Le figure retoriche: cosa sono, quali sono ed esempi

Esempi e caratteristiche delle figure retoriche, strumenti linguistici e stilistici utilizzati per rendere il linguaggio coinvolgente e persuasivo
Le figure retoriche: cosa sono, quali sono ed esempi
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1Cosa sono e a cosa servono le figure retoriche

Le figure retoriche: cosa sono, quali sono ed esempi.
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Quando si scrive poesia, è nell’interesse dell’autore creare degli speciali effetti stilistici e fonetici. Questo è possibile ricorrendo a un linguaggio figurato, evocativo, capace di rendere il testo suggestivo e di catturare l’attenzione del lettore. Lo strumento che i poeti utilizzano per ottenere questi risultati sono le figure retoriche: attraverso di esse, riescono a raggiungere i propri scopi espressivi, con utilizzi e disposizione delle parole che sono spesso lontani da quelli che utilizzeremmo nella nostra comunicazione orale.  

Figure retoriche: cosa sono, quali sono ed esempi.
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Spesso, ma non sempre: alcune di esse, infatti, sono forme di espressione che non riguardano esclusivamente lo stile letterario o poetico, ma che ricorrono anche nella nostra quotidianità (come ad esempio la similitudine).  

Le figure retoriche possono essere suddivise in tre grandi categorie

  • le figure retoriche foniche (o di suono),
  • le figure retoriche di significato
  • le figure retoriche di ordine

2Le figure retoriche di suono

Le figure retoriche di suono: quali sono ed esempi.
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Le figure retoriche di suono riguardano la parola e le sue unità interne (lettere, sillabe…), sia nella loro forma che nella loro sostanza fonetica. Nel linguaggio poetico, infatti, anche i suoni contribuiscono a veicolare un significato particolare, creando effetti ritmico-musicali capaci di trasmettere un messaggio al lettore. 

I fonemi – ovvero le lettere dell’alfabeto che compongono le singole parole – sono in grado di evocare sensazioni diverse: vocali dal suono dolce come la a e la o riescono a evocare una sensazione di tranquillità, se presenti all’interno delle parole; al contrario, termini contenenti delle consonanti come la t, la r, o la c dura creano una sensazione di rigidezza, di asprezza

Le figure retoriche di suono: esempi
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Le figure retoriche di suono si realizzano attraverso la ripetizione o la variazione dei suoni presenti all’interno delle singole parole, o tramite i rapporti che si stabiliscono tra due o più termini: in questo modo, è possibile creare degli effetti di musicalità all’interno dei testi poetici. 

Vediamo nel dettaglio quali sono le figure retoriche di suono più importanti:      

  • Assonanza. Due o più parole sono in assonanza tra loro quando, a partire dall’accento tonico, presentano stesse vocali e consonanti diverse.
    Esempio: «Ascoltare era il solo tuo modo di vedere. / Il conto del telefono s’è ridotto a ben poco.» (Eugenio Montale, Caro piccolo insetto).
  • Allitterazione. Si tratta della ripetizione di un suono o di una serie di suoni, simili tra loro, all’inizio e all’interno di due o più vocaboli successivi.
    Esempio: «un sordo sgnaulìo, subito spento» (Giovanni Pascoli, Suor Virginia).
  • Consonanza. Due o più parole sono in consonanza tra loro quando, a partire dall’accento tonico, presentano stesse consonanti e vocali diverse.
    Esempio: «E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.» (Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto).
  • Onomatopea. Consiste nella riproduzione, attraverso i suoni linguistici di una o più parole, del rumore o del suono associati a un soggetto a cui si vuole fare riferimento.
    Esempio: «un breve gre gre di ranelle» (Giovanni Pascoli, La mia sera).
  • Paronomasia. È l’accostamento di due parole dal suono simile ma di significato differente.
    Esempio: «anzi, impediva tanto il mio cammino, / ch'i' fui per ritornar più volte volto» (Dante Alighieri, Commedia).

3Le figure retoriche di significato

Le figure retoriche di significato: quali sono ed esempi.
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Chiamate anche tròpi, le figure retoriche di significato sono quelle che comportano un cambiamento, una variazione di una parola o di una frase rispetto al significato letterale che queste possono avere.

Vediamo nel dettaglio quali sono le figure retoriche di significato più importanti

  • Allegoria. Si tratta della rappresentazione di un concetto attraverso un’immagine o un simbolo il cui significato letterale sarebbe diverso: si mostra così un significato nascosto rispetto a quello che è immediatamente percepibile nel testo.
    Esempio: nel Canto I dell’Inferno di Dante Alighieri, vengono descritte “tre fiere”, ovvero tre animali: un leone, una lupa e una lonza. Queste tre fiere sono dotate di significato allegorico, in quanto rappresentano tre vizi: la superbia, l’avarizia e la lussuria.
  • Antifrasi/ironia. Questa figura retorica consiste nell’esprimere il proprio pensiero con termini di significato opposto a ciò che si vuole intendere.
    Esempio: «Fiorenza mia, ben puoi esser contenta / di questa digression che non ti tocca, / mercé del popol tuo che si argomenta» (Dante Alighieri, Commedia). Qui Dante vuole invece spiegare come Firenze sia una delle città in cui più di frequente ci si lascia andare alla lotta fratricida.
  • Antitesi. Si tratta dell’accostamento di due concetti di significato contrario all’interno della stessa frase, con il fine di enfatizzarli.
    Esempio: «Pace non trovo, e non ho da far guerra; / e temo, e spero, et ardo, e son di ghiaccio» (Petrarca, Canzoniere).
  • Apostrofe. Consiste nel rivolgere il discorso esplicitamente a un destinatario diverso da quello del testo.
    Esempio: «O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?» (Giacomo Leopardi, A Silvia).
  • Ipallage. È una figura retorica che consiste nell’assegnazione a una parola di una caratteristica che apparterrebbe, logicamente, a una parola vicina o sottointesa.
    Esempio: «Assisto la notte violentata» (Giuseppe Ungaretti, In dormiveglia). In questo caso a essere violentata non è la notte, anche se grammaticalmente i due termini sono legati, ma l’io del poeta, vittima della guerra.
  • Iperbole. Esagerazione, per eccesso o per difetto, nell’espressione di un concetto.
    Esempio: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale» (Eugenio Montale, Ho sceso dandoti il braccio).
  • Litote. Questa figura retorica consiste nell’esprimere un concetto negando il suo contrario.
    Esempio: «Ma nel cuore / nessuna croce manca» (Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso).
  • Metafora. È una similitudine sottintesa, priva cioè di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali. Si ha quando un vocabolo o un’espressione sono usati per esprimere un concetto diverso da quello che di consueto esprimono.
    Esempio: «Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade» (Giuseppe Ungaretti, Natale).
  • Metonimia. Consiste nella sostituzione di un lessema con un altro sulla base di un rapporto logico (la causa per l'effetto; il contenitore per il contenuto; la materia per l'oggetto, il concreto per l'astratto; l’autore per l’opera; lo strumento per chi l’adopera; la marca per il prodotto; il luogo per gli abitanti; e viceversa).
    Esempio: «Guarda un po' se que' signori... vengon mai da te a bere un bicchierino» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi). Qui bicchierino sta per liquore alcolico, ovvero si usa il contenitore per indicare il contenuto.
  • Ossimoro. È l’accostamento di due termini di significato opposto, uniti nella stessa espressione.
    Esempio: «gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve» (Salvatore Quasimodo, Lettera alla madre).
  • Perifrasi. È una figura retorica che consiste nell’esprimere un concetto attraverso un giro di parole.
    Esempio: «gli immortali del cielo abitatori» (Omero, Iliade), per indicare gli dei.
  • Personificazione. Consiste nell’attribuire a concetti, oggetti ed entità astratte delle caratteristiche e dei comportamenti propri degli esseri umani.
    Esempio: «del crescere dell’erba / lieta dove non passa» (Giuseppe Ungaretti, Non gridate più)
  • Similitudine. Si ottiene confrontando in modo esplicito due immagini, utilizzando elementi linguistici quali: come, tale a, sembra, somiglia a, simile a etc.
    Esempio: «Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie» (Giuseppe Ungaretti, Soldati).
  • Sineddoche. Consiste nella sostituzione di un lessema con un altro sulla base di un rapporto di quantità (la parte per il tutto; il genere per la specie; il singolare per il plurale; e viceversa).
    Esempio: «Sotto l’ali dormono i nidi, / come gli occhi sotto le ciglia» (Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno). Qui la parola nidi sta a significare gli uccellini.
  • Sinestesia. È l’accostamento di due parole pertinenti a due diverse sfere sensoriali.
    Esempio: «Dolce e chiara è la notte e senza vento» (Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa).

4Le figure retoriche di ordine

Le figure retoriche di ordine: quali sono ed esempi.
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Le figure retoriche di ordine riguardano la disposizione degli elementi all’interno della frase, nonché l’omissione di alcuni di essi, in maniera diversa rispetto a quello che sarebbe il loro ordine logico-sintattico, con il fine di conferire alle parole nuovi significati

Vediamo nel dettaglio quali sono le figure retoriche di ordine più importanti:     

  • Anadiplosi. Consiste nella ripresa, all'inizio di una frase, di una o più parole poste alla fine della una proposizione precedente.
    Esempio: «Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro» (Dante Alighieri, Commedia).
  • Anafora. Si tratta della ripetizione di una o più parole all'inizio di due o più versi.
    Esempio: «Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente» (Dante Alighieri, Commedia).
  • Anastrofe. È una figura retorica che consiste nell’inversione degli elementi di una frase rispetto al loro normale ordine logico sintattico.
    Esempio: «Né più mai toccherò le sacre sponde» (Ugo Foscolo, A Zacinto).
  • Chiasmo. È l’accostamento di due gruppi di parole in modo tale che l’ordine degli elementi del secondo gruppo sia disposto in maniera invertita rispetto a quelli del primo, secondo il modello ABBA.
    Esempio: «entra da un lato, e fuor per l’altro passa» (Torquato Tasso, Gerusalemme liberata), in cui entra e passa sono A, in quanto verbi (rispettivamente del primo e del secondo gruppo di parole), e da un lato e fuor per l’altro sono B, in quanto complementi di luogo (rispettivamente del secondo e del primo gruppo di parole).
  • Climax. Collocazione secondo una progressione, ascendente o discendente, di più parole.
    Esempio: «Onde in lungo tormento, / fredde, tacite, smorte, / sudàr le genti e palpitàr» (Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta).
  • Ellissi. Prevede l’omissione, all’interno della frase, di elementi che restano sottintesi, senza però comprometterne la comprensione.
    Esempio: «Dov’è la forza antica? / dove l’armi e il valore e la costanza?» (Giacomo Leopardi, All’Italia); nel secondo verso è sottinteso il verbo “sono”, ricavabile dal primo verso.
  • Enjambement. Si tratta della rottura della coesione metrico-sintattica di un verso il cui senso, anziché concludersi, si prolunga nel verso successivo.
    Esempio: «mi dimentico il mio destino d’essere / uomo tra gli altri» (Camillo Sbarbaro, Talor mentre cammino per le strade).
  • Epifora. Si tratta della ripetizione di una o più parole alla fine di due o più versi.
    Esempio: «Più sordo e più fioco/ s’allenta, si spegne. / Solo una nota / ancor trema, si spegne. / Risorge, trema, si spegne» (Gabriele d’Annunzio, La pioggia nel pineto).
  • Iperbato. Consiste nella separazione di una o più parole appartenenti allo stesso sintagma attraverso l’inserimento di uno o più elemento.
    Esempio: «passaro i Mori d’Africa il mare» (Ludovico Ariosto, Orlando furioso); in questo caso, il soggetto «i Mori d’Africa» si interpone tra il verbo e il complemento oggetto, che logicamente dovrebbero invece essere uniti.