Riassunto e analisi di Medea di Pier Paolo Pasolini

Di Redazione Studenti.

Di cosa parla il film di Pier Paolo Pasolini tratto dalla tragedia di Euripide. Analisi di Medea: personaggi, luoghi, frasi celebri

PIER PAOLO PASOLINI, MEDEA

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di Medea
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di Medea — Fonte: getty-images

Dopo pochi minuti da quando inizia la visione della Medea di Pier Paolo Pasolini, già diventa difficile capirne la logica, il senso, il modo di rappresentare in una maniera così “strana”, una mito così antico e famoso, che di strano ha tutto meno che la narrazione in sé della vicenda.

L’intento del regista è di non narrare la storia di Medea attraverso gli eventi della tragedia classica, ma neanche di farne una ritrattazione in chiave moderna come farà dopo una trentina di anni Christa Wolf; il suo scopo è quello di tradurre in immagini le visioni di una Medea che si trova lacerata di fronte al rapporto irrisoluto tra passato e presente, i quali, nella sua esperienza, coincidono con due diverse terre e due diversi stadi di civiltà.

Queste “visioni” sono la causa di un’apparente mancanza di logicità e consequenzialità: dunque è proprio la visionarietà di Medea che impedisce una consequenzialità degli eventi.

Nel film lo spettatore non vede la storia di Medea passo dopo passo, ma solo ciò che Medea vede, e ciò che vede è condizionato dalla freddezza che sente dentro di sé, cioè è come se lo spettatore guardasse la sua vicenda penetrando nella sua interiorità.

MEDEA PASOLINI: ANALISI

Ma, a parte questa piccola riflessione chiarificativa del modo di portare sulla scena filmica il mito, è importante innanzitutto sottolineare alcuni punti chiave del film. 

Medea si trova praticamente trasportata in un mondo, in una civiltà completamente diversa da quella in cui viveva prima di conoscere Giasone, ovvero la sua terra natia, la Colchide. Quella del suo popolo è una società matriarcale, dove la donna ha un ruolo rilevante, competenze, diritti e doveri. Questo tipo di società si pone in netto contrasto con la società patriarcale di Corinto, dove la donna greca non doveva fare altro che stare in casa e lasciare che il marito si occupasse di tutto.

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Ma non solo: la donna greca doveva tollerare tutto del marito, anche il fatto che egli potesse avere delle amanti. Si capisce così come a Corinto ci fosse una netta distinzione tra uomo e donna e una netta inferiorità di questa rispetto al primo.

Questo rimanda al romanzo di Christa Wolf, che probabilmente ha tratto spunto da Pasolini. Ovviamente solo in questo aspetto, perché comunque tra i due ci sono molte differenze. Dunque la Wolf potrebbe aver tratto spunto da questo film, ma allo stesso modo Pasolini ha tratto spunto dalla “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro per quel che riguarda l’aspetto di Medea come donna straniera in una terra che non la accetta. Ovviamente Alvaro ha insistito su questo aspetto più di quanto l’abbia fatto Pasolini, incentrando tutta la sua tragedia sulla persecuzione razziale del popolo di Corinto nei confronti di Medea.

Ma, ad ogni modo, i legami tra Alvaro e Pasolini e Pasolini e la Wolf ci sono e non possono essere tralasciati. (Da Alvaro inoltre Pasolini riporta la stessa fine di Glauce, che si butta dalla torre del suo palazzo).

MEDEA, PASOLINI

Ma ora diamo uno sguardo alle novità che Pasolini porta avanti sui personaggi, le loro emozioni e i loro rapporti. Nel film non si vedono gli affetti presenti nella tragedia di Euripide, che qui sono come azzerati: il tradimento di Giasone, la maternità di Medea, il rapporto tra Giasone e Medea restano solo come ricordo o come miraggio irraggiungibile di quel famoso sguardo visionario di Medea, che orchestra tutto l’articolarsi della vicenda.

L’amore, il desiderio di vendetta, la rabbia, il pianto di Medea è come se si consumassero nella freddezza più assoluta. Tant’è vero che tra Giasone e Medea non c’è mai dialogo, tranne che alla fine del film, quando, come pensa anche Medea, le parole non servono più a nulla.

Senza dubbio Pasolini sceglie per il suo film lo stesso finale tradizionale della tragedia di Medea, che Euripide fu il primo a mettere in evidenza, e cioè l’infanticidio. Ma anche in questo aspetto c’è una differenza rilevante rispetto alle tragedie di Euripide e Seneca: la Medea di Pasolini non uccide i figli per vendetta, odio o rabbia, dal momento che in lei le passioni sono quasi del tutto assenti. Li uccide perché simbolo di un amore insincero, frutto della profanazione del suo mondo sacro, che lei stessa, incantata da questo amore, aveva violato quando aveva tradito il padre, aiutando Giasone nella conquista del Vello, ma soprattutto quando aveva ucciso suo fratello Apsirto, sempre per aiutare Giasone, l’uomo che pensava essere tutto per lei, ma che poi si è rivelato essere il nulla. Questo nulla spiega anche l’assenza di passioni, sia positive che, soprattutto, negative, registrate in Medea subito dopo l’abbandono.

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