Meriggiare pallido e assorto: significato e parafrasi alla poesia di Montale

Meriggiare pallido e assorto: significato e parafrasi alla poesia di Montale A cura di Antonello Ruberto.

Significato e parafrasi della poesia Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale. Analisi del componimento scritto nel 1916 e appartenente alla raccolta "Ossi di seppia".

1All’origine di Ossi di seppia

Eugenio Montale
Eugenio Montale — Fonte: getty-images

Meriggiare pallido e assorto viene scritta nel 1916, ed è perciò una delle liriche più antiche entrate a far parte di Ossi di seppia, in essa si avvertono le influenze dannunziane, dal tema del meriggio ad alcuni calchi linguistici, e quelle dantesche che si colgono invece nell’uso di determinate parole, che richiamano a passi della Commedia

Si tratta quindi di un componimento acerbo, in cui si è forte il peso dei modelli montaliani ma anche l’urgenza di definire una propria linea poetica. 

In questo senso, qui come in altre poesie di Ossi di seppia, questa sembra concretizzarsi in una ripresa dei topoi della poesia dannunziana che vengono però spogliati della loro dimensione aulica, che ben si adattava alla figura del Poeta-Vate, per farla rientrare in una dimensione personale, quotidiana, producendo una composizione dal tono vagamente crepuscolare

Lontano dal tono e dalla postura del poeta in grado di spiegare il mondo e i suoi segreti, come del resto annunciato in Non chiederci la parola, Montale non può far altro che descriverne alcuni frammenti

Le quattro strofe che costituiscono Meriggiare pallido e assorto hanno un carattere principalmente e potentemente descrittivo, in cui sono tratteggiate ambientazioni capaci di evocare, fin dalle prime battute, precisi stati d’animo, sensazioni di malinconia e di desolazione comunicate attraverso le immagini e che esprimono a pieno un’idea della vita soffocante e oppressiva tipica di Montale. 

2Meriggiare: analisi del componimento

Sotto l’aspetto compositivo la poesia è formata da tre quartine, cioè strofe di quattro versi, e da un’ultima strofa di cinque versi; questi sono novenari, decasillabi o endecasillabi.

Particolarmente ricco e vario è il piano ritmico, che segue lo AABB, CDCD, EEFF e GHIGH all’ultima strofa, dove inoltre i versi risultano legati per consonanza.

2.1Analisi della prima strofa

L’incipit della prima strofa è costituito da un verbo e due aggettivi, pallido e assorto, che fin dall’inizio danno il senso e il tono a tutta la poesia: il pallore è quello dato dal forte chiarore della luce del sole nel pomeriggio estivo, mentre quell’assorto può essere considerato quasi come una metonimia, in quanto capace di rendere, anche se con un termine non perfettamente appropriato, l’idea della lentezza e della fiacchezza

Dal v. 2 al v. 4 la quartina diventa puramente descrittiva, con l’immagine del rovente muro d’orto (v. 2) che rende ancora più esplicita la calura estiva prima di allargare la scena a elementi naturalistici, molto presenti e significativi nella poetica montaliana, e cioè le piante secche e spinose del v. 3 e gli animali presenti al v. 4. 

2.2Analisi della seconda e terza strofa

Questa modalità si mantiene alla seconda quartina, dominata dalla descrizione di un ambiente carico di elementi naturalistici con le formiche rosse (v. 2) che marciano sulle crepe del suolo (v. 1) in file che si rompono e s’intrecciano (v. 3), e prosegue identico nella terza dove però lo sguardo del poeta narratore si allarga rispetto all’orto del v. 2 per abbracciare un orizzonte più largo ma, comunque, frammentato e angusto, dove la vista del mare si riduce alle sue scaglie (v. 10), cioè ai pochi frammenti visibili attraverso le fronde degli alberi.

Ciò che colpisce particolarmente di queste prime tre quartine sono le soluzioni stilistiche che le caratterizzano e le accomunano, come l’uso dell’infinito sostantivato, che funziona cioè come un sostantivo; quest’utilizzo si rinviene verbi all’infinito come Meriggiare (v. 1), ascoltare (v. 2) e Osservare (v. 9) che, oltre a improntare la narrazione la lasciano priva di un soggetto definito.

Altra caratteristica stilistica è senz’altro il frequentissimo uso della consonanza con finalità espressionistica, l’uso reiterato dei gruppi -or-, -ol- e –ro-, quello di consonanti doppie e dure, come per descrivere i versi degli uccelli come in schiocchi (v. 4) e scricchi (v. 11) assumono una funzione quasi onomatopeica capace di arricchire la lettura di una vitalità sonora.

2.3Analisi della quarta strofa

L’ultima strofa rompe il flusso della narrazione poetica delle prime tre quartine. Composta di cinque versi invece che di quattro, mantiene l’uso dell’infinito sostantivato nei verbi sentire (v. 14) e seguitare (v. 16), fa eccezione l’uso del gerundio andando (v. 13) in apertura di strofa, che tuttavia non rompe il tono impersonale del testo, ma lo arricchisce di un significato ulteriore

risulta evidente anche il collegamento ritmico che unisce tutti versi in una continua consonanza che dà, dal punto di vista musicale, l’effetto di una triste cantilena, un effetto raffinato e ricercato che si sposa perfettamente con le intenzioni di Montale di rappresentare al lettore la sua idea pessimistica dell’esistenza. L’idea dell’esistenza come un ripetersi continuo e stanco di sofferenza emerge, appunto, con l’uso del gerundio in andando (v. 13) e con maggiore evidenza attraverso il verbo seguitare (v. 16).

L’essere umano, quindi, procede incapace di vedere, accecato dal sole che abbaglia (v. 13) e perciò impossibilitato ad arrivare a una vera conoscenza, può solo sentire (v. 14), cioè intuire, una qualche verità sull’esistenza, di come questa sia un continuo travaglio (v. 15) da cui non si può fuggire, come una muraglia (v. 16) che ha sulla sommità dei cocci aguzzi (v. 17) per impedire che qualcuno scavalchi per vedere cosa c’è dall’altra parte

3Meriggiare pallido e assorto: testo e parafrasi della poesia

Testo

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Parafrasi

Il pomeriggio trascorre assolato e sonnolento
vicino al muro rovente di un orto,
si sentono tra i rami secchi delle piante spinose
il verso dei merli, lo strisciare delle serpi.

Sulle crepe della terra secca o sulla veccia
si possono vedere le colonne di formiche rosse
rompersi e intrecciarsi
sulla cima di piccoli mucchi di terra.

Tra le fronde degli alberi si scorge il muoversi
lontano delle onde del mare
mentre si levano i versi scricchiolanti
di cicale dai monti spogli bruciati dal sole.

E mentre si cammina sotto questo sole abbagliante
accorgersi con tristezza e meraviglia
che la vita e tutto il suo dolore
sono questo muro continuo
che sulla sommità schegge di vetro di bottiglia.