Lorenzo Valla: vita, filologia e la Donazione di Costantino

Lorenzo Valla: vita, filologia e la Donazione di Costantino A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Biografia e opere dell'umanista Lorenzo Valla, scrittore e filologo, autore di De voluptate, De vero bono , De libero arbitrio e contestatore - con il suo famoso metodo - della Donazione di Costantino

1Biografia di Lorenzo Valla

Lorenzo Valla o Laurentius Vallensis. Umanista e filosofo italiano. Incizione di fine XVI secolo
Lorenzo Valla o Laurentius Vallensis. Umanista e filosofo italiano. Incizione di fine XVI secolo — Fonte: getty-images

Da una lettera di Lorenzo Valla ricaviamo l’anno della sua nascita: il 1405. Tuttavia il suo epitaffio anticamente collocato nella Basilica di San Giovanni in Laterano porta come data il 1407. C’è quindi una discrepanza, ma quel che è certo è che nacque a Roma e che il nome della sua famiglia era Della Valle e, infatti, lui si firma Vallensis

Sia dal ramo paterno sia da quello materno contano molto gli studi giuridici, retorici e lo studio dell’antichità, così da giovanissimo, Lorenzo, ebbe subito validi insegnanti sia di greco, in quegli anni alla ribalta anche a causa della diaspora di intellettuali provenienti dall’Impero Bizantino ormai al collasso, sia di latino, la lingua ufficiale della cultura. Quindi gli umanisti sono perlopiù trilingui: scrivono in latino, in greco, in volgare italiano. 

Lorenzo Valla si distinse subito nella ricerca linguistica scrivendo un opuscolo, oggi perduto, che si chiama De comparatione Ciceronis Quintilianique (Confronto tra Cicerone e Quintiliano) in cui sostenne la superiorità del secondo. Non dovette avere un carattere facile, ma dobbiamo anche immaginare che gli intellettuali dell’epoca, tutti orbitanti intorno alla Chiesa, cercavano di ottenere spazio e visibilità l’uno a scapito dell’altro: per questo la sua carriera fu ostacolata da Poggio Bracciolini e da Loschi. 

Abbandona Roma e si trasferisce prima a Venezia e poi a Piacenza lavorando come ludimagister, che sarebbe, pensa un po’, il maestro di scuola elementare: uno dei più grandi letterati del Quattrocento ha insegnato ai bambini. A quanto pare tutti devono fare la gavetta. 

2Lorenzo Valla e il De vero bono

De vero bono di Lorenzo Valla. Manoscritto, Italia - XV secolo
De vero bono di Lorenzo Valla. Manoscritto, Italia - XV secolo — Fonte: getty-images

Nella primavera del 1431, favorito da un altro intellettuale, il Panormita, collaborò con lo studio di Pavia, partecipando a dispute linguistiche e filosofiche dell’epoca, tra cui quella che si occupava del problema dei piaceri terreni. Scrisse a tale proposito il De voluptate, Sul piacere, poi rinominato De vero bono, Sul vero bene.

Il problema del piacere risaliva addirittura ai tempi degli antichi Romani quando si era creato una specie di conflitto tra Epicureismo (a favore del piacere, purché moderato, non dettato dalla passione) e Stoicismo (a favore di una serena sopportazione del male e del dolore, rinunciando a qualunque elemento perturbante nella propria vita).

Questo conflitto si era acuito durante il Medioevo in cui – al di là dei pregiudizi che abbiamo in proposito – era molto incline al godimento terreno, pur regolamentato dalla Chiesa (era questo il conflitto). Lorenzo Valla sostenne in quest’opera che non è certo un peccato avere un atteggiamento vicino all’Epicureismo, perché il piacere non è «nella difficile atarassia del saggio, ma nella corrente saggezza dell’uomo comune, cui una natura provvidenzialmente buona ha concesso i suoi beni e un animo inclinato a goderli».

Il dialogo mette a confronto le diverse posizioni filosofiche sicché emerge spesso il gusto «l’invettiva sarcastica e il dissacrante paradosso» (Gian Paolo Marchi, Dizionario critico della letteratura italiana, Torino, Utet, p. 573, sub voc. Lorenzo Valla). Sarcasmo, paradosso, invettiva comica, ci fanno capire che per gli Umanisti è fondamentale deridere gli estremismi in nome del buon senso comune, proprio dei veri saggi e delle persone facete, che sanno ridere e far ridere, mostrando ragionevolezza contro la follia. Il riso quattrocentesco è, allora, un vero e proprio fenomeno culturale di grandissima importanza

3Lorenzo Valla e il suo De libero arbitrio

La sua vita ebbe una svolta a seguito di alcune polemiche insorte proprio intorno alla studio di Pavia: sempre gelosie, ripicche tra letterati, che lo costrinsero ad andare a Milano, poi a Genova e in seguito a Firenze. Nel 1435 entrò a servizio del re Alfonso d’Aragona, a Napoli, in qualità di segretario e partecipò alla battaglia di Gaeta e fu tenuto prigioniero insieme al suo re presso Milano.

Seguirono anni tormentati, in cui rischiò la vita nelle alterne vicende della politica delle signorie, in cui lo studioso non ebbe modo di studiare con serenità mancando tempo, luogo, abbondanza di libri, spazio opportuno per concentrarsi.

Nel 1439 scrive un’altra opera che affronta un tema caldo del dibattito filosofico e teologico: il libero arbitrio, De libero arbitrio. Non propone soluzioni particolari a questo problema, ma ribadisce l’importanza del buon senso anche nella teologia, schierandosi contro i sillogismi della Scolastica, che crea fratture all’interno della Chiesa su questioni che nulla hanno a che vedere con lo spirito del Cristianesimo, tutto incentrato per lui sulla carità. Valla fa suo il monito di San Paolo: «Tre cose rimangono: la fede, la speranza e la carità, ma di tutte più grande è la carità» (1 Corinzi, 13,1-20).

Questo atteggiamento era in sintonia addirittura con le successive posizioni tenute da Lutero che ne elogiò la profondità di pensiero e l’umanità. Anche Erasmo da Rotterdam, umanista, teologo e filosofo olandese, pubblicò nel 1505 le Annotazioni sul testo del Nuovo Testamento in cui trova sempre più importanza l’analisi storico-linguistica (ed Erasmo stesso applicò metodi propri della filologia all’esegesi biblica).

C’era anche un altro fatto che rendeva Lorenzo Valla simpatico all’ambiente luterano, così contrario al potere temporale della Chiesa: la «declamatio» (declamazione, denuncia) De falso credita et ementita Constantini donatione (1440), l’opera per cui ancora oggi questo intellettuale viene ricordato su ogni libro di storia. Sto parlando della famosa Donazione di Costantino, che sì, era già stata messa in dubbio da altri studiosi, ma con motivazioni filosofiche, mentre Lorenzo Valla adduce motivazioni di tipo paleografico, filologico e archeologico.

4La donazione di Costantino smascherata dal metodo filologico di Lorenzo Valla

Donazione di Costantino. Collezione dell’Oratorio di San Silvestro. Chiesa dei Santi Quattro Coronati, Roma
Donazione di Costantino. Collezione dell’Oratorio di San Silvestro. Chiesa dei Santi Quattro Coronati, Roma — Fonte: getty-images

Scrive il sommo poeta Dante Alighieri: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre!» (Inf. XIX 115-117). Non sfuggirono al poeta gli effetti negativi di questo documento tanto controverso in cui si giustificava il potere temporale della Chiesa romana: proprio nel De monarchia aveva parlato diffusamente di come la Chiesa dovesse occuparsi solo del potere spirituale e ne negava ogni valore giuridico.

La donazione di Costantino fu redatta in greco e in latino e servì a sorreggere giuridicamente l’autorità temporale (e dunque politica) dei papi finché Lorenzo Valla ne dimostrò l’indubitabile falsità: fu un momento storico e in qualche percepito ancora oggi come il trionfo della filologia, la più “tecnica” delle scienze delle humanae litterae. Cerchiamo di capire quali furono le prove del filologo a sostegno della propria tesi. Intanto il punto più controverso della Donazione di Costantino (Constitutum Constantini) è il seguente:

«In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali».

Il potere temporale della Chiesa cattolica comincia da queste righe che si credettero rivolte da Costantino a Papa Silvestro. Il primo imperatore romano e cristiano, Costantino, una delle figure più controverse dell’antichità, aveva donato la città di Roma e tutto l’Occidente al sommo pontefice? Impossibile per una serie di ragioni. Valla dimostra la sua tesi partendo da alcune premesse, potremmo dire, di “buonsenso”:

  • Nessun sovrano al posto di Costantino (e Costantino più di tutti) avrebbe rinunciato a Roma e all’Occidente, pur essendo cristiano.
  • A chi la ritiene plausibile perché Costantino si era convertito, risponde che regnare non è incompatibile con la religione cristiana. Anzi.
  • Non è un segno di riconoscenza dell’imperatore per la guarigione dalla lebbra: è un aneddoto di origine biblica (Naaman risanato da Eliseo) e aggiunto per colorire questa storia.

Seguono alcune argomentazioni di tipo storico:

  • Nessun papa ha mai preteso obbedienza dall’imperatore: Roma e l’Italia erano sotto il dominio imperiale.
  • Le uniche fonti storiche attendibili attestano solo la donazione del Palazzo Lateranense e alcuni terreni al predecessore di Silvestro, papa Melchiade, non di tutta Roma.

Agli argomenti di tipo giuridico, psicologico e storico, Valla esamina il documento in se stesso, nella sua tradizione e attestazione, e nella lingua usata. Il filologo nota che: 

  • Il testo della donazione è assente nelle copie più antiche del Decretum Gratiani: dunque, non è stato inserito da Graziano, in quanto l'avrebbe coerentemente ricordato insieme a un altro documento: il Pactum Ludovicianum. Si tratta di un’aggiunta posteriore, il che pone ulteriori problemi sulla datazione del documento.
  • La lingua della Donazione è un latino che risente degli influssi barbarici, cioè ha forme e lessico peculiari di un latino molto successivo al IV secolo (appunto gli anni dell’impero di Costantino). Inoltre i riferimenti dell'opera rimandano ad un momento nel quale Costantinopoli è la nuova capitale dell'Impero Romano. Fatto non ancora avvenuto.

4.1Conclusione della Falsa donazione di Costantino

Costantino I
Costantino I — Fonte: getty-images

In base a queste argomentazioni, la Donazione sarebbe stata redatta almeno quattro secoli dopo l’Imperatore Costantino. Non serve altro, in fondo, per dimostrare che si tratti di un falso e per giunta anche posticcio. È meglio ricordare ancora che l’opuscolo sarebbe stato pubblicato dapprima solo in ambiente protestante, a seguito dello scisma, in un momento cruciale per la storia della Chiesa. L’aspetto più truce della questione è proprio il potere che rendeva la Chiesa di quel tempo simile a una lupa sempre affamata che esigeva un pretesto giuridico, in modo che nessuno potesse ostacolarla.

Perché Valla, pur fedele, si dedicò con tanto accanimento contro di essa? Ci ricorda Dante e il suo desiderio di liberare la Chiesa dai giochi di potere, per rivolgerla semplicemente al bene spirituale dei fedeli. Lorenzo Valla, infatti, conclude la sua dissertazione ricordando che essa esiste per la cura spirituale della anime dei fedeli e non per governare o arricchirsi. La sua autorità è nel ricordare l’importanza della vita da cristiani a favore del bene e della pace. E profetizza: «Allora il papa sarà chiamato e sarà un santo padre, il padre di tutti, il padre della Chiesa, e non inciterà guerre tra i cristiani, ma quelle che vengono incitate da altri, egli le farà cessare con l'apostolica censura e papale maestà». (Lorenzo Valla, La falsa donazione di Costantino, a cura di Olga Pugliese, Milano 2001, 247.).