Letteratura nel Rinascimento: caratteristiche e autori della prosa

Letteratura nel Rinascimento: caratteristiche e autori della prosa A cura di Antonello Ruberto.

Storia e caratteristiche della letteratura nel Rinascimento: generi letterari, prosa, autori della scrittura in prosa rinascimentale

1I confini del Rinascimento: il tempo e lo spazio

Niccolò Machiavelli: filosofo e politico italiano del Rinascimento
Niccolò Machiavelli: filosofo e politico italiano del Rinascimento — Fonte: getty-images

Con il termine Rinascimento si è soliti indicare un’epoca caratterizzata da un nuovo protagonismo economico italiano e da una serie di elaborazioni culturali, eredità dell’Umanesimo, che pongono al centro l’Uomo ed il mondo terreno

Gli studiosi non concordano sui confini cronologici di questo periodo, tuttavia la maggior parte di essi parla di un fenomeno che investe tutto il Quattrocento per terminare alla metà del Cinquecento, nel pieno della Controriforma e delle Guerre d’Italia quando, nonostante la crisi politica e degli ideali umanistici, la produzione artistica e letteraria tocca le sue vette più alte. 

In questo periodo le grandi città, finito il periodo comunale, si riorganizzano attorno alle corti che assumono sempre di più un ruolo centrale sia a livello politico che culturale: le corti di Milano, Urbino e Napoli e l’aristocrazia mercantile veneziana sostengono artisti e letterati con il loro mecenatismo. Ma, su tutte, il primato assoluto spetta ancora a Firenze: forte della sua tradizione letteraria, il volgare fiorentino si impone come lingua di riferimento mentre la città stessa, insieme alla corte medicea, si afferma come uno dei poli culturali più importanti d’Europa. 

1.1Una prosa divisa tra volgare e latino

La riscoperta delle letterature classiche dà un nuovo slancio allo studio della lingua latina, cosa di cui beneficia soprattutto la scrittura in prosa, in un periodo in cui la produzione poetica appare in crisi. Per buona parte del secolo la produzione in prosa è dominata da un latino che, dopo essere stato rimodellato dagli studi filologici ed aver preso Cicerone come modello, si attesta come lingua colta ormai lontana dalle forme medievali.  

I centri protagonisti del recupero del latino e degli studi filologici sono Firenze e Roma: in Toscana personaggi come Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini incarnano l’ideale dell’intellettuale capace di unire la ricerca dei classici con l’impegno politico inteso come impegno civile: le loro opere sono finalizzate alla diffusione delle idee umanistiche e ad imporre Firenze come centro culturale; a Roma Lorenzo Valla è fautore di un approccio più rigorosamente filologico ai testi classici che si accompagna ad una polemica antiautoritaria.

2Firenze capitale del volgare

A parte la breve parentesi repubblicana a cavallo dei due secoli, nel XV e XVI secolo Firenze è guidata dalla famiglia dei Medici che porta avanti una forte politica mecenatistica favorendo scrittori e artisti fiorentini ed attirandone tanti altri da altre città. Questa stagione, che investe tutto il XIV secolo e raggiunge il suo apice con l’inizio del Cinquecento durante le Guerre d’Italia, vede la definitiva affermazione del volgare.   

La vivacità di questa lingua è testimoniata dal suo lungo uso per la scrittura di novelle e facezie, brevi racconti spiritosi, e nelle raccolte di ricordi dei mercanti fiorentini, ma è solo a metà Quattrocento che scalza definitivamente il latino grazie al sostegno dei grandi letterati.   

2.1Leon Battista Alberti

Leon Battista Alberti (1404 - 1472), 1460: poeta, architetto, musicista, filosofo, pittore e scultore italiano
Leon Battista Alberti (1404 - 1472), 1460: poeta, architetto, musicista, filosofo, pittore e scultore italiano — Fonte: getty-images

Nato a Genova nel 1404 da una famiglia fiorentina esiliata, l’Alberti è il primo grande sostenitore dell’uso del volgare. Nel 1441, mentre è a servizio del pontefice, torna a Firenze dove organizza il certamen coronario, una gara poetica in volgare organizzata proprio allo scopo di promuoverne l’uso. 

È autore de I libri della famiglia, scritti in volgare e divisi in tre libri: nel proemio che apre il terzo libro il volgare è indicato come lingua da preferire al latino perché di più facilmente comprensibile ad un maggior numero di persone. Quest’opera è scritta in forma dialogica, cosa che caratterizza tutta la trattatistica umanistica, modellata sul modello ciceroniano, per tutto il XV secolo e che resiste ancora in quello successivo con esempi eccellenti come Il cortegiano di Baldassarre Castiglione

3Il Cinquecento: crisi politica e questione della lingua

L’inizio del XVI secolo rappresenta un punto di snodo fondamentale e singolare: l’Italia, diventata terreno di scontro tra Francia e Impero, mostra tutta la sua fragilità politica, ma è proprio in questo periodo che vengono scritti alcuni dei capolavori assoluti della letteratura italiana, mentre il trionfo del volgare spinge gli intellettuali ad affrontare il problema della lingua. 

3.1Il trattato storico e politico

Il merito della scrittura delle due maggiori opere storiche e politiche di questo periodo va a due fiorentini che, dall’alto dei loro incarichi politici, hanno potuto vedere la “ruina d’Italia” da una posizione privilegiata e che hanno usato l’indagine storica per sostenere l’analisi politica con uno stile radicalmente innovativo.

Niccolò Machiavelli con Pandolfo Petrucci sovrano della città italiana di Siena durante il Rinascimento di Alessandro Focosi
Niccolò Machiavelli con Pandolfo Petrucci sovrano della città italiana di Siena durante il Rinascimento di Alessandro Focosi — Fonte: getty-images

Uno di essi è Niccolò Machiavelli, autore di opere che rompono con la tradizione trattatistica umanistica come Il Principe, libro d’argomento politico in cui, dopo aver descritto i vari tipi di principato e la modalità della loro gestione, si traccia un disegno per la soluzione del problema italiano.

A metà tra il trattato storico e quello politico sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in cui l’analisi della storia romana serve a cercare chiavi interpretative per la crisi politica. Queste opere hanno forti elementi d’innovazione rispetto alla tradizione umanistica: nel Principe il discorso in prima persona sostituisce il dialogo, e la stessa cosa avviene nei Discorsi, dove l’autore unisce il genere del trattatello politico a quello del commento ai classici degli umanisti. 

L’altro fiorentino è Francesco Guicciardini, che nei venti libri della sua Storia d’Italia intreccia la cronaca dei fatti alla loro chiave di lettura; è autore anche dei Ricordi, una raccolta di pensieri ed aforismi che si ricollega alla tradizione memorialistica dei mercanti fiorentini rinnovandola completamente in un’opera che diventa punto di riferimento per la successiva letteratura aforistica. 

3.2La questione della lingua

Giovanni Boccaccio, opera di Andrea del Castagno
Giovanni Boccaccio, opera di Andrea del Castagno — Fonte: getty-images

La ricerca di unità linguistica letteraria si fa più pressante nel momento in cui vengono meno la coesione sociale e politica. All’inizio del Cinquecento la dignità e l’uso del volgare non sono più in discussione, il nodo da sciogliere diventa quindi quale volgare sia da utilizzare. 

Le tesi principali sono tre: Niccolò Machiavelli sostiene che la lingua fiorentina a lui contemporanea sarebbe quella più adatta a questo compito in virtù della sua comprensibilità e del prestigio datole dai suoi letterati. 

Famiglia e corte di Ludovico Gonzaga, affresco di Andrea Mantegna
Famiglia e corte di Ludovico Gonzaga, affresco di Andrea Mantegna — Fonte: getty-images

Pietro Bembo è invece fautore della tesi classicista per cui il modello va ricercato nel volgare fiorentino, ma in quello antico: e Petrarca per la poesia, e Boccaccio per la prosa, vengono individuati come gli esempi da imitare; questi concetti vengono esposti nelle Prose della volgar lingua, un dialogo a più voci di stile umanistico. 

Baldassarre Castiglione, è forse l’autore più consapevole delle ricadute sociali di questo dibattito: ne Il Cortegiano, un dialogo corale che si muove sulla falsariga di quello umanistico, egli sostiene la preferibilità della lingua cortigiana, cioè di un idioma comune stabilito dall’uso concreto e dalla sensibilità dei parlanti e non troppo condizionato dai modelli trecenteschi.