L'emigrazione italiana in letteratura: scrittori e opere

L'emigrazione italiana in letteratura: scrittori e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il fenomeno migratorio nella letteratura, come è stato rappresentato da autori e poeti nei romanzi e nelle poesie. Scrittori e opere che parlano di migranti, un argomento ancora oggi molto attuale.

1Una piccola suggestione

Emigranti italiani nel 1905 appena sbarcati ad Ellis Island
Emigranti italiani nel 1905 appena sbarcati ad Ellis Island — Fonte: getty-images

Ad Orfeo che scende nell’Ade per vedere Euridice è vietato di girarsi. La nostalgia può trattenerci e impedirci di andare avanti. Magari è un mito che parla solo della dimenticanza: se guardo l’antica Euridice, ormai morta, non potrò trovare la nuova Euridice che mi aspetta fuori dall’Ade. Dunque, non voltarsi indietro vuol dire anche non incappare nella nostalgia. Diamoci un ultimo bacio, facciamo un’ultima volta l’amore, visitiamo per l’ultima volta la nostra casa… significa voltarsi indietro e continuare ad amare i fantasmi. 

Perché questa premessa? Perché ci occupiamo di un fenomeno molto particolare: le migrazioni e il loro riflesso in letteratura, la storia di come molti nostri antenati sono andati alla ricerca del nuovo, senza voltarsi indietro

Partiamo proprio da una delle ultime narrazioni che sono state fatte in proposito: il monologo Novecento, di Alessandro Baricco, da cui è stato tratto il famoso film La leggenda del pianista sull’oceano

«Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa ... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire ... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi ... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo ... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte ... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni ... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l’America» (Alessandro Baricco, Novecento). 

La nave italiana Conte Grande piena di emigranti italiani in partenza da Genova per l'Argentina. 1 febbraio 1952
La nave italiana Conte Grande piena di emigranti italiani in partenza da Genova per l'Argentina. 1 febbraio 1952 — Fonte: getty-images

L’America è una terra promessa, terra di fantasie, di utopie, di sogni che si possono realizzare dal nulla – come per magia, come si dice in una famosa canzone, New York New York. L’America è diventata anche un modo di dire: «Ha trovato l’America», per dire che ha finalmente trovato l’occasione della sua vita, il sogno a lungo inseguito, il successo desiderato.   

Questo sogno – purtroppo alimentato dalla fame, dalla miseria, dall’indigenza e dalla disperazione – ha spinto milioni di italiani a lasciare la loro casa e ad andare verso l’ignoto, in giro per il mondo, ovunque ci potesse essere un’America da cui ripartire.   

Molti scrittori come Pascoli, De Amicis, Pirandello, Soldati, Pavese ne hanno parlato, dandone una visione a volte cronachistica, a volte esistenziale. Vediamo insieme come.   

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» (Cesare Pavese, La luna e i falò).

2Una realtà sempre attuale

Una famiglia di immigrati italiani a Providence, Rhode Island, Stati Uniti d'America
Una famiglia di immigrati italiani a Providence, Rhode Island, Stati Uniti d'America — Fonte: getty-images

Un giorno, parlando con un mio amico che aveva parenti in America, capii che si potevano avere parenti dall’altra parte del mondo, con nomi e cognomi italiani, o con nomi inglesi e cognomi italiani. Curioso! Negli anni successivi scoprii che c’erano tanti gli italiani ad avere parenti all’estero, in America del Nord o del Sud, nell’Europa del Nord, in Australia e così via.

Tutti migrati in cerca di fortuna, perché si moriva di fame, scoprii dopo. Fu un personaggio doloroso nella nostra storia che accadde già a partire dal 1861 – all’indomani della nostra sospirata e difficile unità nazionale. L’Italia era stata fatta ma ancora gli italiani non erano stati fatti, a quanto pare.

Immaginiamo il dramma: se è vero che partire è un po’ morire, immaginiamo cosa sia significato vedere partire figli e figlie, nipoti, amici, amiche fratelli e sorelle. Spostare la casa altrove: come fecero i nostri avi che tentarono di non perdere le loro radici, ma di mantenerle salde e vive.

Madonna, alias Veronica Ciccone, è figlia di emigranti italiani (Abruzzo) così come lo scrittore John Fante (sempre Abruzzo), così come Robert De Niro (Molise) e anche Stefani Joanne Angelina Germanotta, alias Lady Gaga, ha origini italiane (Sicilia). L’elenco è lungo e puoi divertirti a vedere quali personaggi famosi in America hanno origini italiane e vengono proprio da quei flussi migratori di cui ora scriveremo qualcosa, soprattutto per quanto riguarda il loro riflesso letterario.

3«Sull’oceano» di De Amicis

Edmondo De Amicis
Edmondo De Amicis — Fonte: ansa

Il famoso autore del libro Cuore è stato anche uno degli autori più attenti a descrivere il fenomeno migratorio, componendo il romanzo-inchiesta «Sull’oceano», scritto nel 1889, con cui l’autore racconta il viaggio sulla Galileo da Genova a Buenos Aires, meta molto ambita dagli italiani. Ne emerge un ritratto indelebile di quello che è stato affrontare quel viaggio.

Su questo tema De Amicis ha composto anche “Gli emigranti” (1881), il romanzo “In America” (1897) e infine un racconto, sempre dal titolo eloquente: “Dagli Appennini alle Ande“.

Vediamone un piccolo stralcio tratto da Sull’oceano:

«Che piacevole risvegliarsi! Quelle parole “oggi sentiremo la terra sotto i piedi” nelle quali s’esprimeva il pensiero di tutti, avevan per noi come un suono e una forza nuovi, e si provava a ripeterle una specie di piacer fisico, come quello che si sente stringendo il braccio intorno a una colonna di granito. Oltre che per l’altre ragioni, si desiderava impazientemente d’arrivare anche per questa, che, in fine d’una lunga navigazione, s’è stanchi irritati da non poterne più di quella perpetua danza di linee, di quel continuo accorciarsi, piegarsi e ritorcersi a cui s’è costretti dall’angustia d’ogni cosa, e da quell’eterno odor di salsedine, di catrame e di legno».

Erano insomma dei veri e propri «viaggi della speranza», espressione in uso ancora oggi, ricordando proprio quelle traversate avventurose dei nostri antenati

4Giovanni Pascoli: «Primi poemetti» e «Secondi poemetti»

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli — Fonte: getty-images

Giovanni Pascoli, grande sperimentatore in poesia, vide nel linguaggioitalo-americano – i segni di una commistione affascinante e inquietante, in cui le parole sembrano disarcionate dalla loro cultura per diventare nuovi significanti e nuovi significati. Inoltre, il tema dello sradicamento è pascoliano per eccellenza, così come quello del nido da ricostruire, opponendosi alla sorte avversa.

Già nella poesia Lavandare Pascoli aveva affrontato il tema dell’emigrazione, ma adesso, avvertendo ancora più empatia per i milioni di emigranti affronta il tema in modo più approfondito nei “Primi poemetti” e nei “Secondi poemetti”.

Vediamone un esempio tratto da “Italy” (1904) che racconta del ritorno ai luoghi d’origine di una bambina figlia di italiani emigrati negli Stati Uniti:

Oh! No: non c’era lì nè pie nè flavour
nè tutto il resto. Ruppe in un gran pianto:
“Ioe, what means nieva? Never? Never? Never?

Oh! no: starebbe in Italy sin tanto
ch’ella guarisse: one month or two, poor Molly!
E Ioe godrebbe questo po’ di scianto.

Mugliava il vento che scendea dai colli
bianchi di neve. Ella mangiò, poi muta
fissò la fiamma con gli occhioni molli.

Venne, sapendo della lor venuta,
gente, e qualcosa rispondeva a tutti
Ioe, grave: "Oh yes, è fiero... vi saluta...

molti bisini, oh yes... No, tiene un frutti-
stendo... Oh yes, vende checche, candi, scrima...

Conta moneta! Può campar coi frutti...

Il baschetto non rende come prima...
Yes, un salone, che ci ha tanti bordi...
Yes, l’ho rivisto nel pigliar la stima..."

Il tramontano discendea con sordi
brontoli. Ognuno si godeva i cari
ricordi, cari ma perchè ricordi
:

quando sbarcati dagli ignoti mari
scorrean le terre ignote con un grido
straniero in bocca, a guadagnar danari

per farsi un campo, per rifarsi un nido...

Questa composizione, scritta in terza rima, vede l’incontro tra una famiglia di ritorno a casa (seppure per poco) e i nonni rimasti in Italia. Inizialmente è patetico e triste l’incontro tra la nonna che parla solo dialetto e la bambina nata e cresciuta in America, la quale non parla più italiano ormai

Ma è anche il caso del Poemetto “Pietole” (1906), che parla di un contadino che dice addio alle sue terre, spinto dalla fame. 

5Luigi Pirandello: lettere oltreoceano

Luigi Pirandello
Luigi Pirandello — Fonte: getty-images

Luigi Pirandello affronta in modo più marginale l’emigrazione italiana. Eppure anche lui ha lasciato pagine indimenticabile, anche grazie al fatto che si era spostato in America e aveva viaggiato sui famosi piroscafi intercontinentali. Il dramma era per chi andava e per chi restava, poiché poneva di fronte a lacerazioni insanabili.

Una novella in cui si parla di emigrazione è L’altro figlio, in cui la protagonista, Mariagrazia, vede i suoi figli allontanarsi fisicamente e affettivamente fino a non corrispondere più le sue lettere, situazione che la porterà alla follia. 

Mariagrazia è analfabeta e vuole far scrivere alla signora Ninfarosa una lettera per i suoi figliuoli Oltreoceano per interposta persona, servendosi di uno dei tanti emigranti che partiranno il giorno appresso. 

La signora Ninfarosa sbriga di malavoglia l’incombenza da trascrittrice di lettere sotto dettatura. Tale fretta alimenta i sospetti di Mariagrazia che, sulla strada del ritorno a casa, incontra il giovane dottorino del paese e gli fa leggere la lettera che però contiene una serie di segni incomprensibili (scarabocchi insomma). 

Da qui parte la tragedia e anche l’emarginazione di Mariagrazia via via allontanata da tutti in paese perché non si serve dell’altro figlio, rimasto invece in Italia.

Altre novelle sul tema sono Lontano e Nell’albergo è morto un tale

Vediamo uno stralcio. 

Cari figli,  – cominciò a dettare la vecchia. 
– Io non ho più occhi per piangere…  – seguitò Ninfarosa, con un sospiro di stanchezza. E la vecchia:
–    Perché gli occhi miei sono abbruciati di vedervi almeno per l’ultima volta…
–    Avanti, avanti! – la incitò Ninfarosa. – Questo gliel’avrete scritto, a dir poco, una trentina di volte.
–    E tu scrivi. E la verità, cuore mio, non vedi? Dunque, scrivi: Cari figli…
–    Daccapo?
–    No. Adesso un’altra cosa. Ci ho pensato tutta stanotte. Senti: Cari figli, la povera vecchia mamma vostra vi promette e giura… così, vi promette e giura davanti a Dio che, se voi ritornate a Farnia, vi cederà in vita il suo casalino.
Ninfarosa scoppiò a ridere:
–    Pure il casalino? Ma che volete che se ne facciano, se già sono ricchi, di quei quattro muri di creta e canne che crollano a soffiarci su? 

6Tornare a casa: la visione di Cesare Pavese

Appassionato di cultura americana, traduttore del famigerato Moby Dick di Hermann Melville, Cesare Pavese affronta il tema dell’emigrazione sia nel suo capolavoro La luna e i falò (1950), sia in una poesia molto significativa tratta da Lavorare stanca, cioè I mari del Sud. Il ritorno del cugino viene descritto così:

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: «Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.

Cesare Pavese
Cesare Pavese — Fonte: ansa

In La luna e i falò Pavese mette a sistema tre diversi temi: l’amore conflittuale per la terra d’origine, l’ammirazione per l’America, terra delle grandi occasioni, e l’emigrazione con il suo carico di nostalgia e disperazione

Il protagonista del romanzo è Anguilla, che torna a casa, nella valle piemontese del Belbo, dopo essere emigrato in America anni prima come tutti in cerca di fortuna. 

Ma Anguilla, disorientato dalla grandezza dell’America, dalla sua assenza di confini e forse anche di regole, dalla mancanza di quotidianità e ritmi rurali cancellati dalla metropoli (erano lì, nelle metropoli, le vere occasioni) sceglie di tornare a casa, nel suo paese, dalle sue radici, dove le sue ossa possono riposare come in sorta di visione foscoliana della vita

Infatti il narratore afferma: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». E sull’America, quel grande paesone, afferma: «Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura».  

7John Fante: la narrazione dei migranti

John Fante
John Fante — Fonte: getty-images

Questo scrittore italo-americano è originario di Torricella Peligna e nei suoi racconti e romanzi ha spesso affrontato il tema dello sradicamento dei migranti, di cui lui per primo fece esperienza, come possiamo immaginare. Fante mantenne sempre forte il suo legame con l’Italia, mai rinnegato, anzi ostentato con fierezza, cifra di una diversità difficile, ma autentica. 

Fante racconta sempre in via auto-biografica, con una raffinata e talvolta grottesca auto-finzione, la storia del suo alter ego Arturo Bandini in cerca di successo economico e di affermazione esistenziale; nel suo voler raccontare storie echeggia in fondo il grido disperato del migrante: «Io esisto, guardatemi». 

Da una rivelazione, quasi da un’epifania dettata da Delitto e castigo di Dostoevskij, Fante matura un amore per il mondo, per la sua stessa patria derelitta e abbandonata, per la sua condizione di esule. Insomma, Fante cerca quel tipico riscatto dell’emigrante, che non può prescindere dalla gestione della sua condizione difficile, dall’accettar quella diversità che lo contraddistingue

8Conclusione

Non è certo solo l’America la destinazione di tanti che partirono per far fortuna, ma l’America diventa per antonomasia la terra promessa, il simbolo stesso dell’emigrazione italiana tra l’Unità di Italia e la seconda guerra mondiale.

La letteratura che ne nasce parla di una frattura, di una lacerazione, di una lontananza che non si è ancora riusciti a rimarginare del tutto. È ancora molto strano per noi italiani sapere che una parte di noi – una gran parte – ha abbandonato l’Italia proprio mentre stavamo tentando di essere uniti. Trattandosi di un fenomeno di massa è di difficile comprensione. Questo è il motivo per cui a lungo non se ne è parlato.

Parlarne oggi offre la possibilità di ricordarci che in tutto il mondo pullulano le comunità italiane. E non solo: perché da sempre le persone si spostano, spesso in massa, e che non si sposterebbero mai, se potessero. Non abbandonerebbero casa, affetti, stabilità, abitudini. Se lo fanno è perché cercano un luogo in cui trovare pace «un nido», come dice Pascoli, che è stato negato dalla madrepatria.

Si fugge dalla guerra, si fugge per la fame, si fugge – come accade oggi con la fuga dei cervelli – perché il lavoro sperato, per cui si è stati educati, non è possibile. Allora via in cerca della grande occasione, per ricominciare da capo. Esuli, sradicati, in cerca di «un paese innocente» come dice Ungaretti nella poesia Girovago.