Le più belle novelle di Pirandello

Di Redazione Studenti.

Novelle di Pirandello: analisi, personaggi, caratteristiche e breve riassunto delle 4 più famose e belle della raccolta Novelle per un anno

Introduzione

Le novelle più belle di Pirandello
Le novelle più belle di Pirandello — Fonte: getty-images

L’alienazione dell’uomo, costretto a indossare una maschera per adeguarsi al ruolo che la dimensione sociale gli cuce addosso e la crisi di identità che consegue alla scissione tra quel che egli è e quel che egli appare; l’assenza di una verità nella sua vita, dal momento che le verità sono tante quante sono le persone che lo osservano e lo giudicano (ciascuna secondo la propria percezione delle cose); l’impossibilità di “comunicare” derivante dall'ambiguità del linguaggio il quale, filtrato dalle diverse categorie mentali, assume significati differenti per ciascuno degli interlocutori e l’inevitabile solitudine esistenziale che ne discende; e infine la follia, come unica modalità attraverso cui l’uomo riesce a recuperare sé stesso sganciandosi dai legacci che lo imbrigliano e che lo condannano all'infelicità sono queste le tematiche che costituiscono il leitmotiv dell’intera produzione letteraria del premio Nobel Luigi Pirandello.

Tematiche che ritroviamo anche nelle sue novelle (genere letterario che Pirandello coltivò per tutto l’arco della propria vita) nelle quali, nonostante lo spazio breve della narrazione non consenta grandi approfondimenti psicologici dei personaggi, esse emergono con forza in forma ora umoristica, ora tragica, ora paradossale, ora grottesca.

Il progetto di Luigi Pirandello che chiamò "Novelle per un anno" era quello di scrivere 365 novelle, una per ogni giorno dell’anno. Riuscì invece a scriverne 246, di cui 15 furono pubblicate postume.

Di seguito ne esaminiamo alcune, tra le più belle del grande scrittore.

La patente

In questa novella, dai toni tragicomici, la tematica pirandelliana della “maschera” che l’uomo è costretto a indossare, giunge ai limiti del paradosso.

L’impiegato del monte dei pegni Rosario Chiarchiaro, la cui vita è stata distrutta dalla nomea di iettatore che in paese lo perseguita, e a causa della quale è stato licenziato e le sue figlie non trovano marito, cita in giudizio due giovani che lo hanno diffamato facendo, al suo passaggio, il classico segno delle “corna” per scongiurare la sfortuna.

Ma al cospetto del giudice, Chiarchiaro, con un insospettabile colpo di scena, non si atteggia a vittima ma, consapevole della impossibilità di scucirsi di dosso il ruolo che la società gli ha ritagliato, decide di indossarne la maschera, rivendicando il suo ruolo di iettatore e chiede che esso gli venga formalmente riconosciuto affinché gli altri possano pagare una “tassa” per evitare i suoi poteri malefici.

Dinanzi all'esterrefatto giudice D’Andrea, Chiarchiaro pretende quindi la sua "patente" di iettatore, riconosciuta a pieno titolo dal tribunale.

La novella venne poi da Pirandello tradotta nell’omonima commedia che fu interpretata in teatro, in dialetto siciliano, dal grande Angelo Musco e fu poi rappresentata al cinema divenendo uno degli episodi del film “Questa è la vita”, in cui lo iettatore "patentato" Chiarchiaro fu magistralmente interpretato da Totò.

La signora Frola e il signor Ponza, suo genero

Il tema pirandelliano dell'assenza di verità (perché le verità son tante quante sono le persone che credono di possederle) viene perfettamente incarnato in questa novella, La signora Frola e il signor Ponza, suo genero.

I coniugi Ponza e la signora Frola si trasferiscono nel paese di Valdana, prendendo in affitto due case separate. Ma mentre il signor Ponza e la suocera, signora Frola, frequentano il paese, nessuno ha mai visto la moglie di Ponza (nonché figlia della signora Frola): circostanza che alimenta la morbosa curiosità di tutti i compaesani.

Chiamati a mettere a tacere le chiacchiere del paese che potrebbero danneggiare la carriera dell'impiegato Ponza, genero e suocera si trovano a raccontare versioni dei fatti totalmente differenti per spiegare perché la signora Ponza non esca mai di casa:

  • la signora Frola - secondo il genero - sarebbe impazzita a seguito della morte della figlia e lui, adesso in seconde nozze, per benevolenza la asseconderebbe, con la complicità della nuova moglie, fingendo che quest'ultima sia la figlia scomparsa.
    La moglie non uscirebbe di casa proprio per evitare di incrociare la "presunta" madre.
  • Secondo la versione della signora Frola, invece, la propria figlia sarebbe stata in passato ricoverata in un istituto di salute per una sorta di esaurimento e il genero, impazzito per il dolore, si è convinto che la moglie sia morta tanto che, quando la moglie è ritornata in salute, si è dovuta assecondare la sua follia simulando un "nuovo" matrimonio con la donna che Ponza crede adesso sia la sua seconda moglie. Il genero - secondo la signora Frola - terrebbe segregata in casa l'adorata moglie per timore che, come avvenuto in passato, ella gli venga sottratta.

Versioni entrambe, a loro modo, verosimili, che rappresentano un espediente per far affermare a Pirandello la sua idea della non-conoscibilità della verità.

Idea che viene rafforzata nell'opera teatrale "Così è (se vi pare)", che è stata tratta dalla novella, la quale si conclude con l'apparizione della signora Ponza e la sua emblematica frase "io sono colei che mi si crede".

Il treno ha fischiato

La follia (vera o presunta) come modo per sfuggire alle costrizioni e ai soffocanti doveri di una vita miserabile, costituisce il tema di questa novella pirandelliana, Il treno ha fischiato.

Belluca, uomo mansueto, si divide tra l'ufficio, in cui viene sovraccaricato di lavoro e umiliato dal capo-ufficio e dai colleghi che si beffano di lui, e il delirio di una casa in cui è costretto a mantenere e accudire tre donne cieche (la moglie, la madre e la zia di quest'ultima) nonché due indolenti figlie vedove con la relativa prole.

Costretto pure a lavorare la sera a casa per arrotondare, la notte il poveretto stramazza sul divano sgangherato in cui si addormenta in un sonno profondo senza sogni. Ma poi accade qualcosa di inaspettato che rivoluziona la sua vita.

Per la prima volta Belluca, nel cuore della notte, sente il fischio di un treno e si ritrova a viaggiare con la mente verso una vita diversa e verso luoghi meravigliosi che si aprono alla sua immaginazione.

La mattina seguente Belluca è un uomo nuovo: inaspettatamente si ribella al capo ufficio e, nello stupore generale, comincia a farneticare ripetendo che "il treno ha fischiato".

Viene ritenuto pazzo e i medici gli diagnosticano una malattia mentale, ma Belluca ha solo recuperato la parte di sé seppellita da anni di docile adeguamento alle responsabilità soffocanti della sua vita.

Tornerà alla vita di sempre, ma con la dolce consapevolezza che la sua vita grama gli concede adesso uno spiraglio: rifugiarsi, di tanto in tanto, nei propri sogni.

Tu ridi

Il tema dell'evasione da una vita triste e misera ritorna in questa novella di Pirandello, per quanto, in questo caso, l'esito sarà assai diverso.

Il signor Anselmo vive una vita infelice, fortemente segnata dalla improvvisa morte del figlio e dalla necessità di mantenere le cinque nipoti a seguito della fuga della nuora.

Ma la notte, mentre dorme, Anselmo ride. Ride di una risata grassa, divertita e felice che fa insospettire la moglie la quale, infuriata e gelosa, immaginando chissà quali sogni beati, lo sveglia malamente chiedendogli ripetutamente il perché di quella ilarità.

Anselmo non ricorda nulla ed è convinto in realtà di non sognare alcunché. Poiché però la storia si ripete e non tollera più di essere svegliato di soprassalto, notte dopo notte, dalla moglie inacidita con la solita tiritera del "Tu ridi!", crede persino di soffrire di qualche malattia che gli provoca quella risata notturna.

Rassicurato dal medico sulla sua sanità fisica e mentale e sul fatto che si tratta di veri e propri sogni ristoratori di cui non ricorda nulla solo perché avvengono nella fase di sonno profondo, Anselmo accarezza adesso l'idea di questo benessere notturno che sa di provare, per quanto non ne conservi il ricordo, ed è felice di godere di questa parentesi nella sua vita insoddisfacente.

Ma una mattina Anselmo ricorda uno di quei sogni di cui, durante la notte, aveva riso beatamente. Il sogno non è per nulla ameno. Anzi, si tratta proprio di una circostanza di cui è stupidissimo ridere: il sogno riguarda i colleghi d'ufficio e la presa in giro di uno storpio.

Anselmo, sulle prime deluso e amareggiato, vede crollare la soddisfazione per quella sua divagazione notturna. Ma poi reagisce, filosoficamente, pensando che nella sua vita miserevole è proprio l'esser diventato "stupido". . . quel che può consentirgli di ridere.

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