Le tragedie di Alfieri: riassunto

Di Redazione Studenti.

Riassunto sulle tragedie di Alfieri: stile, struttura e protagonisti, il titanismo e i motivi che hanno spinto questo autore a scrivere tragedie

LE TRAGEDIE DI ALFIERI: RIASSUNTO

Vittorio Alfieri è stato uno scrittore e importante tragediografo e le sue tragedie più famose possono essere raggruppate in base al loro soggetto:

  • argomento mitologico greco: Antigone, Agamennone, Oreste, Mirra;
  • argomento storico antico, in particolare la storia romana: Antonio e Cleopatra, Bruto I, Bruto II;
  • argomento storico medievale e storia moderna: La congiura dei pazzi, Rosmunda, Maria Stuarda;
  • personaggio biblico, come argomento storie tratte dalla Bibbia, solamente un’opera: il Saul.

Alfieri sosteneva che il contenuto di un’opera teatrale deve essere illustre, alto. I protagonisti delle tragedie alfieriane sono sempre personaggi di eccezione: re, tiranni, uomini politici. Importante è osservare che il loro dramma non è psicologico, ma è un dramma storico, civile.

Le tragedie di Alfieri esplicitano le sue idee politiche ed anche il principio secondo il quale la poesia è uno strumento per esortare la libertà: è questo l’istinto che spinge l’eroe, l’individuo d’eccezione, a vivere un conflitto con il potere ed in questo conflitto l’eroe va spesso incontro alla morte.

Gli eroi delle tragedie alfieriane sono uomini schiacciati da eventi fatali, in lotta per affermare la propria dignità, in cerca delle libertà delle proprie passioni. In questo, il suicidio diventa spesso l’unica via d’uscita ed il più alto ideale tragico.

Le tragedie di Alfieri: riassunto
Le tragedie di Alfieri: riassunto — Fonte: getty-images

LE RAGIONI DELLA SCELTA TRAGICA

Nell’assiduo e rigoroso impegno della scrittura tragica, Alfieri individua lo scopo che può dare un senso alla sua vita, incessantemente protesa verso qualcosa di ignoto e per questo dominata da un senso di vuoto, di noia, di scontentezza.

Tradizionalmente, la tragedia rappresentava figure umane eroiche ed eccezionali, appariva il genere poetico più adatto ad esprimere il titanismo alfieriano, la tensione verso una grandezza senza limiti.

Nel costruire i suoi eroi, figure monumentali, dall’eccezionale statura, il poeta dava sfogo alle sue aspirazioni, proiettava sé medesimo.

Secondo un’opinione diffusa nel mondo letterario del tempo, la tragedia non aveva ancora trovato nella cultura italiana una realizzazione soddisfacente: si riteneva che mancasse all’Italia un grande poeta tragico, degno degli antichi e all’altezza della tragedia classica francese, che nel secolo precedente aveva dato i capolavori di Corneille e Racine.

La tragedia era anche considerata il genere più sublime e più difficile: Alfieri in quel campo così arduo e ancora tutto aperto scorgeva l’occasione adatta per l’affermazione di sé, per esprimere la sua originalità e grandezza e per soddisfare il proprio ardente bisogno di gloria.

LA STRUTTURA DELLA TRAGEDIA DI ALFIERI

Alfieri si colloca in posizione polemica nei confronti della grande tragedia classica francese. Ai tragici francesi lo scrittore rimprovera il rallentamento dell’azione che comportava uno scarso interesse, l’andamento monotono e cantilenante dei versi a rima baciata.

Secondo Alfieri, alla base dell’ispirazione poetica vi deve essere uno slancio passionale, un contenuto sentimentalmente e ardentemente vissuto.

Per questo il congegno drammatico deve bandire ogni elemento superfluo, deve cioè evitare i personaggi secondari, non indispensabili all’economia dell’azione, e concentrarsi solo su un numero limitatissimo di personaggi principali, quelli tra cui si crea veramente il conflitto tragico.

LO STILE DI ALFIERI NELLE TRAGEDIE

Lo stile deve essere rapido, conciso, essenziale, capace quindi di esprimere tutto il calore passionale del nucleo drammatico. Le battute sono in prevalenza brevi, abbondano le parole monosillabiche: vi è la ricerca di estrema concisione.

Lo stile tragico, per Alfieri, deve distinguersi nettamente da quello lirico e da quello epico: questi tendono al canto, mentre la tragedia esprime conflitti fra individualità, idee e passioni, quindi non può “cantare”.

Per questo Alfieri mira ad uno stile che si diametralmente opposto a quello melodioso della tragedia francese, inoltre in lui vi è un rifiuto sprezzante del melodramma di Metastasio.

Per evitare la cantilena, che per lui è indizio di una caduta di tensione passionale e quindi di freddezza, il poeta punta su uno stile duro, aspro, anti musicale; gli strumenti che impiega a tal fine sono le continue variazioni di ritmo, la presenza continua di pause e di fratture al loro interno, la presenza di enjambement fortemente inarcati, la presenza di suoni aspri, con duri scontri di consonanti.

Alfieri rispetta puntualmente le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione: le sue tragedie si svolgono di norma su un arco temporale che non supera le ventiquattro ore, hanno una scena fissa ed un’azione unitaria, costruita intorno ad un unico nucleo drammatico.

Non si tratta però di un’adesione estrinseca alle regole: la scelta risponde ad esigenze autentiche e sentite, nel poeta: innanzitutto quella di dar ordine e disciplina al suo mondo interiore tormentato, che solo nelle forme classiche può trovare una sorta di catarsi; d’altro lato l’unità rigorosa dell’azione e la brevità dell’arco temporale sono perfettamente in armonia con la necessità di una struttura tragica tesa, rapida e incalzante, che è il punto centrale della poetica alfieriana.

Il bisogno di disciplina si manifesta nel modo stesso di lavorare che è proprio di Alfieri. Nella Vita egli spiega che l’elaborazione di ogni tragedia si articolare in tre momenti fondamentali:

  1. ideare: consiste nell’ideare il soggetto della tragedia, nel distribuirlo schematicamente, in forma riassuntiva, in atti e in scene e nel fissare il numero dei personaggi, seguendo l’ispirazione;
  2. stendere: consiste nello scrivere per intero i dialoghi in prosa;
  3. verseggiare: significa stendere i dialoghi in versi, Alfieri usa l’endecasillabo sciolto, che con lui si afferma come il verso tragico per eccellenza.

La creazione è originariamente un processo spontaneo, che trae alimento dalle componenti più irrazionali (le prime due fasi), ma poi quel contenuto deve disciplinarsi in una forma rigorosa.

Entrambe le condizioni sono per il poeta necessarie: la tragedia non può nascere se non vi è quell’entusiasmo iniziale, ma egualmente non può esistere se non trova la sua perfetta organizzazione formale.

Alfieri non fece di norma recitare le sue tragedie nei teatri pubblici e le destinò solo a rappresentazioni private, tra gruppi di amici aristocratici.

Questa scelta privata nasceva da un rifiuto del teatro contemporaneo, ritenuto frivolo e volgare, degli attori dell’epoca, giudicati del tutto incapaci di sostenere le parti dei suoi eroi, ed infine del pubblico comunque, considerato insensibile e mediocre.

Nelle prime tragedie si proietta il sogno di grandezza sovrumana, lo slancio titanico di affermazione dell’io al di là di ogni limite e ostacolo, ma contemporaneamente si profila lo scontro con una realtà ostile che soffoca quello slancio e si manifesta in un amaro sentimento del vivere, in una concezione pessimistica dell’uomo, sulla sua insufficienza e impotenza e che corrode intimamente l’ideale eroico.

IL TITANISMO DI ALFIERI

Il titanismo è un atteggiamento tipico del Romanticismo, ma fa già la sua piena comparsa a fine Settecento, in certe tendenze della cultura preromantica. Il termine deriva dalla mitologia greca: i Titani erano dei giganti che avevano osato ribellarsi a Zeus.

Con riferimento ai ribelli del mito, titanismo fu chiamato un atteggiamento di ribellione e di sfida ad ogni forma di autorità e di potere oppressivo che gravi sugli uomini: Dio, il destino, la tirannide, la legge.

È una ribellione che nasce da un’ansia di sovrumana grandezza e di infinita libertà, che non tollera limiti o costrizioni di sorta; una rivolta che non parte da un calcolo delle forze e delle probabilità di vittoria, ma osa sfidare la potenza oppressiva anche se sa di essere votata ineluttabilmente alla sconfitta.

In Alfieri si possono riscontrare atteggiamenti titanici: vi è in lui un senso orgoglioso della propria eccezionalità spirituale, in contrapposizione ad un’umanità mediocre e vile, una tensione ad una grandezza sovrumana, un’ansia di affermazione assoluta del proprio io, che si traduce in insofferenza per ogni costrizione, in avversione esasperata nei confronti dell’oppressivo assolutismo dei suoi tempi.

Per questo nel trattato Della tirannide e in molte tragedie lo scrittore traccia le linee di una figura eroica che generosamente si erge a sfidare la potenza avversa, anche a prezzo della vita.

Il potere tirannico è invincibile; ma l’eroe, anche se vinto, non è mai domato interiormente, ed affronta senza esitazione il sacrificio e la morte pur di affermare la sua scelta di libertà.