Michel de Montaigne: filosofia e pedagogia

Michel de Montaigne: filosofia e pedagogia A cura di Elisabetta Garieri.

Biografia, filosofia e pedagogia di Michel de Montaigne, scrittore e filosofo francese noto anche per i suoi aforismi

1Biografia di Montaigne

Ritratto di Michel Eyquem, Lord di Montaigne (1533-1572), con indosso il colletto dell'Ordine di San Michele
Ritratto di Michel Eyquem, Lord di Montaigne (1533-1572), con indosso il colletto dell'Ordine di San Michele — Fonte: getty-images

Michel Eyquiem de Montaigne nacque nel 1533 nel castello di Montaigne, nella regione del Périgord, da una famiglia franco-spagnola di nobiltà recente. Educato prima in casa, con grande attenzione per la cultura classica – in particolare per il latino, che si parlava in famiglia – poi al Collège de Guyenne di Bordeaux, studiò giurisprudenza a Tolosa e a Parigi.

Consigliere al parlamento di Bordeaux, strinse un legame di amicizia, nutrito da un fecondo scambio intellettuale, con Étienne de la Boétie, che però morì precocemente. Montaigne, dopo aver ottenuto l’eredità del padre, si licenziò dalla sua carica e si impegnò a far pubblicare le opere dell’amico scomparso.

Nel 1572 si ritirò nel suo castello, dove si dedicò allo studio e iniziò a scrivere gli Essais, i cui primi due libri uscirono nel 1580. Sulle travi della biblioteca aveva fatto incidere delle massime latine e il suo celebre motto: Que sais-je?

Più tardi, malato di calcoli, con il pretesto delle cure termali partì per un viaggio alla volta di Germania, Svizzera e Italia. Quel «pellegrinaggio» gli permise di allontanarsi dalla Francia, dilaniata dalle guerre civili. 

A Roma gli Essais furono censurati dal Vaticano

Nel 1581, eletto sindaco di Bordeaux, tornò in Francia per assolvere a quella carica. Per quattro anni svolse anche il ruolo di mediatore tra il re Enrico III e Enrico di Navarra, erede presuntivo al trono e futuro Enrico IV. 

Nel 1588 uscì una nuova edizione degli Essais, comprensiva del libro terzo. Montaigne continuò a rimaneggiare l’opera fino alla fine dei suoi giorni, nel 1592. Dal 1595 al 1635 vennero pubblicate varie riedizioni postume degli Essais, che però non tenevano conto del manoscritto annotato dall’autore stesso, chiamato «esemplare di Bordeaux», sul quale si basano invece le edizioni moderne. 

2Gli Essais di Montaigne, opera unica

Essais di Michel de Montaigne
Essais di Michel de Montaigne — Fonte:

Gli Essais sono stati definiti una delle invenzioni letterarie più sorprendenti dell’epoca moderna. Sono un’opera aperta, in divenire, difficile da incasellare in un solo genere o argomento. La parola essai deriva dal verbo essayer, a cui va ricondotto il titolo: non tanto «saggi», quanto «tentativi, prove».

«Un umore malinconico […] prodotto dalla pena della solitudine» spinse l’autore a scrivere: forse fu un modo per continuare il confronto con l’amico La Boétie, dopo che era morto. D’altra parte, il primo libro è interamente costruito attorno al Discours de la servitude volontaire, tramite il quale Montaigne aveva conosciuto De la Boétie.

3Le fonti di ispirazione

Castello di Michel de Montaigne. Edifici ricostruiti nel XVIII secolo
Castello di Michel de Montaigne. Edifici ricostruiti nel XVIII secolo — Fonte: getty-images

La formazione di Montaigne si era basata sui classici della letteratura greca e latina. Tra le sue fonti di ispirazioni si riconoscono i Moralia di Plutarco, adatti a essere ripresi in un’epoca in cui le raccolte di «lezioni» erano alla moda; il Seneca in particolare del De tranquillitate animi, ma anche delle Lettere a Lucilio, se si considerano gli Essais come una sorta di lungo dialogo con La Boétie; il Manuale di Epitteto.

4La forma e lo stile nelle opere di Montaigne

Ritratto di Michel de Montaigne
Ritratto di Michel de Montaigne — Fonte: getty-images

I tre libri degli Essais sono divisi in 107 capitoli, dai temi disparati e dalle forme varie e diverse: note di lettura, aneddoti, saggi filosofici, lettere, confidenze personali. Si tratta della prima opera filosofica redatta direttamente in francese.

Lo stile dotto e le centinaia di citazioni – in prosa o in versi, in francese o in latino – si alternano a uno stile diretto, condito da espressioni regionali, talvolta anche colorite.

L’autore scrive sempre al presente, e rifiuta le affermazioni categoriche, perché il suo scopo non è farsi portaparola di un sapere universale: piuttosto, il suo modo di procedere è vicino all’inchiesta, guidato com’è da dubbi, che spesso neanche vengono risolti.

Montaigne rivendica il disordine «come pegno di libertà e buona fede» della sua opera: con l’estrema varietà che la caratterizza, è proprio il metodo a darle unità e coerenza.

5Filosofia di Montaigne

«Mi sono presentato a me stesso, come argomento e come soggetto». «Sono io stesso la materia del mio libro… trovandomi interamente sprovvisto e vuoto di ogni altra materia, mi sono presentato a me stesso, come argomento e come soggetto» scrive l’autore negli Essais: il suo scopo è la conoscenza di sé, sulla scia del motto socratico «conosci te stesso».

Tutto il testo, però, non fa che mandare in frantumi l’illusione di un’identità personale fissa. L’unica certezza dell’autore è l’essere molteplice, fragile e in continuo cambiamento: l’unica possibilità di definirsi è la coscienza di un’insormontabile frammentazione.

6Montaigne e la crisi del pensiero

L’approccio filosofico di Montaigne è principalmente scettico, soprattutto per il primo libro, poi stoico ed epicureo per il secondo e per il terzo – anche se la distinzione non è netta, perché l’influenza scettica pervade l’intera opera, continuamente riaggiustata. Rispetto agli intellettuali umanisti, lui oppone lo scetticismo al dogmatismo, e la coscienza della miseria della condizione umana all’idea dell’eccellenza degli uomini.  

In quel momento, in Europa, il cristianesimo si dilania, le certezze vacillano, e gli ideali dell’umanesimo si stanno rivelando un fallimento: il pensiero di Montaigne è frutto della crisi del pensiero umanista, della quale, però, lui non si sente affatto vittima. La cultura giuridica fu uno dei luoghi cruciali di quella crisi, e Montaigne aveva studiato giurisprudenza: così, abituato com’era ad analizzare testimonianze, rifiutava ogni costruzione astratta della mente, e si basava invece sull'osservazione.  

7Origini del mito del «buon selvaggio» e critica alla crudeltà delle conquiste coloniali

Il suo relativismo lo portò a condannare la crudeltà delle conquiste coloniali occidentali nel Nuovo mondo – macchiate dal sangue dei massacri dei popoli indigeni – e a svelare gli interessi economici che le avevano mosse. Nel capitolo I, XXI, Des cannibales, riflettendo sugli usi di alcuni popoli indigeni, si chiese se fosse meglio mangiare uomini morti o sottoporre ad atroci torture uomini vivi, come accadeva in Europa, e se le efferatezze commesse nelle guerre di religione non fossero anch’esse una «barbarie». 

Con l’idea che i cosiddetti «selvaggi» del nuovo mondo fossero uomini innocenti e puri, dai quali gli occidentali avrebbero dovuto trarre esempio, per ripristinare una condizione felice ormai perduta, Montaigne inaugurò il mito del «buon selvaggio», ripreso da una folta tradizione successiva. 

8La pedagogia di Montaigne: «Preferisco una testa ben fatta a una testa ben piena»

Il capitolo XXVI del primo libro, scritto su richiesta di una contessa, Diane de Foix, che, incinta, cercava indicazioni su come crescere il futuro figlio, verte sull’educazione dei bambini. La lettera fa eco a quella di Gargantua a Pantagruel in Rabelais, e dimostra come i metodi pedagogici, con i quali è stato cresciuto anche Montaigne, si siano evoluti.

Montaigne delinea la sua idea di progetto educativo: lo studio delle lettere serve a plasmare uomini capaci, più che sapienti. A questo scopo serve un precettore di grande levatura morale e capacità di giudizio – «testa ben fatta» – più che erudito – «testa ben piena» –, che adotti i metodi seguenti:

  • non parlare da solo, riversando saperi nelle orecchie dell’allievo «come in un imbuto», ma ascoltare lui che parla, mettendolo alla prova nelle scelte e nei giudizi;
  • non far pesare la propria autorità, ma adattarsi al livello dell’allievo, per poterlo seguire da vicino;
  • non insegnare a molti allievi ma a uno solo, perché questo compito delicato, il più difficile che ci sia, sarebbe altrimenti impossibile;
  • non farlo ripetere a memoria, ma fargli capire il senso profondo di ciò che impara, insegnandogli a riformularlo e adattarlo per costituirsi il proprio giudizio;
  • non giudicare la sua memoria, ma la sua vita, il suo comportamento.

Detto con parole di oggi, Montaigne rifiuta il nozionismo fine a sé stesso, e all’autorità oppone l’autorevolezza, per formare spiriti critici più che eruditi.