La letteratura patriottica risorgimentale

La letteratura patriottica risorgimentale A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Letteratura dell'unità d'Italia, letteratura patriottica, poesie, opere e protagonisti del Risorgimento.

1La letteratura patriottica: una letteratura per il popolo

Ritratto di Carlo Cattaneo (Milano, 1801-Castagnola-Cassarate, 1869): patriota, filosofo, politico, federalista e scrittore italiano
Ritratto di Carlo Cattaneo (Milano, 1801-Castagnola-Cassarate, 1869): patriota, filosofo, politico, federalista e scrittore italiano — Fonte: getty-images

In Italia il Romanticismo e il Risorgimento sono un binomio inscindibile e, infatti, nei primi romantici (Manzoni o Berchet), la questione dell’indipendenza dell’Italia e la lotta per realizzare questo grande obiettivo furono una questione politica, morale e letteraria.

Questo particolare rapporto tra Romanticismo e Risorgimento coinvolge quindi anche il piano sociale, dato che il Romanticismo fu in sostanza la cultura letteraria della borghesia emergente, la quale per prima aspirava all’unità.

Questa identità tra cultura romantica e classe borghese viene chiarita da Giovanni Berchet nella Lettera semiseria di Grisostomo a suo figlio, in cui, dopo aver affermato che tutti gli uomini sono disposti per natura ad intendere la poesia, bisogna comunque distinguere tre ceti sociali: quello degli “ottentotti”, cioè la plebe, quello dei “parigini”, ovvero i “raffinati” ed il “popolo”, tutti gli altri individui in grado di saper leggere ed ascoltare.

A questi ultimi si rivolge la poesia romantica, bene non più riservato a pochi ma nemmeno concesso a tutti, bensì elargito al ceto intermedio in cui si identifica la classe dirigente.

Rivolto a tale pubblico, lo scrittore romantico deve modificare radicalmente stile e lingua, deve parlare in una lingua più vicina al parlato, che risvegli in esso il sentimento patriottico. La poesia può quindi parlare, accalorare, infiammare gli animi del popolo. Gli scrittori risorgimentali mirano a questo.

2Romanticismo – Risorgimento

Nel Romanticismo italiano, la letteratura patriottica affianca il tema dominante dell’amore. Dobbiamo ricordarci che l’Italia in quel periodo era divisa in piccoli stati e oppressa dagli stranieri.

Alla letteratura si chiede quindi di assumere una funzione civile, celebrando i valori comuni – l’impegno e l’urgenza di un riscatto – che possano portare all’unità d’Italia e alla sua indipendenza.

Copertina dell'edizione del 1860 del "Canto degli Italiani" di Goffredo Mameli. Il 15 novembre 2017 l'Inno di Mameli diventa ufficialmente Inno nazionale
Copertina dell'edizione del 1860 del "Canto degli Italiani" di Goffredo Mameli. Il 15 novembre 2017 l'Inno di Mameli diventa ufficialmente Inno nazionale — Fonte: ansa

L’eroismo, la libertà, l’orgoglio di far parte di una nazione di grande prestigio storico (I Greci, i Romani) sono i temi principali trasmessi in queste opere. Insomma: la patria, che si tende a venerare fino al sacrificio della vita, come recita il nostro inno nazionale, composto proprio in quegli anni da Goffredo Mameli: «Stringiamci a coorte siam pronti alla morte».

L’eco di questa letteratura parte tanto dal Misogallo di Vittorio Alfieri quanto da Alessandro Manzoni, con l’ode Marzo 1821 dove è auspicata un’unità nazionale basata sulla stessa lingua, sulla stessa religione, sulle stesse tradizioni: l’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor».

Guardare al passato? Certo, in particolare a Roma: «l’elmo di Scipio», intendendo il glorioso passato romano, la prima unificazione della nostra penisola (anche la Francia rivoluzionaria aveva guardato all’antica Roma, d’altronde). Si guarda però anche al Medioevo, periodo di smanie libertarie, di furori, di lotte (e non dimentichiamo il favore del Romanticismo a questo periodo storico).

Ma si guarda anche al futuro perché oggetto di canto, di azione, di immaginazione, non è solo la realtà storica, ma anche ciò che potrà essere: da qui vediamo quanto la letteratura patriottica sia pervasa di senso profetico, di un sogno glorioso, di vittoria che sarà realizzata ad ogni costo. Stilisticamente la poesia patriottica contiene accorate esortazioni, con esclamazioni e interrogative, sempre in bilico tra una lingua di matrice popolare e una colta che riprende i modi della tradizione classicistica.

Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano, i bimbi d’Italia si chiaman Balilla, il suon d’ogni squilla i Vespri suonò. (Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia)

3Giuseppe Mazzini (1805-1872) e la critica letteraria di stampo patriottico

Giuseppe Mazzini
Giuseppe Mazzini — Fonte: ansa

Giuseppe Mazzini studiò privatamente e dal 1819 frequentò i corsi di filosofia e delle belle lettere, propedeutica all’università, ottenendo nel 1822 il diploma di magistero.

Sono questi gli anni in cui è travolto dagli stimoli culturali e dai fermenti politici dei moti rivoluzionari; dalle letture di periodici politici e i discorsi sul vicino periodo repubblicano e napoleonico; dalla lettura dell’Ortis di Foscolo (libro molto politico e patriottico). È travolto ed è qui che nasce il suo pensiero repubblicano.

Si laurea nel 1827 in legge all’Università di Genova, ma non è attratto dall’attività forense. Infatti:

«i poli dei suoi interessi più vivi e personali non erano di certo negli studi del giure fatti all’università, aduggiati da una erudizione pedantesca e retorica e dal formalismo delle pratiche esterne (…), ma fuori dalle aule, nelle libere e ansiose letture alla ricerca di una cultura legata alla vita e generatrici di riflessioni politiche» (Franco Della Peruta).

Scrive Mazzini a un suo coetaneo amico Giuseppe Elia Benza:

«Tu non sai di qual fermento mi sia la lettura d’un libro, d’una storia qualunque. È quando io medito ai delitti di chi opprime, alle virtù di chi ha il giogo sul collo, e al sangue versato intorno all’altare della libertà, senza fruttar mai se non che aumento di ceppi, allora parmi soffocare – tanta è l’ira che si sveglia nel mio petto» (1825).

Mazzini sente forte l’urgenza di comunicare le sue idee e di comprendere appieno la situazione storica che gli si para di fronte; sente l’urgenza di leggere, ascoltare, formarsi e informarsi in modo libero, senza preconcetti.

Crea così un «un piccolo nucleo di scelti giovani, d’intelletto indipendente, anelante a nuove cose». Sono il già citato Benza, i fratelli Ruffini, Pietro Torre, Filippo Bettini e altri. È qui che Mazzini vuole placare «l’irrequieta vampa del cuore» «l’immenso desiderio di patria».

Non casualmente il suo primo scritto è dedicato al sommo poeta, Dante Alighieri, figura emblematica e simbolica dell’orgoglio patrio, che proprio allora veniva rispolverata (il primo a farlo era stato proprio Foscolo, tra l’altro). Dobbiamo ricordare il contesto in cui si inseriva questo scritto, rimasto a lungo inedito. La famosa polemica tra classicisti e romantici.

Si sente forte l’influenza foscoliana nello scritto, ma colpiscono in particolare gli accenti all’amore patrio che vengono attualizzati. Lo scritto era nato anche come replica all’accusa rivolta a Dante «d’intollerante e ostinata fierezza, e d’ira eccessiva contro Fiorenza».

Mazzini afferma che le opere degli autori del passato siano da analizzare e cogliere nel loro contesto storico.

«Uno è sempre l’amor patrio nella sua essenza e nel suo ultimo scopo», ma, «come tutti gli affetti umani subisce varie modificazioni, e veste forme diverse secondo che mutansi le abitudini, le costumanze, le opinioni religiose, e civili, e le passioni degli uomini che costituiscono questa patria, all’utile della quale si mira».

L’amore di Dante per la patria spinge Mazzini ad affermare che «Egli mirò a congiungere in un sol corpo l’Italia piena di divisioni, e sottrarla al servaggio, che allora la minacciava più che mai».

Anche l’aspetto linguistico è fondamentale, perché Dante «si pronunzia con entusiasmo campione della favella italiana volgare, e predice a questa verginella modesta, ch’egli educava a più nobili fati, glorie e trionfi sull’idioma latino, ch’era ormai sole al tramonto». In modo da potere apprendere da lui, bisogna rileggere l’opera dantesca con fervore e amore, con un appello accorato: «O Italiani! Non obliate giammai, che il primo passo a produrre uomini grandi sta nell’onorare i già spenti».

Nel 1828, insieme a Benza, Mazzini tentò di trasformare L’indicatore genovese da modesto foglio commerciale all’organo di una battaglia culturale incentrata sul concetto di progresso. Con queste parole:

«La civiltà è dotata d’un moto progressivo: noi cercheremo d’esprimere questo moto: noi indicheremo, per quanto è in noi, i progressi dell’umana famiglia, tanto in ciò che concerne l’universo fisico, come in ciò che spetta alle potenze intellettuali» (Programma del giornale, 1829).

A proposito del Romanticismo, dice anche: «Chi non cammina col secolo, morrà col secolo, o prima. Però noi saremo romantici: e a molti il vocabolo suona stranezza, ad altri peggio: ma a noi suona filosofia: suona voto europeo, suona imperiosa necessità» (Ibidem).

L’intento dichiarato è anche quello di cercare una nuova letteratura che corrisponda all’attitudine sociale, una letteratura che poggiasse sullo studio delle letterature europee «per trarne il buono, per conoscere tutte le vie che guidano al cuore, per determinare i diversi modi, co’ quali può riprodursi quel bello, fondato sul vero ch’è unico nell’essenza, pure molteplice nell’applicazione».

Si delinea così il romanticismo di stampo mazziniano, un romanticismo di impronta laica e democratica, che respinge il collegamento con il Medioevo e con la tradizione cattolica tipico del gruppo del Conciliatore ed estendeva i limiti del concetto di «popolo» al di là del ristretto cerchio della classe media (contrario a Berchet).

Ci offre così alcuni punti chiari:

  1. La dottrina del «genio», interprete profetico dei destini futuri delle nazioni e dell’umanità.
  2. La necessità di una letteratura europea espressione delle aspirazioni della civiltà moderna, innestata nella vita civile e politica.
  3. Il presentimento di una letteratura europea che superi le diatribe e le borie nazionali, riflesso di quella fratellanza, che il progresso stava avvicinando l’uno all’altro.
  4. Il tratto distintivo delle singole letterature come risultato del vario corso della storia delle nazioni.
  5. La forza della libera pubblica opinione, destinata a riuscire vincitrice delle persecuzioni.

A ben vedere questi punti corrispondono quasi interamente a quelli pubblicati sul manifesto della Giovine Italia, fondata da Mazzini nel 1831, a Marsiglia.

La Federazione della Giovine Italia data l'era sua dall'anno 1831. Essa ha per scopo:

  1. La repubblica, una, indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e libero.
  2. La distruzione di tutta l'alta gerarchia del clero e l'introduzione di un semplice sistema parrocchiale.
  3. L'abolizione di ogni aristocrazia e di ogni privilegio, che non dipenda dalla legge eterna della capacità e delle azioni.
  4. Una promozione illimitata dell'istruzione pubblica.
  5. La più esplicita dichiarazione di diritti dell'uomo e del cittadino. Qualunque forma di governo monarchico, costituzionale od altro, qualunque moderato sistema di religione, che la necessità delle cose ne imponesse accettare, sarebbero sempre accettati e considerati come governi e sistemi di transizione e la Federazione perciò proseguirebbe i suoi lavori.
Primo incontro tra Garibaldi e Mazzini a Marsiglia nel 1833
Primo incontro tra Garibaldi e Mazzini a Marsiglia nel 1833 — Fonte: getty-images

La Giovine Italia (o Giovane Italia) è un’associazione politica insurrezionale il cui obiettivo era la trasformazione dell’Italia in una repubblica democratica unitaria, destituendo i governi dei precedenti stati preunitari. È il simbolo e il più alto contributo di Mazzini alla causa dell’unità italiana – anche se sortì gli effetti sperati solo molto dopo. Possiamo considerarlo come il suo sogno più folle.

Per quanto riguarda la fine della sua vita, Mazzini ebbe alterne vicende e alterne fortune esistenziali, fondò riviste ed ebbe numerose iniziative, tutte volte allo stesso scopo: riformare la sua patria. Lo ritroviamo esule, sconfitto, abbandonato a se stesso a Londra e a Lugano, e poi rimpatriato sotto falso nome, a Pisa, dove morì il 10 marzo 1872.

Del suo pensiero possiamo in sintesi dire questo:

«Il problema politico del Risorgimento acquistò con Mazzini una dimensione religiosa: questo fondersi e confondersi di motivi religiosi e politici non contribuì alla chiarezza concettuale, all'organicità e quindi alla diffusione del suo pensiero, ma diede all'azione mazziniana vigore e tensione morale» (Treccani).

3.1Le opere di Mazzini

I numerosissimi scritti di Mazzini sono stati pubblicati una prima volta, in 18 volumi, nell'edizione cosiddetta daelliana.

In occasione del centenario della nascita del patriota italiano fu costituita una commissione incaricata di fare una edizione nazionale degliScritti editi e inediti di Mazzini che, tra il 1906 e il 1943, pubblicò 100 volumi divisi in scritti politici, scritti letterari ed epistolario e un ultimo volume con scritti letterari e politici; a questi si sono aggiunti successivamente altri volumi.

Tra il 1916 e il 1922 apparivano i 6 volumi del Protocollo della Giovine Italia.

4Carlo Cattaneo: tra letteratura e politica

Le cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848): incontro tra Carlo Cattaneo (1801-1849) e il conte Enrico Martini (1818-1869), dopo la rivolta milanese contro gli austriaci
Le cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848): incontro tra Carlo Cattaneo (1801-1849) e il conte Enrico Martini (1818-1869), dopo la rivolta milanese contro gli austriaci — Fonte: getty-images

Carlo Cattaneo è una figura complessa e affascinante del nostro Risorgimento. Nasce a Milano il 15 giugno del 1801. Allievo del filosofo e giurista liberale Gian Domenico Romagnosi, si laurea in giurisprudenza nel 1824. 

Dal 1828 al 1838 è redattore degli "Annali universali di statistica". Grande sostenitore del progresso industriale, fonda la rivista culturale mensile Il Politecnico, dove ci sono contributi che spaziano in diversi ambiti del sapere. 

Uno stralcio dal programma

«Sotto un titolo che ad alcuno sembrerà per avventura ambizioso, noi divisiamo annunciare la più modesta delle intenzioni, quella cioè di appianare ai nostri concittadini con una raccolta periodica la più pronta cognizione di quella parte di vero che dalle ardue regioni dell Scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della Pratica, e crescere sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile. Desiderosi di pur giovare anche nella debolezza dei nostri studj: obbedienti alla voce del secolo che preferisce allo splendore delle teorie i pazienti servigi dell'Arte: persuasi che ogni scienza più speculativa deve tosto o tardi anche da' suoi più aridi rami produrre qualche insapettato frutto all'umana società: noi intendiamo farci quasi interpreti e mediatori fra le contemplazioni dei pochi e le abitudini dei molti» (Il Politecnico, programma). 

Cinque giornate di Milano, 21 marzo 1848
Cinque giornate di Milano, 21 marzo 1848 — Fonte: getty-images

L’iniziativa ebbe molto successo. Come patriota, partecipa in qualità di capo del consiglio di guerra ai moti delle Cinque giornate di Milano. Il ritorno degli austriaci lo costringe, nell'agosto 1848, a rifugiarsi prima a Parigi e successivamente in Svizzera.

Per Cattaneo è l’occasione di riflettere sulle sue posizioni politiche che si improntano a una repubblica di tipo federale, contestando lo sbocco monarchico delle conquiste risorgimentali.

In questa fase scrive L'insurrection de Milan en 1848, pubblicata nel 1849, con cui critica la politica di Carlo Alberto ed esprime la necessità di una società fondata sul progresso tecnico-scientifico ed economico.

Per Cattaneo l’Italia unita è fondamentale anche e soprattutto in termini economici, affinché possa rivelarsi potenza di livello europeo.

Rientrato a Milano alla cacciata degli austriaci, è più volte eletto deputato. Nel 1859 riprende le pubblicazioni del Politecnico, che dureranno fino al 1864, dando ampio spazio ai temi dell'unità nazionale.

Nel 1860 incontra Giuseppe Garibaldi a Napoli, nel quale ripone le sue speranze federaliste che però saranno nuovamente frustrate.

Fa poi ritorno a Castagnola, in Svizzera. Qui Carlo Cattaneo si spegne all'età di 67 anni, il 6 febbraio 1869.

4.1Le opere di Cattaneo

Cattaneo scrisse molto nel tentativo di fare incontrare la teoria e la prassi, avvicinando sempre la speculazione filosofica all'economia e alle scienze. Tra le più importanti opere dobbiamo ricordare:

  • «Notizie naturali e civili su la Lombardia» (1844);
  • «Archivio triennale delle cose d’Italia» (1850-55);
  • «Invito alli amatori della filosofia» (1857);
  • «La città considerata come principio ideale delle istorie italiane» (1858);
  • «Del pensiero come principio di pubblica ricchezza» (1859);
  • «Psicologia delle menti associate» (1859-63);
  • «Memorie d'economia pubblica» (1860).

L’impostazione di Cattaneo è perlopiù illuminista, capace di spaziare dalle scienze alle letterature europee, alle letterature antiche, fermando che «la nazione degli uomini studiosi è una sola: è la nazione d’Omero e di Dante, di Galileo e di Bacone, del Werner e di Linneo, e di tutti quelli che seguono i loro esempi immortali; è la nazione delle intelligenze che abita tutti i climi e parla tutte le lingue».

C’è quindi anche in lui, come in Mazzini, il tentativo di tornare a vedere un’Italia europea, di ampio respiro, anche nella letteratura: «noi abbiamo gran bisogno d’allargare il cerchio, e uscir dalle abitudini timide e superstiziose, che rendon fredda e debole la nostra presente letteratura; dobbiamo guardarci intorno, e tornare europei, per essere italiani al modo che lo furono Petrarca ed Ariosto».

«No, cittadini; non si speri riposo; la civiltà è una milizia» (Carlo Cattaneo).