Ludwig Wittgenstein: biografia, filosofia e opere

Ludwig Wittgenstein: biografia, filosofia e opere A cura di Chiara Colangelo.

Vita, libri e pensiero di Ludwig Wittgenstein, filosofo e ingegnere austriaco considerato uno dei massimi pensatori del XX secolo e autore, tra gli altri, di libri come Della certezza

1Vita e opere di Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein (1889-1951)
Ludwig Wittgenstein (1889-1951) — Fonte: getty-images

Ludwig Wittgenstein nasce nella Vienna di fine ’800, una città che a quel tempo pullulava di artisti, pensatori, musicisti e architetti importanti. Ultimo di otto fratelli, cresce all’interno di una intellettualmente stimolante e agiata famiglia di industriali e, seguendo le volontà paterne, si impegna nello studio delle discipline scientifiche in modo da poter, a tempo debito, dirigere l’azienda ereditata. Accetta così di trasferirsi a Berlino per frequentare il Politecnico e, in seguito, a Manchester per approfondire la sua preparazione in ingegneria aereonautica.  

Ma gli studi tecnici lo attraggono ben poco se comparati al grande amore che prova per lo studio della matematica pura. Decide quindi di muoversi nuovamente e si trasferisce a Cambridge, al tempo considerata la sede di una delle migliori università per gli studi matematici. Qui si lega al già famoso Russell, al punto da essere considerato da quest’ultimo “il perfetto esempio di un genio”.

Ma Ludwig è un animo inquieto, schivo e nel 1913, per un anno, decide di abbandonare l’Inghilterra per la Norvegia, dove conduce un’esistenza ritirata e solitaria.
Lo scoppio della Grande Guerra costituirà un forte spartiacque nella sua vita: arruolatosi come volontario, viene catturato e imprigionato nel 1918 dagli italiani sul fronte meridionale. Sono questi gli anni in cui elabora il suo grande capolavoro, pubblicato nel 1921 con titolo tedesco e, successivamente col più ben noto titolo latino Tractatus Logico-philosophicus

Karl Wittgenstein e Leopoldine Kalmus: i genitori di Ludwig Wittgenstein
Karl Wittgenstein e Leopoldine Kalmus: i genitori di Ludwig Wittgenstein — Fonte: getty-images

La guerra lo trasforma e, stanco, malinconico e sfiduciato dalla sua carriera accademica, si dedica ad altre diverse e numerose attività: diventa prima maestro elementare a Vienna, poi giardiniere, ed infine si improvvisa architetto impegnato nella costruzione di una imponente casa di una delle sue sorelle.  

Solamente l’insistenza di molti suoi amici, lo convince a dedicarsi all’insegnamento accademico: accetta la cattedra di filosofia a Cambridge nel 1936 e la manterrà sino al 1946, quando decide di nuovo di condurre una vita isolata in Irlanda. Ritornato in Inghilterra scopre di avere un tumore alla prostata, di cui morirà nel 1951. Ma durante l’ultimo ventennio della sua vita rielaborò integralmente le sue teorie filosofiche, che confluiranno postume nel suo secondo e ultimo capolavoro Ricerche filosofiche.  

2Il "Primo" Wittgenstein

2.1La teoria del linguaggio

La prima fase della filosofia di Wittgenstein è quella riconducibile alle sue riflessioni espresse nel capolavoro il Tractatus. Quest’opera, diventata nota solo dopo che Russell la corredò con una introduzione scritta di suo pugno, si presenta asciutta: non più di cento pagine che racchiudono un linguaggio secco che riproduce il modo di procedere della matematica. Le tesi espresse dal filosofo sono racchiuse in solo sette proposizioni fondamentali, chiarite a loro volta da brevi spiegazioni.  

Ma quali sono le tesi di fondo di quest’opera? Sono riassunte in due celebri proposizioni secondo cui: il mondo è la totalità dei fatti e il linguaggio è la raffigurazione logica del mondo, cioè dei fatti. Ma proviamo a chiarire queste due frasi seguendo il ragionamento offertoci da Wittgenstein.  

Copertina del "Tractatus Logico-Philosophicus" di Wittgenstein
Copertina del "Tractatus Logico-Philosophicus" di Wittgenstein — Fonte: getty-images

1) Il mondo, secondo il filosofo, non è formato da un insieme di oggetti scollegati tra loro, ma da fatti, da intendersi come “ciò che accade”, come eventi, come cose che si presentano legate tra loro. I fatti (detti anche “stati di cose”) possono essere di due tipi: semplici e complessi. I fatti semplici sono costituiti da oggetti semplici, organizzati e combinati tra loro in un certo modo che prende il nome di “forma degli oggetti”. I fatti complessi sono un insieme di fatti semplici. 

2) Allo stesso modo, secondo Wittgenstein, il linguaggio, attraverso le proposizioni, riproduce, o meglio “raffigura”, esattamente le relazioni esistenti tra le cose (cioè la “struttura logica di un fatto”). 

Le conclusioni di una tale impostazione sono radicali:

  • L’unico linguaggio valido o “sensato” è quello della scienza, in quanto è formato da proposizioni che riproducono le relazioni tra gli oggetti e sono, dunque, verificabili (vere o false) in relazione al fatto che rappresentano.
  • Il linguaggio filosofico è insensato, in quanto le sue proposizioni non esprimono fatti.

2.2La filosofia come "critica del linguaggio"

Casa Wittgenstein, Vienna
Casa Wittgenstein, Vienna — Fonte: getty-images

Riprendiamo le fila da quest’ultima potente affermazione: secondo Wittgenstein le proposizioni filosofiche sono deinon-sensi”, in quanto hanno la presunzione di pronunciarsi su ciò che va al di là del mondo, dei fatti (che il linguaggio raffigura). Un linguaggio che non raffigura dei fatti non è valido, a tal punto che il filosofo dirà: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.  

Facciamo un esempio che chiarisca questo concetto: la proposizione “il tavolo è verde” è “sensata”, in quanto riproduce uno stato di cose ed è, dunque, verificabile. Lo stesso non si può dire per la frase: “dopo la morte esiste un aldilà”. 

Per tutto ciò che appartiene al senso del mondo, della vita e della morte non esiste linguaggio e prende il nome di “misticoo inesprimibile. Secondo Wittgenstein queste ultime questioni sono senz’altro le più importanti per l’uomo ma, non potendo trovare risposta, non possiamo far altro che accettare di dover tacere. Ma dunque la filosofia che da sempre è stata anche, e soprattutto, metafisica (ciò che va oltre la fisica) e ha cercato risposte su Dio, l’anima e il mondo che ruolo viene ad assumere? 

Il filosofo la paragona ad una scala a pioli che ci permette di raggiungere un certo scopo ma che, nel momento stesso in cui ha assolto la sua funzione, deve essere gettata. Ma di che scopo parliamo? Il ruolo della filosofia è unicamente quello di “critica del linguaggio”, nel senso di ripulire e distinguere le proposizioni della scienza, dotate di senso, dall’ “indicibile”. La filosofa non è più una dottrina, un “sistema” di pensiero ma una semplice attività che chiarifica il significato (e la conseguente validità) delle nostre affermazioni.

3Il "Secondo" Wittgenstein

3.1I giochi linguistici

La seconda fase dell’attività filosofica di Wittgenstein è dominata da un totale ripensamento delle sue teorie espresse nel Tractatus, che tanta fortuna e influenza avevano avuto nei pensatori del Circolo di Vienna. Il bersaglio polemico dell’opera incompiuta, e pubblicata postuma, le Ricerche filosofiche è dunque se stesso. Due sono, in particolare, le teorie scardinate e ripensate: 

1) la definizione del linguaggio come “raffigurazione logica dei fatti”;
2) la significazione delle proposizioni sulla base della loro verificabilità. 

Wittgenstein, nel Tractatus, aveva rappresentato un linguaggio ideale, plasmato sulla base della scienza, il cui scopo era quello di rappresentare un fatto. Il suo intento era quasi un ammonimento al linguaggio quotidiano, “reale”, che troppo poco si accordava a questa aspirazione. Nelle Ricerche, invece, confessa: “Che strano se la logica si dovesse occupare di un linguaggio ‘ideale’ e non del nostro!”. 

1) La critica alla sua precedente e univoca rappresentazione del linguaggio parte dall’osservazione del linguaggio stesso: le affermazioni che utilizziamo, lungi dall’assumere un significato immutabile di semplice raffigurazione delle cose, assumono le conformazioni più disparate. Come andrebbero intesi, osserva Wittgenstein, il comandare, l’obbedire, il pregare, l’elaborare un’ipotesi, il “cantare in girotondo”? 

Ritratto di Margaret Wittgenstein di Gustav Klimt: la sorella di Ludwig
Ritratto di Margaret Wittgenstein di Gustav Klimt: la sorella di Ludwig — Fonte: getty-images

Il linguaggio è una “forma di vita”, ha una pluralità di usi, è un insieme di “giochi linguistici”, ovvero è un’attività che, nel rispetto di certe regole, viene ad assumere innumerevoli impieghi. Ogni circostanza, ogni “gioco”, ha le sue regole, con dirette ricadute nel linguaggio utilizzato. Possiamo paragonare la teoria dei “giochi” al calcio o al rugby: entrambi gli sport prevedono l’utilizzo di una palla, ma i giocatori dovranno attenersi alle regole imposte dall’attività sportiva specifica per poter continuare a giocare.  

2) Il significato delle proposizioni non può, dunque, essere ridotto alla sua verificabilità, ma dipende unicamente dal suo uso, ovvero dal “rispetto” della regola del gioco linguistico in cui si presentano. Questo vuol dire che una proposizione che ha come oggetto l’anima, può risultare perfettamente sensata se espressa in un contesto religioso, mentre è illegittima nell’ambito scientifico.  

Le regole non sono mai qualcosa di estremamente rigido e sono, spesso, inconsapevoli ma risultano essere sempre condivise. Scrive Wittgenstein che parlare è “seguire le regole” e che “non si può seguire una regola privatamente”. Il linguaggio non è mai un fatto privato, ma sempre e solo pubblico; i suoi simboli, cioè, sono condivisi dai parlanti.

3.2La filosofia come "terapia"

Bertrand Russell (1872-1970): matematico e filosofo britannico
Bertrand Russell (1872-1970): matematico e filosofo britannico — Fonte: getty-images

Non esiste dunque un unico linguaggio, come non esiste un concetto univoco che possa raggruppare e sintetizzare la difformità e la diversità dei giochi linguistici. Possono esistere giochi simili, raggruppati tra loro per somiglianza, ma ognuno manterrà sempre la sua specificità e irriducibilità. Tra i giochi linguistici possono intercorrere le stesse somiglianze che legano due fratelli: similitudini ma perenni diversità. 

La filosofia, scrive Wittgenstein, “non può in alcun modo intaccare l’uso effettivo del linguaggio; può, in definitiva, soltanto descriverlo”. Il suo nuovo ruolo risulta essere, quindi, “curarci” dai mali da lei stessa creati. La filosofia, infatti, avrebbe avuto il demerito di aver utilizzato il linguaggio al di fuori del suo reale e quotidiano impiego, utilizzando schemi interpretativi assolutamente univoci e autoreferenziali. 

Il compito della filosofia non è, dunque, ancora una volta quello di farci giungere alla scoperta di qualcosa di nuovo, ma quello di sciogliere i “non-sensi”, dissolvendo le problematiche filosofiche attraverso il ricorso all’uso del linguaggio “reale”.