Moby Dick di Herman Melville: trama e analisi

Moby Dick di Herman Melville: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Storia della terribile balena bianca e del capitano Achab. Trama, significato e analisi della baleniera Pequod all'inseguimento di Moby Dick

1Storia di Moby Dick

Il romanziere americano Herman Melville
Il romanziere americano Herman Melville — Fonte: getty-images

Quella di Moby Dick è una storia che tutti conosciamo così come conosciamo lIliade e l’Odissea, Amleto, la Divina Commedia anche se non l’abbiamo mai letta per intero. Tanto è ormai scolpita nell’immaginario comune che basta dire la parola balena per associarla al nome Moby Dick. Questo romanzo, pubblicato nel 1851, è il massimo capolavoro dello scrittore americano Herman Melville.    

La trama è nota: la baleniera Pequod, guidata del terribile capitano Achab, si lancia alla caccia della mostruosa Balena Bianca, Moby Dick, un capodoglio il cui dorso rassomiglia una montagna di neve. Achab è animato da un odio scellerato e da una monomania ottusa. Solo uno dei suoi subalterni, Starbuck, dissente dal folle piano di inseguire quel capodoglio ovunque; tuttavia Achab trascina con sé verso la scontro fatale e verso l’abisso l’intera sua nave e il suo equipaggio.  

A raccontarci la storia è Ismaele e il libro comincia proprio dalla presentazione del narratore. «Chiamatemi Ishmael», dice a noi, i lettori. È un nome biblico, ma anche onomatopeico perché, se ascoltate bene, assomiglia un po’ al suono di un’onda del mare. Poco importa credere che stai dicendo il vero e poco importa che lui si chiami davvero Ismaele. Come il Vecchio Marinaio di Coleridge, ci pare di essere catturati dal suo sguardo duro penetrante e dalla sua voce suadente. 

Dunque Ishmael preso dall’ansia e dalla tristezza si mette in mare. Vuole essere libero, contemplare gli oceani, sperimentare la vita del marinaio che assomiglia a una specie di solitudine tra le solitudini. Terminati i preparativi, udita la profezia oscura di un veggente, il Pequod salpa e per giorni non si vede traccia del suo capitano. Achab, solitario, schivando la ciurma, si arrovella nella sua inquietudine, guardando l’oceano, fumando la sua pipa, mentre la prua del Pequod fende le onde delicatamente. Dopo qualche giorno sul cassero rintoccano i passi di una camminata innaturale, sincopata

È il momento di lanciare la sfida e incendiare gli animi: promette un doblone d’oro a chi avvisterà per primo la Balena Bianca. Tutti, gridando, annoverano particolari del grandioso cetaceo. Achab, scosso, risponde a quelle voci che si alzano in coro: 

«Sì, Queequeg, i ramponi se li porta addosso tutti piegati e storti; sì, Dagoo, il suo sfiato e grosso come un covone di grano, e bianco come un mucchio della nostra lana di Nantucket dopo la grande tostatura annuale; sì Tashtego, sbatte la coda come un fiocco lacerato dal vento. Morte diavoli! È Moby Dick che avete visto…» 

2Moby Dick e l’odio di Achab verso la Balena Bianca

Gregory Peck impersona Achab in uno dei più famosi film ispirati a Moby Dick
Gregory Peck impersona Achab in uno dei più famosi film ispirati a Moby Dick — Fonte: getty-images

In questo stesso episodio (nel film del 1956, in verità, posticipato) Achab spiega il motivo del suo odio scellerato verso la Balena Bianca. Si sta rivolgendo a Starbuck, quasi un antagonista, che vuole farlo ragionare sulla pericolosità e sull’inutilità dell’impresa, oltre che dall’implicita blasfemia dell’odio di Achab per un animale preda solo del suo istinto. Il suo discorso assomiglia a quello di Ulisse ai suoi compagni, citato nella Commedia dantesca. Il capitano del Pequod infervora i suoi uomini per lottare contro le onnipossenti forze maligne della Natura. È un monologo di straordinaria forza espressiva, che eleva Achab a personaggio tragico. Vale la pena di leggerlo per intero.  

– Tutte le cose visibili, uomo, sono solo maschere di cartapesta. Ma in ogni accadimento, nell’atto vivo, nel fatto certo, proprio lì, qualcosa di ignoto ma in ogni caso ragionevole fa sporgere il profilo delle sue fattezze oltre la maschera incosciente. Se l’uomo vuole colpire, colpisca attraverso la maschera! Come potrebbe evadere un carcerato, se non uscendo attraverso il muro? Per me, la Balena Bianca è quel muro, che mi sta vicino. A volte penso che al di là non ci sia niente.  Ma per me è sufficiente. Mi impegna; mi completa; vedo in essa una forza oltraggiosa, sostenuta da un male imperscrutabile.  

Quella cosa imperscrutabile è l’oggetto principale del mio audio; la Balena Bianca può essere l’agente, la Balena Bianca può esserne il mandante: io quell’odio lo dirigerò su di essa. Non parlarmi di empietà, uomo: colpirei pure il sole se mi offendesse. Perché se il sole fosse capace di questo, io dovrei essere capace di quello; c’è sempre una qualche lealtà nel gioco, perché la rivalità pertiene a tutte le cose create. Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini. Allontana da me quegli occhi! Lo sguardo del sempliciotto e più intollerabile dell’occhiataccia del diavolo! (Moby Dick, p. 180)  

3Moby Dick e la leggenda della Balena Bianca

La figura di Moby Dick per Achab è un'ossessione che lo priva della ragione. Achab trova in questo un suo corrispettivo in Don Chisciotte.
La figura di Moby Dick per Achab è un'ossessione che lo priva della ragione. Achab trova in questo un suo corrispettivo in Don Chisciotte. — Fonte: istock

Eppure della Balena Bianca si sapeva poco e come tutti i mostri leggendari, la sua fama la precedeva. Ogni baleniera l’aveva avvistata almeno una volta e si diceva che fosse comparsa a latitudini diversissime in poche ore, o addirittura nello stesso luogo, come avesse il dono dell’ubiquità. Tutti riferivano un particolare o un aneddoto, e più spaventoso era, meglio era. Si diceva fosse un demone divino o infernale. I racconti sul capodoglio, come onde su onde, si alimentavano a vicenda…Questo è il modo in cui Moby Dick si imprime con sempre maggiore violenza nella mente di Achab, che ne fa la sua unica ragione di vita.  

Scrive il critico Harold Bloom: «Ahab è un monomaniaco; e lo è il più gentile Don Chisciotte, ma entrambi sono idealisti che cercano la giustizia in termini umani, non già quali uomini teocentrici [come tenta di fare Dante, ad esempio, n.d.r.] ma quali uomini empi simili a un dio. Ahab mira solo alla distruzione di Moby Dick; la fama è nulla per il capitano quacchero, la vendetta è tutto» (Harold Bloom, Il canone occidentale, p. 124).   

Achab in alcuni momenti di malinconica riflessione ragione sui limiti della libertà umana: cosa lo spinge ad agire? Non lo sa di preciso, ma sente che le sue azioni sono già state infisse nella Storia sin dall’eternità. Dice: «Achab è per sempre Achab, uomo. Questa scena sta tutta irrevocabilmente scritta. La provammo, io e te, un miliardo d’anni prima che quest’oceano cominciasse a rollare». Follia? Forse sì

Oltre ad Achab, Starbuck, Ismaele, Queequeg, e altri personaggi talvolta solo sbozzati in chiaroscuro dalla ciurma del Pequod, c’è un piccolo personaggio che trova rilievo narrativo dopo un episodio drammatico: si tratta del mozzo Pip, che cade in mare e ci resta per ore prima di essere ripescato; l’episodio lo fa impazzire trasformandolo in un grottesco profeta che canta canzoncine idiote; assomiglia a uno di quei giullari shakespeariani che dicono delle verità incomprensibili e inquietanti. Achab lo nota e sente una grande tenerezza nei suoi confronti, come se solo lui potesse davvero comprenderlo. 

Le loro domande combaciano: Pip a tutti domanda «Che fine ha fatto Pip?», e balla e ride; Achab a ogni nave che incontrano, come la Raquel, domanda: «Avete visto la Balena Bianca?». I due personaggi ci sembrano complementari quasi fossero il Tragico e il Comico: «Achab e Pip, in perpetuo stato d’attesa verso l’oceano (…), pur sospesi al di sopra di spazio e tempo sono immersi nella tensione. Poiché essi, quasi puri spiriti, puro linguaggio, trovano essenziale fondersi con un corpo» (Lucilio Santoni). Quel corpo, quel puro corpo, è rappresentato totalmente dalla Balena, che inghiottirà entrambi: «Così, invece, il corpo della balena si rivela essere quello della natura più schietta. È in veste della balena che l’altrove chiama Achab (...). Fuori dal tempo, si compie il destino» (L. Santoni).  

Stiamo addentrandoci verso la fine. La ricerca sembra vana, ma un certo punto, quando il libro sta volgendo al termine, quando l’inseguimento sembra vano, il mostro si manifesta nella sua enorme mole e nella sua lattiginosa bianchezza: siamo allo scontro finale.  

4Moby Dick: significato e simbolismo

Francobollo che ritrae Herman Melville
Francobollo che ritrae Herman Melville — Fonte: istock

Riflettiamo almeno sul simbolismo che si annida nel bianco mostruoso della balena: «Il bianco è un colore particolare perché racchiude diversi significati: da una parte rappresenta la virtù, l’innocenza, la grazia, il divino, ma in Moby Dick è spesso presente un’altra prospettiva che intreccia tali significati con una sensazione di vuoto, di nulla, di morte. Per questo, come descrive perfettamente Melville, il bianco racchiude nello stesso tempo una sorta di fascino e di terrore».  

Lo scontro si svolge in una tempesta di urla, acqua, assi di legno che volano e colpi di dorso e di coda violentissimi. La Balena Bianca, come non aspettasse altro che la sua nemesi, carica sul Pequod più volte. Achab è sulla scialuppa con gli altri ramponieri, pronto a giocarsi la sua mortale partita. La avvista, la insegue, tira il suo rampone che affonda nella carne della balena, conficcandosi. Riesce a ferire Moby Dick, ma resta avvinghiato nel cordame dei vari ramponi ed è trascinato nell’abisso, avverando le sinistre profezie del veggente di Nantucket.  

Poco dopo scompare anche il Pequod: «Allora cerchi concentrici avvilupparono anche la barca rimasta sola, con tutto il suo equipaggio, compreso ogni remo galleggiante e ogni manico di lancia; poi, mulinando cose animate e inanimate in un unico vortice, risucchiarono fino all’ultimo frammento del Pequod». (Moby Dick, p. 628) Persino un falco, in rappresentanza del Cielo, resta imprigionato nella bandiera di Achab perché «come Satana, non volle sprofondare nell’inferno finché non ebbe portato con sé un pezzo vivente di cielo per farsene scudo». 

Ed è la fine, il mare si richiude: «Allora piccoli uccelli volarono stridendo sull’abisso ancora spalancato; un triste flutto biancastro s’infranse contro i margini in pendenza; poi tutto franò, e il grande sudario del mare tornò a rollare come rollava cinquemila anni fa». (p. 629) 

Da quelle profondità risale una bara di legno, quella che Queequeg si era fatto costruire dal maniscalco di bordo, sentendosi prossimo alla morte. Ed è su quella bara sinistramente alla deriva sulla smisurata tavola marina che Ismaele sopravvive e sarà raccolto dalla baleniera Raquel. Solo così possiamo sapere di questa storia: «Ed io solo sopravvissi per raccontarlo», il versetto di Giobbe è uno straordinario e funesto epilogo. Quella bara che trasporta il nostro narratore, in fondo, è la metafora del libro che ne contiene la storia; ogni volta che apriamo quel libro, un mondo antico e scomparso rivive

Non era forse Omero, secondo Foscolo, che visitava le tombe e le ascoltava narrare? Immaginiamo allora che l’equipaggio della baleniera Raquel abbia salvato Ismaele, resuscitandolo da quella bara in cui giaceva mezzo morto di fame e di sete. Issatolo a bordo, gli avranno chiesto chi fosse, e lui avrà di certo risposto: «Chiamatemi Ismaele…», cominciando il suo racconto da cui noi, in un cerchio perfetto, siamo partiti. 

5Moby Dick, storia di un insuccesso editoriale

Inserviente dello zoo di Londra pulisce i denti di Moby Dick. Esposizione sulle balene
Inserviente dello zoo di Londra pulisce i denti di Moby Dick. Esposizione sulle balene — Fonte: getty-images

Inizialmente questo libro fu un insuccesso editoriale. Ma i capolavori sono pieni di un’immensa solitudine e fanno a meno di calcoli strettamente economici. Moby Dick, infatti, è un romanzo straordinario che ha segnato per sempre la letteratura mondiale. Come Cervantes nel Don Chisciotte, Melville descrive la vacua grandezza dell’uomo che tenta di emergere sopra le altre creature, affinché riesca a scoprire la Verità che si cela dietro i veli delle apparenze anche a costo della follia, come Achab. 

Anche Melville, tuttavia, ha qualcosa di folle per ciò che ha osato in questo libro che mescola insieme tragedia, profetismo biblico, poesia, spirito romanzesco. È un’opera che respira la follia umana.  

Se leggere il libro vi sembrerà impresa folle, data la sua lunghezza e la sua natura sfuggente e insidiosa, non privatevi, tuttavia, di avvicinarvi a questa storia attraverso le sue tante ripetizioni e interpretazioni, dal film al graphic novel. 

Vi avvicinerete per gradi. Una volta che vi siate appassionati, guardate al libro di Melville come a un cetaceo che scorrazza libero nei mari del Sud. E, se avete il coraggio, mettevi in mare e seguitelo.

Di sotto al cappello abbassato sul viso, Achab lasciò cadere una lacrima nel mare; e tutto il Pacifico non conteneva ricchezze pari a quell'unica piccola goccia.

Herman Melville, Moby Dick