Le ultime lettere di Jacopo Ortis | video

Di Maria Carola Pisano.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis: analisi e spiegazione del romanzo epistolare di Ugo Foscolo. Guarda il video a cura di Emanuele Bosi

LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

Le ultime lettere di Jacopo Ortis: guarda il video a cura di Emanuele Bosi
Le ultime lettere di Jacopo Ortis: guarda il video a cura di Emanuele Bosi — Fonte: redazione

Nel 1774 un certo Johann Wolfgang von Goethe scrive quello che passerà alla storia per essere uno dei più famosi romanzi epistolari di tutti i tempi, I dolori del giovane Werther. Qualche anno dopo, un giovane scrittore prende a modello proprio quel testo, per realizzare il primo romanzo epistolare italiano. Quello scrittore è Ugo Foscolo, e il libro di cui stiamo per parlarti è Le ultime lettere di Jacopo Ortis.

Passione, impeto, eroismo. Ma anche riflessione sulla politica, sulla morte, sulla virtù e sulla storia: c’è tutto, in questo romanzo straordinario, la cui storia editoriale è piuttosto travagliata.

Nel 1798 esce infatti una prima edizione del romanzo. A pubblicarla però non è Foscolo, che al momento è al fronte a combattere, tanto che da lasciare il libro incompiuto, ma il suo editore. Quest’ultimo crede talmente tanto nella storia che fa di tutto perché venga completata, e affida il compito ad Angelo Sassoli. Non è difficile immaginare la reazione di Foscolo una volta tornato dalla guerra… esatto: sconfessa l’opera, la completa di suo pugno e la ripubblica, non una ma tre volte: nel 1802, poi nel 1816 e infine nel 1817.

Abbiamo detto che l’Ortis ricalca in gran parte l’opera di Goethe. In effetti sono entrambi romanzi epistolari, e poi hanno come tema un’intricata storia d’amore che si conclude col suicidio del protagonista. Ma in cosa differiscono, quindi?

Il tema politico nell’Ortis è centrale. Jacopo Ortis soffre non solo per le sue vicende sentimentali, ma anche per la situazione politica del suo paese. La sua anima guerriera, risorgimentale, non riesce a tollerare che Venezia sia stata ceduta da Napoleone all’Austria. E infatti la storia parte proprio da una data specifica: l’11 ottobre del 1797, quando con il Trattato di Campoformio Napoleone tradisce gli ideali italiani e Jacopo Ortis si trova nelle liste di proscrizione: se catturato, rischia di essere messo a morte.

 

Il romanzo, abbiamo detto, è di tipo epistolare. Ovvero? Ovvero, è narrato sotto forma di lettere, insomma. Le lettere sono scritte da Jacopo, ma a renderle pubbliche è l’amico Lorenzo Alderani, che attraverso quei documenti vuole far conoscere la storia del suo amico morto suicida.

Dopo la firma del Trattato, ci fa sapere Lorenzo, Jacopo fugge da Venezia sui Colli Eugànei, dove conosce Teresa, di cui si innamora. La donna purtroppo è promessa sposa a tal Odoardo, giovane colto ma privo di passioni. Jacopo è spesso a casa di Teresa, e, dopo una lunga frequentazione, un giorno i due si baciano. Purtroppo, però, la donna fa sapere al suo amato che, pur non amando Odoardo, dovrà comunque sposarlo, per non disobbedire al volere del padre.

Jacopo è malato d’amore: si mette in viaggio in tutta Italia, incontrando amici e toccando diverse città. Ma quando lo raggiunge la notizia del matrimonio di Teresa, medita il suicidio: incontra sua madre per un’ultima volta, poi scrive due lettere – una a Lorenzo e una a Teresa – e si toglie la vita.

Se Jacopo si uccide non è per amore, ma perché i suoi sentimenti sono enormi, immensi, e le sue illusioni cadono una ad una nel corso del tempo. Il suicidio di Jacopo lo libera dal nulla, dal meccanicismo naturale, dalla condanna di dover vivere per forza nell’infelicità.

E poi c’è la disillusione politica, che si spiega bene nel dialogo di Jacopo con Parini, amico che il protagonista incontra in viaggio, dopo aver lasciato casa di Teresa. Ma anche nella sua lettera da Ventimiglia, in cui afferma di non avere più una patria da chiamare tale.

Ecco: la delusione storica e il meccanicismo della natura, spesso inospitale, appaiono strettamente legati, come se la condizione umana fosse desolante, come se il progresso fosse inutile.

Lo abbiamo già detto in altri nostri video su Foscolo, ma…forse ti renderai meglio conto ora di quanto questi temi si avvicinino a quelli di Giacomo Leopardi.

GUARDA IL VIDEO A CURA DI EMANUELE BOSI