Monarchie e papato nell'Europa del 1300

Monarchie e papato nell'Europa del 1300 A cura di Federico Goddi.

Le rivoluzioni istituzionali nell’Europa del Trecento, lo scenario politico europeo ed i conflitti tra le monarchie inglese e francese ed il papato (XII-XIII sec.)

1Monarchia francese nel 1300: spirito antipapale e cattività avignonese

Filippo IV detto il Bello, 1300: re di Francia
Filippo IV detto il Bello, 1300: re di Francia — Fonte: getty-images

Nell’Europa del XIII secolo la Chiesa aveva riportato una vittoria determinante sull’Impero. Da quella posizione di favore, lungamente agognata a partire dal conflitto per la lotta delle investiture, la Chiesa non fu però in grado di stabilire una supremazia teocratica, poiché entrarono in scena le rivendicazioni politiche delle monarchie nazionali, tra cui spiccava quella francese.    

Grazie ai successi di governanti come Filippo II e Luigi IX, la monarchia francese riuscì ad arginare le istanze autonomistiche di alcune regioni francesi. Su quei territori periferici, il monarca aveva trovato un formidabile alleato nei “balivi”, funzionari che si occupavano della riscossione delle tasse, ma anche dell’amministrazione della giustizia. In quel tornante storico, la monarchia aveva scelto nei confronti delle città una tattica prudente, volta al rispetto della sfera economica.  

Un altro grande cambiamento avvenne all’interno della Curia, che fu aperta alla borghesia urbana, composta da ceti intraprendenti legati da un’indubbia fedeltà alla corona. In sintesi, il re poteva contare su tre organismi centrali:  

  • Consiglio del re: composto da vassalli e borghesi (esperti in questioni giuridiche) che assistevano il monarca nelle decisioni politiche;
  • Corte dei conti: con compiti di controllo finanziario;
  • Parlamento: una sorta di corte suprema attenta alla giurisdizione amministrativa.

Nonostante quest’ottima struttura, lo Stato francese aveva problemi finanziari rilevanti, non potendosi giovare d’imposte regolari, come era stato per l’impero romano o in seguito per gli Stati moderni. Erano quindi necessarie entrate indirette: imposte sui commerci, confische e vendite di titoli, o le ancor più rischiose operazioni monetarie.  

A quel punto, le esigenze economiche spinsero Filippo IV ad un gesto di rottura: l’imposizione di decime agli ecclesiastici senza il consenso preventivo del pontefice. Come mai in passato, Filippo ebbe la forza politica per operare quella scelta, convocando gliStati generali” (1302) per la prima volta della storia francese. Quell’assemblea rappresentativa, di cui facevano parte il clero, la nobiltà e la borghesia, ottenne enormi consensi in larghi strati della popolazione francese. Solo pochissimi conventi restarono fedeli alla linea papale.  

1.1La monarchia francese e la rottura con la Chiesa: lo schiaffo di Anagni

Lo schiaffo di Anagni: Sciarra Colonna che schiaffeggia Papa Bonifacio VIII, 1303
Lo schiaffo di Anagni: Sciarra Colonna che schiaffeggia Papa Bonifacio VIII, 1303 — Fonte: getty-images

Per la prima volta l’autorità del papa veniva contrastata – seppur indirettamente – da un intero popolo. Il pontefice reagì con una bolla intitolata Unam Sanctam in cui veniva riaffermato il supremo potere del pontefice, cui spettava il supremo potere su tutti gli uomini, come recita chiaramente uno dei passaggi più importanti del testo: ‹‹Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Pontefice di Roma›› (S.Z. Ehler – J.B. Morral, Chiesa e Stato romano attraverso i secoli). 

Papa Bonifacio VIII
Papa Bonifacio VIII — Fonte: getty-images

Dalla presa di posizione del papa si crearono due fazioni: i curialisti, sostenitori del pontefice e i legisti, fedeli al re di Francia. Il conflitto ideologico toccò dei livelli di scontro imprevisti quando il re, con l’appoggio della famiglia romana dei Colonna, fece catturare il vecchio Bonifacio VIII nella sua residenza di Anagni.   

In quella circostanza il papa – che apparteneva alla famiglia romana dei Caetani - fu addirittura schiaffeggiato da Sciarra Colonna. L’evento, detto “oltraggio di Anagni” o “schiaffo di Anagni”, non avrebbe semplicemente segnato il trionfo di Parigi, ma attraverso l’immagine di un papa prigioniero nel suo stesso palazzo, palesava all’intera Europa le condizioni di una potenza in caduta libera (la Chiesa) al pari di quella imperiale, mentre si rafforzavano le grandi monarchie

Dopo la morte dei due contendenti, Bonifacio VIII e Filippo il Bello, si aprì quindi una nuova fase che culminò con l’elezione al soglio pontificio di una papa francese, Clemente V. Il nuovo pontefice fu consacrato a Lione e non a Roma. A lui seguirono sette papi tutti di nazionalità francese, che esercitavano il proprio potere da Avignone, la nuova sede papale

Nella città francese furono rafforzate le già complesse strutture amministrative della Curia che assumeva sempre più l’aspetto di un centro d’affari con costi che provocavano una continua emorragia nelle finanze papali. L’inasprimento delle tassazioni provocò un risentimento in tutto il mondo cristiano: la Chiesa sembrava agire come un qualsiasi sovrano straniero che richiedeva tributi alle popolazioni dominate. I grandi fasti e il lusso sfrenato della Curia avignonese portarono ai minimi storici il prestigio dell’istituzione papale

2Equilibrio tra Stato e Chiesa nel pensiero di Tommaso d’Aquino

A fare da contorno agli scenari politici europei tra XII e XIII secolo, c’erano le nuove letture e riflessioni intorno all’opera aristotelica. In particolare, i legisti riscoprirono due opere, leggendole alla luce della contrapposizione al papato: l’Etica nicomachea e la Politica di Aristotele.  

Per i partigiani della monarchia, l’aspetto più rilevante su cui riflettere era il potere, che per Aristotele era detenuto dall’insieme dei cittadini, riuniti in un’assemblea sovrana. Se da una parte, le norme morali erano imposte dalla volontà divina, dall’altra le categorie della politica non dovevano essere assorbite da quest’ultima. Per Aristotele l’uomo era infatti un “animale politico”, ed è per questo che il suo operato doveva essere analizzato al difuori del contesto religioso.  

Tale visione offriva la possibilità ai fedeli dell’idea monarchica di riaffermare l’indipendenza dei poteri del re. Tuttavia, le idee forti di Aristotele trovarono una conciliazione anche con la concezione cristiana del mondo per merito di Tommaso d’Aquino, che viene considerato il più grande filosofo del Medioevo. Plasmando le idee aristoteliche, Tommaso costruì un sistema di pensiero che sposava l’ordine naturale a quello soprannaturale della realtà: il cittadino rispondeva al primo, il buon cristiano al secondo. La chiave di questa filosofia è rintracciabile nel perfetto dualismo che doveva celebrare la complementarità di Chiesa e Stato.

3La monarchia inglese nel 1300 e la centralizzazione del potere

Re Giovanni d'Inghilterra (1157-1216) mentre firma la Magna Charta Libertatum
Re Giovanni d'Inghilterra (1157-1216) mentre firma la Magna Charta Libertatum — Fonte: getty-images

Il perfezionamento della monarchia inglese avvenne parallelamente all’evoluzione di quella francese, anche se aveva radici ben più profonde. Il processo di centralizzazione inglese era infatti iniziato nell’XI secolo, quando il territorio era stato diviso in contee, nelle quali operavano gli sceriffi che gestivano l’ordine pubblico e amministravano la giustizia. La tendenza alla centralizzazione si accompagnò a un crescente coinvolgimento dei grandi feudatari laici ed ecclesiastici nell’amministrazione e nel governo del paese. 

Il grande cambiamento per la monarchia inglese avvenne nel 1215, quando i baroni inglesi approfittando della debolezza del re Giovanni Senza Terra, reduce da una sconfitta patita ad opera francese, ottennero una serie di concessioni. Quei diritti confluirono nella Magna Charta Libertatum che regolava le libertà di nobili, della Chiesa e delle città. 

Il re era obbligato a considerare i pareri del “grande consiglio” che nel 1242 prese il nome di Parlamento dei Lords. La legge del paese divenne la serie di norme e leggi che, affiancate al diritto canonico e quello romano, trovavano il consenso delle principali forze politiche. Il diritto rappresentava la migliore tutela per le libertà individuali, non ultima la garanzia ad un processo regolare per ogni reo. 

Le due monarchie più importanti d’Europa entrarono in urto quando salì al trono Edoardo III (1327). Il suo regno fu caratterizzato dal conflitto politico con la Francia (inizio alla guerra dei Cent’anni). Edoardo III è ricordato anche per molte questioni di politica interna, ad esempio la creazione della Camera dei Comuni (1339) che affiancò la Camera dei Lords, ampliando la partecipazione dei cittadini alla vita politica.  

Edoardo III, re d'Inghilterra (1312-1377)
Edoardo III, re d'Inghilterra (1312-1377) — Fonte: getty-images

Quando le innumerevoli campagne di guerra gettarono il paese in uno stato di crisi, provocando un grave malcontento popolare, nel 1377, poco prima della morte, Edoardo convocò il cosiddetto “buon parlamento”, con cui tentò di limitare i favoritismi all’interno della Corte. Fu un provvedimento utile alla creazione di una “comunità del regno”, in cui anche il re era sottoposto alla legge, che non poteva cambiare con atti d’imperio. 

Quasi a chiusura di un percorso ideale, sempre sotto Edoardo III, nel 1348, era stata introdotta una formula nel giuramento d’incoronazione che esplicitava la negazione della teocrazia. Quest’ultimo episodio è tutt’altro che irrilevante, poiché è anche attraverso gesti simbolici che la storia ci ha consegnato delle forme più moderne di governo.