Manifesto del futurismo di Marinetti: testo, analisi e commento

Manifesto del futurismo di Marinetti: testo, analisi e commento A cura di Sonia Cappellini.

Testo, analisi e commento del Manifesto del futurismo di Tommaso Marinetti, la raccolta di pensieri e intenzioni dei Futuristi.

1Biografia di Tommaso Marinetti

Filippo Tommaso Marinetti
Filippo Tommaso Marinetti — Fonte: getty-images

Filippo Tommaso Marinetti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1876, suo padre è un importante avvocato lombardo che cura gli interessi legali delle società impegnate nella costruzione e nello sfruttamento del canale di Suez. La sua famiglia è ricca, colta, amante della letteratura e anticonvenzionale. Lui e suo fratello, che parlano correntemente sia l’Italiano che il Francese, da ragazzi studiano nel prestigioso collegio dei gesuiti ma subito si mettono in luce per essere insofferenti alle regole, ai dogmi religiosi e alle letture tradizionali.   

Dopo il suo inizio africano in “rosa e nero”, il giovane Tommaso prosegue gli studi superiori a Milano e poi a Parigi. Il padre lo vorrebbe avvocato come lui e quindi lo convince ad iscriversi alla facoltà di legge all’Università di Genova, dove si laurea nel 1899, sembra dunque avviato sulla strada del diritto ma la morte prematura del fratello maggiore e della madre lo spingono alla prima rivoluzione della sua vita: abbandonare tutto per la letteratura.  

Non è un tipo Marinetti capace di seguire le orme e così, come si era opposto a una tranquilla e sicura carriera da avvocato, così da intellettuale e da scrittore non si accontenta di quello che offre il panorama europeo d’inizio Novecento. Il mondo della letteratura e in particolare quello della poesia è dominato dal Simbolismo, una corrente che non vede niente di buono nella realtà e che per questo preferisce rifugiarsi in una dimensione onirica, fantastica, trasognata.  

Eppure, intuisce Marinetti, là fuori c’è un mondo che pulsa, che romba, che produce, c’è lo sfavillante universo dell’industria, delle macchine, dell’energia elettrica… e la poesia non lo può ignorare se non vuole restare chiusa in una dimensione sterile, invecchiata, lontana dalla vita. 

Copertina del primo numero del periodico "Poesia" fondato da Marinetti
Copertina del primo numero del periodico "Poesia" fondato da Marinetti — Fonte: getty-images

Però, e questa è solo in parte una contraddizione, è proprio dai Simbolisti francesi che Marinetti trae i primi insegnamenti per un linguaggio nuovo: le analogie di Mallarmé, la lingua senza fili di Rimbaud sono alla base dei suoi esperimenti linguistici come “le parole in libertà”, senza nessi sintattici, senza punteggiatura ecc… quello che cambia è l’atteggiamento verso il mondo, se i simbolisti sono introversi, schivi, sognatori, Marinetti è estroverso, trascinatore, immerso nella realtà materiale del suo tempo. 

Nel 1905 fonda a Milano la rivista internazionalePoesiadove pubblica i suoi scritti critici ma anche le sue opere, che in quegli anni sono tutte in lingua francese. Sui numeri della rivista che vanno da ottobre 1907 a gennaio 1908 esce il poema in prosa “La mort tient le volant” che si ispira alle gare automobilistiche di Brescia, è secondo lo stesso Marinetti la vera svolta, quella in cui ha la geniale intuizione della velocità, dell’ebrezza del rischio, in una parola del Futurismo

2La nascita del Futurismo e il primo Manifesto

Il Manifesto del Futurismo, pubblicato sulla rivista francese "Le Figaro"
Il Manifesto del Futurismo, pubblicato sulla rivista francese "Le Figaro" — Fonte: ansa

È il 20 febbraio 1909 quando sulla prima pagina del giornale parigino “Le Figarò” esce il testo Fondation et manifeste du futurisme. La capitale francese è dunque scelta come piattaforma per il lancio internazionale del nuovo movimento culturale e il francese, ovviamente, è la lingua scelta perché questo proclama sia ascoltato e compreso in tutto il mondo moderno: quelli che parlano sono sì italiani ma italiani all’avanguardia

L’idea iniziale di Marinetti è essenzialmente rivolta allo svecchiamento del linguaggio poetico ma la sua oratoria e la sua capacità di divulgatore attraggono ben presto anche gli artisti di altri settori, nascono quindi le sezioni futuriste: poesia, pittura, musica, scultura, azione femminile, arte dei rumori, architettura, antifilosofia, antimorale e politica, ognuna con il proprio manifesto programmatico e manifesto tecnico.  

Questi testi propagandistici e divulgativi, scritti da Marinetti e firmati dagli aderenti, sono il suo migliore prodotto letterario. E il primo “Il Manifesto” per antonomasia è il modello di tutti i successivi, analizziamone dunque i passaggi fondamentale per rintracciare i principi che animano tutto il movimento culturale fino al primo dopoguerra. 

Fondazione: analisi e commento al testo

Testo

Avevamo vegliato tutta la notte – i miei amici ed io – sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in quell’ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all’esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che si agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a folle corsa…
(Il racconto prosegue con Marinetti e i suoi amici che, scossi dal rumore dei tram a due piani sfolgoranti di luci colorate, scendono in strada e iniziano una folle corsa a bordo di un automobile. La corsa fa risvegliare in loro istinti primordiali e fa dimenticare il buon senso e la ragione tanto che la corsa finisce in un fosso. Usciti dal fosso melmoso però, come una bestia ferita, l’automobile ancora ruggisce e i futuristi, feriti ma vivi più che mai risorgono e parlano al mondo)
Allora, col volto coperto dalla buona melma delle officine – impasto di scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti – noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra.

Parafrasi

Le immagini che Marinetti evoca descrivono la condizione dell’intellettuale moderno, insoddisfatto di una società troppo ancorata ai valori del passato. Loro, gli uomini nuovi, sono irrequieti, stanno svegli, ragionano, scrivono ma non riescono ancora a liberarsi. Ecco però che vengono scossi da macchine nuove, rombanti, rumorose, piene di luci accecanti. La modernità, la tecnologia, paradossalmente fa risvegliare gli istinti naturali, porta energie nuove e li fa sentire “come giovani leoni”. Si dimentica quindi la ragione, che è piena e sovraccarica degli insegnamenti del passato e si corre, rischiando, verso il nuovo. La corsa può essere mortale ma per Marinetti e compagni, che escono dal fossato come redivivi è il segno che loro sono speciali, che sono uomini nuovi, che possono parlare al mondo e che il mondo li ascolterà.

Manifesto, punti programmatici: analisi e commento al testo

Testo

Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.

Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.

Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

Parafrasi

I punti programmatici del Manifesto costituiscono la parte più celebre di maggior impatto del testo. Si richiama ancora una volta l’immagine del risveglio da un sonno mortifero che libera energie nuove, forti, giovani e vitali. La letteratura e l’arte del passato erano basate sui miti o sugli insegnamenti religiosi. I miti ci sono ancora ma sono nuovi, gli dei dell’antichità sono sostituiti dalla velocità, dalla macchina, dall’elettricità. I prodotti dell’industria non sono per i futuristi oggetti inanimati, anzi, ruggiscono come belve, vivono di vita propria. Queste macchine però non sono per tutti, solo alcuni, capaci, coraggiosi, irriverenti, possono mettersi al volante, controllare le macchine diventare un tutt’uno con esse. Il poeta se è tale deve essere tra questi individui speciali. La poesia deve essere traboccante di energia, se il mondo corre deve correre anche lei, anche lei deve essere forte altrimenti si allontanerebbe dalla vita, non sarebbe vera. La velocità annienta le dimensioni di spazio e di tempo e la poesia deve fare altrettanto. La glorificazione della guerra è il passaggio più controverso, quello che mostra la maggiore ingenuità. Davvero i futuristi credono nella possibilità di un mondo nuovo, davvero sono convinti che l’uomo possa incidere sulla Storia e determinarne il corso. La guerra è per loro uno strumento per la genesi di questo mondo nuovo. Questa convinzione li porterà ad arruolarsi volontari nella prima guerra mondiale: molti di loro moriranno, altri ne resteranno traumatizzati e delusi, Marinetti resterà coerente con le sue idee. Fortemente provocatorio anche il passaggio sulla distruzione dei musei e delle biblioteche, custodi della cultura del passato, al di là della violenza del linguaggio nessuna azione sarà in questo senso intrapresa dai futuristi. Molto discussa anche l’accusa al femminismo, un termine che però non aveva all’epoca (siamo nel 1909, molti decenni prima del movimento di emancipazione femminile!) la stessa accezione che ha per noi oggi. Quello che i futuristi contestano è la visione romantica della donna, come essere fragile, racchiuso in ruolo stereotipato, a riprova di questo è il fatto che il Futurismo è stato il primo dei movimenti del ‘900 ad accogliere le donne e che molte importanti poetesse e artiste vi hanno aderito. L’ultimo punto è un inno al lavoro e alla potenza delle masse, le altre forze vitali e creatrici che animano il nuovo secolo.

Appello ai Vivi della Terra: analisi e commento al testo

Testo

È dall'Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il «Futurismo» perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei: cimiteri!... Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. […]
Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all’anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti... velo concedo. […] …Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un’urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione. […]
Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!
E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!... Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate! […]
(segue una lunga parte in cui Marinetti insiste sulla giovane età del gruppo futurista, in cui i più vecchi ancora non hanno trent’anni, un gruppo che già sa che presto dovrà anche lui cedere il passo ai giovani che man mano verranno)
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!

Parafrasi

Torna in conclusione l’attacco alla cultura del passato e ai luoghi che la custodiscono. Sono cimiteri perché contengono roba ormai morta e l’Italia è un immenso, grande cimitero. Ma questo rende loro, i futuristi, ancora più valorosi, perché hanno dovuto sfidare questo esercito di zombie. Questa lotta eroica li porta in alto, al di sopra degli altri, al di sopra di tutto e di tutti.

Un linguaggio potente, traboccante, carico d’entusiasmo, ma cosa dovrebbe fare un giovane poeta dopo averlo letto? Dimenticarsi del passato ok, ripudiare gli studi classici va bene, schifare le biblioteche e i musei che sono pieni di “roba morta” benissimo… ma questa potenza creatrice dove la riversa? Che deve fare con la sua penna? Be’ in effetti questo Marinetti ancora non lo spiega… 

Per fortuna gli vengono in soccorso gli amici pittori, e non è un caso se immediatamente dopo viene diffuso attraverso un volantino il Manifesto tecnico della pittura futurista, firmato da Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini, cui seguono le prime mostre futuriste a Roma e naturalmente a Parigi. 

Parola in libertà - Futurismo
Parola in libertà - Futurismo — Fonte: getty-images

I pittori, appunto, che hanno una esigenza materiale, che devono tradurre le parole in pratica mettono appunto il concetto di dinamismo attraverso la figura che perde i margini e che, con una tecnica prettamente divisionista, si deve fondere con il contesto circostante, spiegano la loro tavolozza fatta di colori puri e di accostamenti complementari e i nuovi soggetti che sono il treno, la macchina, la città brulicante di vita… solo nel 1913 anche i poeti avranno finalmente anche loro qualche indicazione “pratica” come le parole in libertà, l’aggettivazione semaforica, l’uso del verbo all’infinito, l’abolizione delle regole ortografiche e sintattiche, l’uso del verso libero e dei segni matematici, la rivoluzione tipografica in cui l’organizzazione del testo sulla pagina bianca assume nella sua disposizione un valore figurativo.  

I manifesti naturalmente non si fermano qui, ma fino agli anni trenta affronteranno e indagheranno ogni possibile campo espressivo, dall’architettura alla scenografia, dalla cinematografia all’arte meccanica, dall’aeropittura al teatro, dalla musica al rumore, dalla casa al giocattolo, fino ad immaginare una ricostruzione futurista dell’universo. 

3Tommaso Marinetti dopo la guerra

I futuristi lanciano un grido al mondo e il mondo effettivamente li ascolta. L’instancabile opera di Marinetti crea proseliti in molte città Italiane ed Europee, molti intellettuali di fama internazionale si accostano al movimento, e la sua eco arriva fino in Russia. Nel frattempo però ci sono le guerre, Marinetti combatte prima nella campagna di Libia e poi sul fronte della prima guerra mondiale, è a Caporetto e a Vittorio Veneto.  

Futuristi, 1915. Da sinistra a destra: Marinetti, Boccioni, Sant'Elisa e Sironi come soldati dell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale
Futuristi, 1915. Da sinistra a destra: Marinetti, Boccioni, Sant'Elisa e Sironi come soldati dell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale — Fonte: getty-images

Nel primo dopoguerra è tra quelli che salutano con favore l’ascesa di Mussolini, uomo nuovo, forte, che può portare in alto l’Italia. Dal canto loro Mussolini e il fascismo ricambiano la simpatia, attingendo a piene mani al linguaggio futurista e alle sue suggestioni di forza e vitalità. Quando è chiaro che l’uomo nuovo altro non è che un vecchio dittatore Marinetti però rimane a guardare, ha accettato il ruolo di accademico d’Italia e sebbene non declami più apertamente il suo sostegno al regime nemmeno vi si oppone. 

Nel ’38 soltanto, lui, allattato da una nutrice sudanese, prende posizione contro le leggi razziali. Non resiste però di nuovo all’attrattiva della guerra che stavolta lo vedrà tra i reduci della campagna di Russia. Malato, ma non stanco, muore a Bellagio, sul lago di Como, nel 1944