Mahatma Gandhi: biografia e storia del teorico della non violenza

Mahatma Gandhi: biografia e storia del teorico della non violenza A cura di Francesco Gallo.

Storia di Gandhi e delle battaglie politiche a sostegno del movimento indipendentista in India. Disobbedienza civile e non violenza

1L’India prima di Gandhi. Una nazione divisa

Il Mahatma Gandhi
Il Mahatma Gandhi — Fonte: getty-images

La civiltà indiana ha una storia antichissima, da sempre fondata su forti elementi spirituali e religiosi che sin dagli albori ne condizionano la cultura, la morale e la vita sociale. Crescendo e allargandosi in un territorio aspro e vastissimo è facile intuire quali fossero le numerose motivazioni che hanno impedito, nel corso dei secoli, il conseguimento di una completa unità politica, religiosa e sociale.

Se applichiamo anche all’India la conditio sine qua non per l’unità nazionale espressa da Alessandro Manzoni nell’opera Marzo 1821, per cui l’essere «una d’arme, di lingua, d’altare, di memoria, di sangue e di cor» è considerata come la vera essenza di ciò che distingue un popolo dall’altro, allora aggiungiamo che in India non esiste nemmeno una lingua comune, neppure in forma scritta

Anche la società era divisa in caste più o meno elitarie, alle quali si apparteneva in base alla nascita e per tutta la vita. Ci si sposava solo tra membri della stessa casta e non ci si poteva mischiare neanche per mangiare alla stessa tavola. Al punto più basso di questa scala sociale c’erano i paria, considerati inferiori e impuri.

Anche il credo religioso si distingueva nelle diverse regioni. Quello dominante era (ed è) l’induismo, ma molte altre fedi e credenze convivevano nel Paese: per esempio l’Islam, il buddismo, o il giainismo.   

All’interno di questo crogiolo di religioni e culture, nel 1876 i Britannici consolidarono definitivamente il loro dominio coloniale nel subcontinente. La cosiddetta “perla dell’impero” divenne a tutti gli effetti l’Impero Indiano di cui fu proclamata imperatrice la regina Vittoria. 

2Gandhi: biografia e la pratica della non violenza

Gandhi di fronte al suo studio da avvocato in Sudafrica
Gandhi di fronte al suo studio da avvocato in Sudafrica — Fonte: getty-images

Nel 1869 in una famiglia agiata di Porbandar nasce Mohandas Karamchand Gandhi. Da giovane si appassiona agli studi giuridici e per questo motivo la famiglia gli concede di compiere i suoi studi superiori a Londra, dove dopo qualche anno consegue la laurea. Diventato avvocato, torna in India, ma ad attenderlo a casa ci sono delle brutte notizie. Il consiglio della sua casta lo ha bandito perché ritiene che la vita condotta in Europa lo abbia sicuramente portato sulla strada della promiscuità. 

Bisogna cambiare aria e per questo motivo si trasferisce in Sudafrica (1893) con in mano una valigia e l’incarico di consulente legale per una ditta indiana. Ma durante un viaggio in treno all’interno del Paese il capotreno gli intima di lasciare lo scompartimento di prima classe e spostarsi in quello di terza, dove viaggiava la gente di colore. Il giovane ed educato Mohandas, mostra prima il biglietto di prima classe e poi il suo tesserino di avvocato. Non serve, alla stazione di Maritzburg viene letteralmente espulso dal treno.   

Generalmente è questo l’episodio chiave che porterà Gandhi ad approfondire la questione della segregazione razziale in Sudafrica e cominciare la sua attività politica contro il dispotismo delle autorità britanniche e l’apartheid. 

C’è però una novità. È inutile, pensa, rispondere alla violenza con altra violenza. Gli inglesi hanno potere, armi e manganelli. Gli indiani devono invece usare la forza della propria dignità e della giustizia. Ecco perché comincia a predicare il verbo della teoria del Satyagraha, il cui significato letterale sarebbe «insistenza per la verità», ma verrà generalmente interpretato come «resistenza passiva». Si tratta di un rivoluzionario metodo di lotta politica, che consiste nel rifiuto di ogni atto che possa ledere fisicamente il nemico.

L’antico principio di origine induista e buddhista dell’ahimsa, che in sanscrito significa «non nuocere», ora applicato alla resistenza politica, avrà un peso notevole nella storia del successo del movimento indipendentistico indiano. La non-violenza di Gandhi non è sottomissione alla volontà di chi detiene il potere, ma la «ribellione della propria anima contro la volontà del tiranno». Questo apparente segno di debolezza, in realtà cela una forza esplosiva che poi si estende a collettive forme di non collaborazione e di boicottaggio che nel corso degli anni successivi cominceranno a far scricchiolare l’enorme struttura dell’impero britannico. 

3Il Mahatma Gandhi torna in India

Gandhi in Inghilterra con le lavoratrici del settore tessile, primo vero simbolo della non violenza
Gandhi in Inghilterra con le lavoratrici del settore tessile, primo vero simbolo della non violenza — Fonte: getty-images

Gandhi abbandona il Sudafrica dopo ventun anni di lotte lasciandosi alle spalle un Paese dove, grazie alle sue battaglie, sono state attuate importanti riforme a favore dei lavoratori indiani, eliminate parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconosciuti ai nuovi immigrati parità dei diritti e convalidati i matrimoni religiosi.  

Anche per questo motivo, la popolazione lo elegge Mahatma, un titolo onorifico che deriva dal sanscrito e significa «Grande Anima». Nonostante Gandhi fosse restio ad accettare questo riconoscimento, perché riteneva non ci fossero differenze tra grandi e piccole anime, il ricordo dei suoi anni in Sudafrica rimarranno per sempre scolpiti nella sua memoria. 

Nel 1915, mentre imperversa la Grande Guerra, Gandhi torna in India dove già da tempo si accendono ovunque focolai di ribellione contro l’arroganza e la violenza del dominio britannico. A inasprire ancora di più i toni è la nuova legislazione agraria, che prevede il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso raccolto. In questo periodo, Gandhi compie un lungo viaggio attraverso le diverse regioni dell’India al fine di prendere coscienza delle condizioni di vita degli indiani che lui aveva tanto difeso all’estero. Anche qui, si accorge ben presto, il tacco britannico schiaccia i diritti degli indiani. 

Il Mahatma diventa così il capo politico e morale del movimento d’indipendenza nonché il leader del Partito del Congresso, battendosi anima e corpo per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Proprio come in Sudafrica, anche in India Gandhi elabora alcune strategie di boicottaggio per impedire ai britannici di sfruttare materialmente la sua nazione. Esorta così gli indiani a un ritorno a una vita agreste primitiva, rurale, lontana dalle modernità occidentali.  

Dunque la tessitura a mano del cotone diventa il simbolo della disobbedienza civile. La campagna politica di boicottaggio di Gandhi si estende in tutto il Paese: giudici, maestri, e funzionari pubblici cominciano a dimettersi, le scuole inglesi abbandonate, i prodotti britannici invenduti. Anche a Londra si accorgono che l’India è diventata praticamente ingovernabile

4Gandhi e l’India tra le due guerre

Gandhi con la poetessa e attivista Sarojini Naidu durante la Marcia del sale
Gandhi con la poetessa e attivista Sarojini Naidu durante la Marcia del sale — Fonte: getty-images

La fine della Prima Guerra mondiale scuote seriamente per la prima volta la struttura del colonialismo mondiale. Il crollo dei vecchi imperi coloniali (quello tedesco, quello turco e in un primo momento quello russo) concede per la prima volta l’impressione alla popolazione delle colonie che gli imperi stranieri siano sul punto di estinguersi. Il Congresso nazionale indiano, che già dal 1906 rivendicava una sorta di autogoverno, accelera per chiedere l’indipendenza completa. 

Gli anni che vanno dal 1918 al 1922 in India trasformano la politica nazionalista di massa, sia perché le masse islamiche si schierano contro gli inglesi, sia perché accadono alcuni episodi limite che cambiano anche la percezione internazionale sulla questione coloniale. Il decisivo errore del generale britannico Dyer, che in un eccesso di isteria sanguinaria ordina ad Amristar il massacro di una folla inerme  in un recinto senza via di uscita, contribuirà a consolidare nell’opinione pubblica le simpatie per il movimento indipendentista

Ecco perché, quando nel marzo 1930 Gandhi lancia una nuova campagna contro la legge britannica del monopolio sul sale, anche la stampa internazionale se ne interessa. Gli indiani protestavano per il fatto di non poter vendere il loro sale sui mercati internazionali, che invece erano sfruttati dai Britannici. Per questo motivo Gandhi, in un plateale atto di disobbedienza civile, si mette alla testa di una marcia che durerà 24 giorni coprendo a piedi una distanza di 200 miglia fino al raggiungimento delle saline, presidiate dalla polizia inglese. In segno di protesta il Mahatma raccoglie un pugno di sale e, subito dopo di lui, tutti ripetono il suo gesto. Dopodiché migliaia di indiani si fermano pacificamente davanti all’esercito che, nonostante l’ordine di sparare sulla folla, depone le armi.  

La “marcia del sale” si concluderà con l’arresto di più di 60.000 persone, tra cui Gandhi e sua moglie Kasturba Makanji, condannato a sei anni, e moltissimi membri del Congresso. In totale, in tutta la sua vita Gandhi sconterà 2.338 giorni di carcere, senza mai aver commesso un atto di violenza

5La Seconda Guerra mondiale e l’indipendenza dell’India

Campo profughi al confine fra India e Pakistan durante la guerra di Liberazione del Bangladesh, 1971
Campo profughi al confine fra India e Pakistan durante la guerra di Liberazione del Bangladesh, 1971 — Fonte: getty-images

Nell’agosto del 1942 Gandhi rivolge il suo ultimo appello al governo britannico per l’indipendenza dell’India con il celebre discorso tenuto a Bombay. Con le celebri parole «Quit India, lasciate l’India», nel quale esortava gli indiani a lottare per la libertà o a morire nel tentativo, assurge a una figura di uomo politico come santo, il leader di una rivoluzione come atto collettivo di disobbedienza passiva. In tal modo coglie un successo che travalica ogni più viva speranza. 

Il 15 agosto 1947, infatti, l’India conquista la propria indipendenza. Ma a quale costo? Il processo d’indipendenza inizia con uno dei traumi più profondi del secolo scorso. Dai territori liberati dal giogo della corona britannica nascono due stati autonomi, pensati male e disegnati peggio. Un’India centrale «per gli indù» e un Pakistan «per i musulmani» diviso in due (quello Orientale, nel 1971, avrebbe combattuto per un’ulteriore indipendenza, diventando Bangladesh). Mesi prima e dopo la cosiddetta «Partition», le violenze tra la comunità musulmana e quella indù lasciano sul campo quasi tre milioni di morti e almeno quindici milioni di sfollati.

Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Si era battuto per la costruzione di uno Stato indiano dove potessero convivere pacificamente popolazioni e fedi religiose diverse. Ma di questa cieca violenza, di questo fanatismo religioso a farne le spese sarà lo stesso Mahatma. Il 30 gennaio 1948, un estremista indù di nome Vinayak Nathuram Godse, lo uccide con un colpo di pistola.  

Mi oppongo alla violenza perché, quando sembra produrre il bene, è un bene temporaneo; mentre il male che fa è permanente.

Mahatma Gandhi