La marcia su Roma di Mussolini: storia e protagonisti

La marcia su Roma di Mussolini: storia e protagonisti A cura di Edoardo Angione.

La marcia su Roma di Mussolini e l'avvento del Fascimo: storia e cronologia degli eventi che nel 1922 rivoluzionarono il sistema politico italiano

1La marcia su Roma: introduzione

Il 28 ottobre del 1922, al termine di un periodo duro per l’Italia, durante il quale i fascisti erano riusciti ad imporsi grazie alla violenza e alle minacce, Benito Mussolini riesce ad ottenere dal re l’incarico per fondare un governo. Aveva 39 anni, nessuna laurea, la sua carriera in parlamento era stata piuttosto breve, e soprattutto era al comando di un partito armato, ostile al liberalismo e alla democrazia. Nonostante questo, l’esercito italiano, pur schierato in difesa di Roma, lascerà serenamente passare le camicie nere. Il fascismo ricorderà la marcia su Roma come un’impresa eroica, ma sostanzialmente il tutto si risolve pacificamente con un accordo. Cerchiamo di capire come tutto questa sia stato possibile. 

2La paura della rivoluzione

Al termine della Prima guerra mondiale, in Italia i problemi del dopoguerra sono più gravi che altrove. Il processo verso la democratizzazione della società era iniziato da pochissimo: solo dal 1913, infatti, era in vigore il suffragio universale maschile. La vecchia classe liberale era in crisi, perché non riusciva a rapportarsi con le masse dei cittadini, da sempre estranee alla vecchia Italia liberale, che per di più le aveva trascinate in una guerra che non volevano. Si stavano però consolidando nuove forze politiche in grado di inquadrare le masse, dialogare con loro e mobilitarle.  

Nel gennaio del 1919 i cattolici si organizzano nel Partito popolare italiano (PPI), un movimento che si dichiarava privo di una confessione religiosa precisa, ma che si ispirava direttamente alla dottrina cattolica ed era molto legato alla chiesa. Il movimento era stato voluto dallo stesso papa Benedetto XV per allontanare le masse dal socialismo. Per permettere ai cattolici di aderire, il papa abolisce nel 1919 il non expedit. Il fondatore don Luigi Sturzo era un sacerdote siciliano, convinto che i cattolici dovessero partecipare alla vita politica - ma il suo partito includeva anche elementi legati alla vecchia classe politica liberale. 

Foto di Don Luigi Sturzo
Foto di Don Luigi Sturzo — Fonte: ansa

Il Partito socialista in questi anni sta crescendo vertiginosamente: è dominato dalla propria corrente di sinistra, i massimalisti, il cui principale obiettivo era instaurare una repubblica socialista ispirata alla rivoluzione bolscevica del ‘17, pur senza muoversi concretamente per realizzarla. Insoddisfatti di questa scarsa propensione all’attività, alcuni elementi si stavano progressivamente avvicinando al mondo operaio, tentando di riproporre in Italia l’esperienza dei soviet russi. Insomma, il Partito socialista era un partito apertamente rivoluzionario, e si rifiutava per questo di dialogare con le forze ‘borghesi’ e democratiche. Questo preoccupava la piccola borghesia e forniva ottimi argomenti a moltissimi gruppi nazionalisti che stavano sorgendo in quei mesi, secondo i quali il socialismo andava fermato, e in fretta. 

3Mussolini

Benito Mussolini, classe 1883, era nato a Predappio, in Romagna. Sua madre era una maestra, suo padre era un fabbro socialista, anarchico, ma allo stesso tempo molto legato al patriottismo di figure come Mazzini. Dal padre Mussolini erediterà un profondo disprezzo per le autorità ed un temperamento incline alla ribellione e alla spavalderia. Era stato un tipico studente sveglio ma turbolento, che verrà espulso da svariate scuole, spesso a causa di comportamenti violenti: nel 1894 ad esempio ferisce un compagno con un temperino. 

Foto di Benito Mussolini
Foto di Benito Mussolini — Fonte: ansa

Nel 1901 riesce ad ottenere il diploma di maestro, inizia a frequentare sia i circoli socialisti che i bordelli di zona, e nel 1902 va in Svizzera per sottrarsi alla leva: proprio lui, che molti anni dopo punirà i disertori con la morte. Al suo ritorno in Italia, espulso a causa di attività facinorose con i socialisti, inizia a guadagnare consensi nel partito socialista Italiano per via delle sue ottime capacità di oratore e delle sue idee intransigenti, fino a diventare nel 1912 direttore del quotidiano socialista «Avanti!»

Come la maggior parte dei socialisti in Italia, Mussolini era stato inizialmente contrario all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, ma inizia presto a cambiare idea: la guerra sarebbe stata un’occasione per rendere l’Italia un grande paese, e del resto anche i socialisti tedeschi e francesi erano stati favorevoli alla guerra. Ma non i socialisti italiani, che alla fine del 1914 lo cacciano dal PSI. Nel 1915 si arruola quindi come volontario nell’esercito, ottenendo il ruolo di caporale. Dopo la guerra, Mussolini è ormai uno dei più accesi sostenitori del mito della vittoria mutilata. Nel marzo del 1919 fonderà i fasci di combattimento

4Una nuova forza politica

Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini in barca
Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini in barca — Fonte: ansa

I fasci di combattimento erano un movimento tanto innovativo quanto poco chiaro: si schieravano nettamente a sinistra, ma nutrivano un intenso odio nei confronti dei socialisti; erano a favore della repubblica e contrari alla monarchia, ma allo stesso tempo erano fortemente nazionalisti. Il fascismo degli inizi non raccoglie molte adesioni, ed è formato in prevalenza da ex sindacalisti rivoluzionari, ex repubblicani e reduci di guerra. La scarsa coerenza ideologica non è casuale: il movimento si presentava come proteso verso l’azione e non verso l’ideologia. 

L’altro elemento di novità del fascismo è l’aggressività e la violenza, che si scatena per la prima volta nell’aprile del 1919 a Milano, dove i fascisti assediano ed incendiano la sede dell’«Avanti!», il giornale che pochi anni prima Mussolini aveva diretto. Tutta questa violenza e tutta questa intolleranza erano un chiaro segno del clima del tempo. Un clima che aveva molto a che fare con ciò che era successo durante la conferenza di Parigi, dove i delegati italiani non erano riusciti ad ottenere Fiume e la Dalmazia. 

Per questo si diffonde in Italia un clima di risentimento verso il governo e verso i paesi alleati. Prima ancora dei fascisti, questi sentimenti erano stati incarnati da Gabriele D’Annunzio, che conia il fortunato termine ‘vittoria mutilata’, e che nel settembre del 1919 occupa la città di Fiume, al comando di un manipolo di avventurieri, politici, nazionalisti, ex rivoluzionari. È a Fiume che, peraltro, si parla per la prima volta di una marcia fino a Roma, con l’intento di cacciare il governo. 

5Le elezioni del 1919

Foto di Giovanni Giolitti
Foto di Giovanni Giolitti — Fonte: ansa

Le polemiche e le dimostrazioni scatenate dalla vittoria mutilata non erano certo il problema principale in Italia tra il 1919 ed il 1920. I prezzi del grano stavano aumentando a dismisura, dando luogo a tumulti contro il ‘caro-viveri’ in molte città, mentre i sindacalisti lottavano per un aumento degli stipendi, in particolare ricorrendo allo sciopero in modo massiccio. I lavoratori agricoli della Pianura Padana allo stesso tempo si stavano organizzando in leghe, sia socialiste che cattoliche. Le leghe socialiste stavano assumendo il controllo del mercato del lavoro, ottenendo aumenti di salario ed un ruolo di primo piano nella contrattazione con i proprietari terrieri. Nel frattempo i contadini del Centro-Sud, molti dei quali erano reduci di guerra, iniziano ad occupare le terre incolte. Insomma le agitazioni sociali erano molte, sconnesse tra loro, e stavano esasperando le divisioni in tutto il paese.  

In tutto questo, nel novembre del 1919 ci sono le elezioni, le prime a rappresentanza proporzionale, che segnavano la sconfitta della vecchia classe politica. I liberali, i democratici e i radicali, infatti, privi della struttura dei partiti di massa, si erano presentati divisi in svariate liste, perdendo così la maggioranza assoluta in parlamento. A spuntarla erano appunto i partiti di massa: i socialisti ottenevano più del 32% dei voti, seguiti dai Popolari di Sturzo con il 20% dei voti. Per quanto riguardava le liste dei fascisti, non avevano ottenuto che qualche migliaio di voti, e nessun deputato. Non era per niente facile, a questo punto, riuscire a formare una maggioranza di governo. Siccome i socialisti si rifiutavano di collaborare con gli altri partiti, gli unici a poter formare una maggioranza erano i popolari, i liberali ed i democratici. 

In queste circostanze torna al potere il vecchio Giolitti. Nonostante l’età (era quasi ottantenne) il suo programma era piuttosto avanzato, e comprendeva tassazioni ai titoli azionari e ai profitti dell’industria bellica, sperando di domare così, attraverso una serie di compromessi parlamentari, i socialisti. Oltre a risolvere una volta per tutte la questione di Fiume (rimuovendo peraltro D’Annunzio tramite lo schieramento delle forze armate), lo statista tenta di accogliere alcune delle istanze dei socialisti tramite le riforme, ma i liberali avevano perso terreno, i socialisti restavano ancorati su posizioni rivoluzionarie, e la lotta politica era uscita dal parlamento per entrare nei partiti, nelle piazze e nelle fabbriche. Il 20 settembre del 1920 l’occupazione delle fabbriche segna un episodio drammatico, vissuto dai lavoratori come l’inizio di una vera e propria rivoluzione: Giolitti si rifiuta di intervenire con la forza pubblica e accoglie alcune delle istanze degli operai. Ma ciò che era rimasto era una profonda ostilità verso il socialismo da parte degli italiani, profondamente legata alla paura della rivoluzione. Anche il movimento socialista finisce per spaccarsi nel gennaio del ‘21, quando a Livorno, da una costola a sinistra del PSI nasce il Partito comunista d’Italia.   

6A un passo dalla rivoluzione

Squadriglie fasciste armate di manganelli bruciano il quotidiano «Il Paese»
Squadriglie fasciste armate di manganelli bruciano il quotidiano «Il Paese» — Fonte: ansa

Con la scissione di Livorno finisce ciò che ricordiamo come il ‘biennio rosso’. Mussolini aveva capito che in Italia stava crescendo un riflusso antisocialista, e per questo, tra la fine del ‘20 e l’inizio del ‘21, il fascismo attraversa una fase di grande cambiamento ricordata come fascismo agrario. Il partito si militarizza ulteriormente, ed accantona gli originari progetti radicali e democratici, impegnandosi intensamente nella lotta violenta al socialismo, contro cui i fascisti iniziano a mobilitarsi dal novembre del 1920, partecipando ad una serie di scontri armati e ritorsioni nell’area di Bologna e del Ferrarese. Presto i proprietari terrieri intravedono nel fascismo un efficace metodo per contrastare le leghe rosse, ed iniziano ad appoggiarlo. Il fascismo in questa fase allarga la propria base di militanti, mentre il fenomeno dello squadrismo si riversa in molte grandi città del Centro e del Nord, seguendo ovunque le stesse procedure: 

  • Le squadre partivano dalle città verso le campagne, spesso a bordo di camion
  • Gli obiettivi erano le sedi delle leghe, i municipi socialisti, le camere di lavoro, che venivano incendiati
  • I dirigenti ed i militanti socialisti venivano pestati, e spesso costretti a partire.

Mentre molte amministrazioni rosse si dimettono e le leghe vengono sciolte, il fascismo costituisce nuove organizzazioni che promettono di incoraggiare i piccoli coltivatori. 

A contribuire al successo dello squadrismo sono spesso le autorità, benevolmente neutre o favorevoli agli squadristi, ma anche il fatto che molti piccoli proprietari e mezzadri non erano affatto favorevoli allo strapotere dei socialisti nelle campagne. Le forze dell’ordine, dal canto loro, vedevano nel fascismo un alleato contro i socialisti, mentre Giolitti, pur non appoggiando lo squadrismo, sperava che avrebbe portato socialisti e popolari verso un atteggiamento più ragionevole

Nel maggio del 1921 si torna alle elezioni. I candidati fascisti entrano nei blocchi nazionali, ovvero liste elettorali capeggiate dai conservatori, dai liberali e dai democratici che speravano di arginare il successo dei partiti di massa, legittimando così apertamente il fascismo, che in campagna elettorale si abbandona a nuove violenze. I risultati non penalizzavano particolarmente i socialisti, ma segnavano l’entrata in parlamento di 35 deputati fascisti, tra cui lo stesso Mussolini. Quando Giolitti si dimette all’inizio di luglio, l’Italia è sull’orlo di una guerra civile. Ad agosto il nuovo leader Ivanoe Bonomi, altro ex socialista, fa firmare alle due parti in causa una tregua, almeno teorica, il patto di pacificazione.

7La marcia su Roma

Manifestazione celebrativa dell'anniversario della Marcia su Roma
Manifestazione celebrativa dell'anniversario della Marcia su Roma — Fonte: ansa

Mussolini tenta a questo punto di inserirsi nella politica ‘ufficiale’, perché teme che il clima di tolleranza nei confronti dello squadrismo si possa prima o poi esaurire. Nel frattempo però internamente al fascismo si è sviluppata una frangia interna, capeggiata dai ras, i capi dello squadrismo agrario, che non condividono il patto di pacificazione. Per serrare i ranghi, Mussolini decide di sottrarsi al patto di pacificazione, trasformando però il fascismo, nel novembre del ‘21 da un vago movimento ad un vero e proprio partito: il PNF (partito nazionale fascista). Nel febbraio del 1922 si forma un nuovo governo dall’autorità politica ancora più scarsa del precedente, affidato a Luigi Facta, e nel frattempo la violenza squadrista torna a dilagare in modo sempre più spettacolare, scatenandosi contro il socialismo (ed il comunismo) in tutta Italia in occasione di uno sciopero generale, nell’agosto del ‘22.  

Esaurita la propria funzione antisocialista, il fascismo avrebbe potuto perdere l’appoggio dei liberali, della corona, e degli industriali: è a questo punto che Mussolini punta al controllo dello Stato. Mentre il fascismo si prepara ad un vero e proprio colpo di stato, organizzato dai quadrumviri  (Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi), Mussolini inizia a vestirsi da gentiluomo, con ghette e tuba, e rassicura la corona, i moderati e l’esercito delle proprie migliori intenzioni.

Ma il 24 ottobre a Napoli, durante una manifestazione, il capo del fascismo proclama che “o ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma”. Due giorni dopo, i fascisti fanno sapere al re che, se il governo non si dimetterà, passeranno all’azione armata. Il piano era piuttosto semplice: mobilitare tutti i fascisti d’Italia verso la capitale. Il governo schiera 28.000 soldati a Roma e prepara nella notte del 26 un decreto per la proclamazione dello stato d’assedio

La marcia su Roma:  i romani osservano le bravate dei Fascisti
La marcia su Roma: i romani osservano le bravate dei Fascisti — Fonte: ansa

Da un punto di vista tattico e numerico, il piano della marcia su Roma non aveva pressoché alcun senso: i fascisti che pretendevano di ‘conquistare’ Roma erano all’incirca 10.000, equipaggiati in modo insufficiente. Non avrebbero potuto nulla contro i soldati che presidiavano la città, e che tuttavia non fecero assolutamente nulla per fermare i fascisti. Questo perché Vittorio Emanuele III si rifiuterà all’ultimo di proclamare lo stato d’assedio, che avrebbe lasciato l’iniziativa ai militari: il re non si fidava particolarmente dell’esercito, ma soprattutto non avrebbe per nessun motivo voluto la responsabilità di una guerra civile

In definitiva, quindi, la marcia su Roma, nel senso di conquista militare della città di Roma da parte dei fascisti, non c’è. Di fatto, le legioni fasciste entrano a Roma il 30 ottobre in modo allo stesso tempo trionfale e pacifico, senza incontrare alcun tipo di resistenza. Si pensava di affidare ai fascisti la partecipazione ad un governo conservatore, ma Mussolini ambisce al ruolo di presidente del consiglio: viene ricevuto dal re la mattina del 30 ottobre, e la sera stessa il primo governo fascista è pronto. Mussolini resterà al potere fino al 1943. 

8Un colpo di Stato?

Mussolini e la Marcia su Roma
Mussolini e la Marcia su Roma — Fonte: ansa

La marcia su Roma si conclude dunque in un modo piuttosto ambiguo. Se i fascisti sono convinti di aver portato a termine una rivoluzione, i moderati hanno l’illusione di aver raggiunto un qualche tipo di compromesso con Mussolini, e sperano ancora di poter riassorbire in qualche modo il fascismo nello stato liberale. Per il momento Mussolini dichiara fedeltà alla corona, ed include nel governo elementi estranei al fascismo, come i nazionalisti ed i popolari, tutti scelti personalmente da lui: in seguito li avrebbe deposti all’occorrenza. Quanto ai fascisti, anche i quadrumviri verranno presto messi da parte dal duce. 

Mussolini aveva 39 anni, ed era il primo presidente del consiglio a non avere alle spalle una significativa carriera in parlamento, o persino una laurea. Si trattava inoltre del capo di un partito armato di massa, che negli scorsi due anni si era guadagnato consensi grazie alla violenza, e che era assolutamente estraneo alla democrazia e al liberalismo. 

Proprio come i liberali ed i moderati, buona parte degli avversari del fascismo erano convinti di trovarsi di fronte ad un fenomeno transitorio. Per i socialisti massimalisti e per i comunisti, poi, il governo fascista era pur sempre un governo ‘borghese’, come i precedenti, e quindi niente di nuovo. Ma come soltanto pochi tra gli antifascisti capirono all’epoca, quello che sembrava a molti un ritorno alla normalità era in realtà l’epilogo definitivo dello stato liberale in Italia.