solo per un anno, potresti perderlo per sempre” dice Karl. “Sia per una questione di stigma sociale esterno, ma anche perché il ragazzo potrebbe perdere interesse e pensare che riprendere l’anno porterebbe solo dei malus. Si potrebbe migliorare l’insegnamento da casa, fornire il materiale didattico” propone partendo proprio dalla sua esperienza, “magari perché anche solo per noia quei ragazzi potrebbero ricominciare a studiare”.

Karl oggi guarda alla vita con un atteggiamento leggermente più positivo rispetto al passato, anche grazie al progetto estivo cui ha partecipato. Non solo, finalmente parla di progetti per il futuro. L’ennesima terapia d’urto lo porterebbe lontano: “Avrei addirittura in previsione la leva militare” racconta. “Con la doppia cittadinanza, entro i 24 anni sarei tenuto a presentarmi per quella estone. Sto pensando che potrebbe essere un’esperienza che mi cambia e la disciplina militare potrebbe andare bene per me” spiega. E aggiunge: “Ho visto che forniscono degli attestati per corsi di programmazione, difesa informatica e guardia forestale. Sarebbe bello vivere un anno in un altro paese, in un’altra cultura, finire di completare il mio bagaglio nei confronti della lingua e avere un po’ di formazione”.

L’importante è riuscire a non isolarsi di nuovo e trovare un equilibrio. Karl lo sta cercando: “Devo ancora capire com’è che si riesce a vivere tranquilli senza ricadere nelle stesse cose” confessa. Ma, forse, è solo questione di tempo, pazienza e un pizzico di fortuna nell’incontrare le persone giuste.