Marco Valerio Marziale: vita, poetica ed epigrammi

Marco Valerio Marziale: vita, poetica ed epigrammi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Vita e poetica di Marziale, poeta romano considerato il più importante epigrammista in lingua latina, autore degli Liber de spectaculis e di 12 libri di epigrammi.

1Marco Valerio Marziale

Marco Valerio Marziale
Marco Valerio Marziale — Fonte: getty-images

Marziale è l’unico autore ad essersi dedicato esclusivamente all’epigramma, genere letterario tra i più antichi e che risaliva, infatti, alla Grecia arcaica. Con gli epigrammi – contraddistinti dalla brevitas – si esprimeva la necessità di dire qualcosa, un pensiero, un giudizio, un sentimento… e magari spingere alla risata e poi alla riflessione; ma sempre per lasciare una traccia. Questo è il punto: lasciare una traccia. Di questo genere si sarebbe appropriato, ad esempio, un poeta Montale che nel suo Piccolo testamento rivendica con orgoglio la bellezza di poter dire qualcosa della realtà, un’ultima baluginante parola. Gli epigrammi sono spesso sentenziosi ed erano anch’essi legati, almeno anticamente, alle iscrizioni tombali.

Marziale ne è il re indiscusso a Roma perché sul modello antico è capace di innestare i sales tipici della comicità italica. Il suo universo è popolato di figure grottesche che si aggirano senza avvedersi dell’occhio del poeta pronto a immortalarle sulla carta.

2La vita di Marziale

Marziale nasce verso il 40 d. C. a Bilbilis nella Spagna Tarragonese, oggi odierna Calatayud. Ricevuta in patria una buona educazione letteraria, grazie alla potente famiglia degli Annei (di cui facevano parte anche Seneca e Lucano appunto) intorno al 64 d. C. si trasferisce a Roma

Marziale è uno dei tanti intellettuali in cerca della ribalta sul palcoscenico della grande e caotica Urbe. Viveva in una condizione modesta e questo gli diede spunto per esagerare la sua condizione di povero cliente dei patroni, seguendo più un topos letterario che la verità. A Roma, però, che è comunque una città costosa, per vivere di letteratura, si trova costretto a sbarcare il lunario facendo il cliens, scrivendo bigliettini d’auguri (Xenia e Apophoreta) per i potenti signori Roma. Si sente frustrato e umiliato, ma sta al gioco, accetta il compromesso… ‘abbozza’, come si dice a Roma. 

A partire dall'80 inizia a scrivere epigrammi in cui rifletteva sulla società e dipingeva a tratti impietosi e ridenti i personaggi della società che venivano così caricaturati e sbeffeggiati. Da allora in poi cominciò a pubblicare i suoi carmi puntualmente ogni anno tra l'86 e il 96 e il pubblico si divertiva perché si vedeva ritratto e poteva ridere di sé stesso: era il largo pubblico dei salotti, delle terme, dei banchetti e degli spettacoli. Eppure, considerati i tempi, mica era così semplice vivere di sola letteratura… per questo l’agiatezza economica rimase sempre un sogno proibito per Marziale: non era che uno dei tanti clientes che girovagavano per Roma, svolgendo per i loro patroni le occupazioni più varie.

Observare iubes atria, Basse, tua,
deinde haerere tuo Iateri, praecedere sellam,
       ad viduas tecum plus minus ire decem.
Trita quidem nobis togula est vilisque vetusque:              
       denaris tamen hanc non emo, Basse, tribus.

[Tu mi dai tre denari, Basso, e vuoi che con la toga,
la mattina io sorvegli l’atrio della tua casa,
che sia attaccato al tuo fianco, che preceda la tua lettiga,
che visiti con te più o meno dieci vedove.
la mia toga è logora, è rovinata, non esiste più:
ma non posso comprarla, Basso, con i tre denari che mi dai.]
(IX, 100)

La povertà è un grande tema della poesia comica, tuttavia è vero che Marziale la soffre e sogna una grande occasione di affermarsi in modo definitivo, un’artista bravo e talentoso costretto a compromettere la sua arte per vivere decentemente. E non si può sempre aspettare.

A un certo punto si stufa di provarci e, morto Domiziano, venuto meno uno dei suoi protettori, nel 98 Marziale volle ritornare a Bilbilis: fu aiutato da Plinio il Giovane. Lasciare Roma fu difficile e questa sensazione la racconta bene il film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Carlo Verdone nei panni di un artista in cerca di fama e di occasioni, deluso da Roma, dopo averci vanamente provato, dopo averla appassionatamente amata, decide di lasciarla: «Sai», dice a Gep. «Roma mi ha molto deluso». Con Roma si ha spesso un rapporto di odio-amore. Marziale si definiva a tal proposito ventosus, come Orazio (Ep. 1, 8).

Quando si trova a Roma rimpiange il suo paese in campagna; quando si trova lì ha nostalgia della frenesia di Roma, della vita, delle occasioni, della gente, del grande spettacolo umano che vi si svolge! Ma Orazio era un poeta affermato, protetto, libero di muoversi come voleva. Marziale è costretto a subire le intemperanze della città e a vivere di compromessi: Iam parce lasso, Roma, gratulatori, / lasso clienti. «Abbi pietà di me, o Roma: sono stanco di fare il ruffiano, / sono stanco di fare il cliente» (X, 74, 1-2). E poi ci sono i rumori continui, non diversamente da oggi: tram, autobus, metropolitana, treni… Roma è così da sempre: Nos transeuntis risus excitat turbae, / et ad cubilest Roma. Taedio fessis / dormire quotiens libuit, imus ad villam. «Mi svegliano le risate della folla che va su e giù: è come se avessi tutta Roma nel mio letto. Così, non potendone più di questo tormento, quando voglio dormire me ne vado in campagna» (XII, 57, 26-28).

Dopo appena tre anni nella sua Bilbilis subito si pente di questa scelta. Gli manca Roma. L’unica consolazione è lo studio (XII, prefazione). Rimpiange la popolarità di cui godeva, le sue poesie che erano sulla bocca di tutti. Guardandosi indietro, pieno di nostalgia, Bilbilis muore nel 104 d. C.

3Gli epigrammi di Marziale

Colosseo
Colosseo — Fonte: getty-images

Gli epigrammi di Marziale comprendono il Liber de spectaculis dell’80 d. C., raccolta che celebra i giochi organizzati per l’inaugurazione dell’Anfiteatro Flavio.

Seguono 12 libri di epigrammata (epigrammi), alcuni dei quali provvisti anche di introduzione in prosa e altri due libri intitolati Xenia e Apophòreta, ossia «doni per gli ospiti» e «doni da portare via». Servivano ad accompagnare i regali che ci si scambiava durante la festa dei Saturnali (offerti dal padrone di casa ai suoi invitati).

Tutta questa produzione copre un periodo piuttosto ampio che va dall’85 al 102 d. C., in buona parta sotto il principato di Domiziano, verso il quale Marziale è costretto a profondersi in lodi sperticate, comunque non rinnegate alla morte dell’imperatore.

3.1Schema dell’epigramma di Marziale: le due parti, premessa e aprosdoketon

Caratteristico di Marziale è uno schema diviso in due: nella prima parte si descrive un’azione o un personaggio; nella seconda si disattendono le premesse della prima parte attraverso una spiegazione conclusiva che mira a creare ‘un effetto a sorpresa’, una battuta di solito che chiude l’epigramma: in greco questo procedimento si chiama aprosdoketon o in latino fulmen in clausula. Vediamone alcuni esempi:

Oculo Philaenis semper altero plorat.
Quo fiat istud quaeritis modo? Lusca est.

[Fileni piange sempre con un occhio solo.
Chiedete come mai sia possibile? È guercia!]
(IV, 65)

Quadrantem Crispus tabulis, Faustine, supremis
non dedit uxori. "Cui dedit ergo?" Sibi.

[O Faustino, nelle sue ultime volontà Crispo nemmeno un centesimo
Diede alla moglie. «E allora a chi ha lasciato l’eredità?». A se stesso!]
(V, 32)

«Lusca est», «Sibi», sono le battute finali, l’aprosdoketon insomma. Come puoi vedere in entrambi i casi l’attesa è disattesa dalla battuta, altrimenti non ci sarebbe effetto comico il quale, come ben ci insegna Pirandello (e non solo lui) nasce solitamente da un avvertimento del contrario.

4Lingua e stile in Marziale

Marziale (40-102) che consegna una copia della sua opera all'imperatore Nerone. Incisione italiana del 1514
Marziale (40-102) che consegna una copia della sua opera all'imperatore Nerone. Incisione italiana del 1514 — Fonte: getty-images

Marziale si affida una sfrenata libertà delle parole, Lascivam verborum veritatem, come leggiamo nella prefazione al primo libro degli Epigrammata, che vale la pena di leggere:

Spero me secutum in libellis meis tale temperamentum ut de illis queri non possit quisquis de se bene senserit, cum salua infirmarum quoque personarum reuerentia ludant; quae adeo antiquis auctoribus defuit ut nominibus non tantum ueris abusi sint, sed et magnis. 2. Mihi fama uilius constet et probetur in me nouissimum ingenium. 3. Absit a iocorum nostrorum simplicitate malignus interpres nec epigrammata mea scribat: inprobe facit qui in alieno libro ingeniosus est. 4. Lasciuam uerborum ueritatem, id est epigrammaton linguam, excusarem, si meum esset exemplum: sic scribit Catullus, sic Marsus, sic Pedo, sic Gaetulicus, sic quicumque perlegitur. 5. Si quis tamen tam ambitiose tristis est ut apud illum in nulla pagina latine loqui fas sit, potest epistola uel potius titulo contentus esse. 6. Epigrammata illis scribuntur qui solent spectare Florales. 7. Non intret Cato theatrum meum, aut si intrauerit, spectet. 8. Videor mihi meo iure facturus si epistolam uersibus clusero:

Nosses iocosae dulce cum sacrum Florae
festosque lusus et licentiam uolgi,
cur in theatrum, Cato seuere, uenisti?
an ideo tantum ueneras, ut exires?

[«Spero di aver seguito nei miei scritti una misura tale, che non se ne possa lagnare alcuno che abbia la coscienza pulita, giacché (quegli scritti) scherzano mantenendo il rispetto anche per le persone di più basso livello: rispetto che agli antichi autori mancò a tal punto, che trattarono senza riguardo nomi non solo autentici, ma anche illustri. Per me la fama abbia un prezzo minore, e lo spirito sia l’ultima dote da apprezzare in me. Stia alla larga dall’innocenza dei nostri scherzi chi li interpreta malevolmente, né costui riscriva i miei epigrammi: si comporta in modo disonesto, chi esercita il proprio ingegno su un libro altrui. Per la scabrosa schiettezza delle mie parole, cioè per lo stile proprio degli epigrammi, chiederei scusa, se fossi io a costituirne l’esempio: ma così scrive Catullo, così Marso, così Pedone, così Getulico, così chiunque venga letto da cima a fondo. Se qualcuno tuttavia è così affettatamente corrucciato che per lui in nessuna pagina si può parlare a chiare lettere, costui può accontentarsi di questa epistola o, meglio ancora, del titolo. Gli epigrammi vengono scritti per quelli che son soliti assistere ai giochi Florali. Non entri Catone nel mio teatro, o, se vi entra, si fermi ad assistere. Penso che non abuserò dei miei diritti, se chiuderò questa lettera con dei versi:

Visto che conoscevi le cerimonie care alla scherzosa Flora,
e i giochi rituali e le licenziosità del volgo,
perché sei venuto a teatro, severo Catone?
O forse eri venuto solo per poi uscirne?»]

Insomma: se sei un bacchettone, è meglio se non leggi per niente, dice l’autore. Marziale prende spunto da Catullo e da altri che hanno scritto anche in modo scabroso, se necessario. In questa sfrenata libertà troviamo tutto il realismo di cui è capace l’autore, mezzo espressivo per rompere ogni censura e rivelare la realtà. Il poeta ama nominare le cose, anche le più scabrose, in modo esatto. È un linguaggio vicino al concreto, quotidiano, che mescola elementi alti (spesso in modo parodico) ed elementi anche bassissimi e turpi.

Negli epigrammi più solenni, specialmente quelli funebri, che non mancano, lo stile è particolarmente curato con un sapiente labor limae.

5La caricatura negli epigrammi: parcere personis, dicere de vitiis

Una volta a Piazza Navona, a Roma, ho chiesto a uno dei tanti disegnatori di caricature che cosa ci vuole per fare una buona caricatura: lui mi ha risposto «basta che cogli un difetto nel viso, una caratteristica e lo sproporzioni rispetto al resto: lo ingigantisci: tutto qui». Infatti è proprio così che Marziale agisce: il particolare si ingigantisce e deforma l’immagine. L’autore trasforma le persone di tutti in giorni in personaggi ossessionati dai propri vizi e dalle proprie manie così da offrirci un vasto campionario umano di avari, prodighi, amanti-zerbini, deformi, calvi, smilzi, grassi, dolicocefali, pedofili, arroganti, fifoni, avvocati truffaldini, vecchie imbellettate, cacciatori di eredità, etc., e così via ognuno colto in un punto particolare che viene poi deformato in chiave umoristica.

L’obiettivo è solo suscitare ilarità, far ridere il più possibile, senza nessun obiettivo dichiaratamente morale: la morale, in fondo, è insita nella dinamica stessa del comico, che ci spinge sempre a riflettere. Per questo non c’è intenzione di satira politica rivolta a personaggi altolocati: parcere personis, dicere de vitiis (X 33, v. 10), sostiene l’autore: «dire il peccato, ma non il peccatore», secondo un adagio ancora oggi usato. Il vizio – in latino il difetto che, come tale, va censurato – viene amplificato dalla descrizione iperbolica del personaggio. Come dicevamo all’inizio, Marziale costringe le persone davanti a uno specchio deformante, che li rende personaggi caricaturali. Insomma siamo davanti ad una fiera dei vizi: inutile che ci voltiamo: siamo proprio noi quelli lì.

    Domande & Risposte
  • Quali sono i temi degli epigrammi di Marziale?

    Marziale affronta temi leggeri. La sua si può definire una poesia comico-satirica di carattere erotico, simposiaco ma anche funebre.

  • Chi è il letterato che in epoca medievale imitava Marziale?

    Goffredo di Winchester.

  • Quando muore Marziale?

    Nel 104 d.C.