Le canzoni di Giacomo Leopardi

Le canzoni di Giacomo Leopardi A cura di Maria Cristina Cabani

Cosa sono le canzoni di Leopardi: analisi, struttura e spiegazione delle liriche civili e patriottiche con cui si aprono i Canti

1La prima sezione dei Canti

Disegno raffigurante Giacomo Leopardi
Disegno raffigurante Giacomo Leopardi — Fonte: istock

Il libro dei Canti inizia con un blocco di 9 canzoni, composte fra l’autunno del 1818 e quello del 1823. Nella raccolta, le canzoni di Leopardi mantengono sostanzialmente lo stesso ordine nel quale Leopardi le aveva pubblicate in opuscolo nel 1824: l’unica differenza rilevante è che nell’opuscolo le canzoni erano 10 e qui diventano 9 perché l’ultima, Alla sua donna, viene posposta all’intera serie degli ‘idilli’. L’ordine rispetta, con un sola leggera infrazione, la cronologia della loro composizione. 

Il blocco delle Canzoni di Leopardi è compatto sia dal punto di vista metrico (il modello è quello classico della canzone, risalente già ai primordi della nostra letteratura) sia da quello stilistico (un tono elevato e una lingua dotta e arcaicizzante) sia da quello ideologico.  

Nella loro successione, infatti, le canzoni disegnano il percorso compiuto dalla riflessione di Leopardi sull’uomo e sulla storia dagli esordi fino al silenzio poetico degli anni 1824-28, un percorso che registra, quasi in tempo reale, la caduta dei miti infantili e degli slanci dell’adolescenza e il sorgere di una disincantata e oggettiva visione dell’esistenza, collocata sotto il segno dell’infelicità, personale e universale. 

2Metrica e stile

Ritratto di Dante Alighieri
Ritratto di Dante Alighieri — Fonte: ansa

La canzone era fin dai tempi di Dante e di Petrarca il metro retoricamente più elevato della poesia italiana. Adottandolo, Leopardi compie una scelta di tipo classicista, intende cioè ritornare alla nobiltà delle origini della poesia. Ma con ciò non si adegua né alle convenzioni né agli usi tradizionali che ne erano stati fatti, anzi: Leopardi rinnova la canzone tanto nei contenuti, quanto nelle forme, operando una costante forzatura delle regole dalla quale scaturiscono sia una forte complicazione metrica, sia una scrittura ardua e perfino desueta. 

È lui stesso, nelle Annotazioni che accompagnavano l’edizione in opuscolo, a far notare come le sue canzoni si allontanino decisamente dal modello tradizionale, non essendo né amorose né di stile petrarchesco né di altro stile presente nella lirica italiana.

Lo stile arduo e difficile delle canzoni di Leopardi rimanda a una concezione classicistica delle poesia, ma il dettato poetico, cioè l’aspetto formale del testo, è caratterizzato da una sintassi complessa, da una densità retorica e da una originalità di immagini che non hanno termini di paragone in nessun poeta classicista.  

3Un romanzo ideologico

La riflessione delle canzoni di Leopardi è incentrata sul tema dell’infelicità umana, più precisamente del suo inarrestabile dilagare nella storia. Esse infatti tracciano un percorso che comprende l’intera storia dell’umanità: dapprima l’infelicità è sentita come problema dell’uomo contemporaneo, poi è individuata come condizione dell’uomo moderno e infine è riconosciuta come propria della storia umana fin dai primordi.  

Nelle prime due, All’Italia e Sopra il monumento di Dante, composte nel 1818 e dette anche ‘patriottiche’, Leopardi medita sulla decadenza civile, politica e culturale dell’Italia nell’età della Restaurazione, un’Italia serva e ignava, dimentica della grandezza del passato, sulla quale grava una cappa mortuaria di rassegnazione. Ricorre all’esempio del valore eroico dei greci antichi per incitare i giovani e ridestare in loro l’amore per la patria. Lo anima l’idea che la poesia possa svolgere un ruolo ‘politico’, possa incidere cioè sul presente negativo e suscitare un movimento di riscatto.  

Ma è una fase positiva che dura poco: la svolta si ha già con quella Ad Angelo Mai, dei primi del 1820. Essa mette in scena in successione grandi figure dell’Italia del passato, da Dante a Petrarca, da Cristoforo Colombo a Ludovico Ariosto, da Torquato Tasso a Vittorio Alfieri, figure nelle quali sono ancora vive la virtù italica e una forte immaginazione. Eppure – ed è questa la scoperta drammatica della canzone – proprio quegli eroi del pensiero e dell’azione sono stati causa di infelicità. Colombo ne è l’esempio più evidente: le sue scoperte non hanno ampliato il mondo, ma al contrario, lo hanno rimpicciolito, avendolo reso conosciuto e avendo limitato, di conseguenza, lo spazio della fantasia, la quale si alimenta dell’ignoto.

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Appare qui per la prima volta il tema fondamentale per Leopardi della conoscenza che uccide l’immaginazione, del progresso che genera infelicità. È l’attività umana, anche nelle manifestazioni più nobili ed elevate, a generare l’infelicità e dunque l’infelicità contemporanea non è frutto delle circostanze storiche del presente ma nasce dalla storia del passato. Di conseguenza, la poesia non può svolgere un ruolo di stimolo all’azione politico-patriottica.

E infatti le due canzoni successive, Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone, dette anche ‘civili’, si concentrano sull’educazione alla virtù individuale abbandonando la più ampia prospettiva nazionale. Se la storia moderna è dominata dall’infelicità, resta ancora un’epoca nella quale gli uomini potevano esprimere la loro virtù individuale e collettiva, vivere grandi passioni vitali e godere di una vivida immaginazione: quella dell’antica Roma repubblicana.

Ma ecco che il Bruto minore, scritta circa un anno dopo la canzone al Mai, mette in scena Marco Giunio Bruto, l’uccisore di Cesare, che, sconfitto a Filippi da Ottaviano e Antonio, si uccide. Prima di uccidersi Bruto maledice gli dèi e proclama la vanità della virtù: con quelle parole Leopardi denuncia la fine di quella civiltà antica che era stata uno dei suoi modelli ideali e, nello stesso tempo, l’incapacità della virtù umana di modificare in meglio il corso della storia. 

Se anche i tempi della repubblica romana furono infelici, il passato non è più un modello a cui guardare per costruire un presente migliore. Pervenuto a questa certezza, non resta a Leopardi che arretrare ancora nel tempo e rivolgersi all’antichità greca alla ricerca di una possibile felicità perduta: nasce così Alla primavera o delle favole antiche, che per l’appunto parla dell’antica Grecia. Qui il discorso non è più sulla storia, come nella prima canzone che evocava gli eroi caduti alle Termopili per difendere la patria dall’invasore persiano, ma sulle favole, cioè sulla mitologia. È il vagheggiamento di una età nella quale l’uomo viveva in sintonia e in fusione con la natura e affidava la conoscenza alla fantasia. Ma è una fusione che si colloca prima della storia, in un’epoca indefinita e non definibile.

Mezzobusto di Giacomo Leopardi
Mezzobusto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Sarà l’Inno ai patriarchi a sancire una volta per tutte che l’infelicità è nata insieme alla società e quindi la felicità non è mai esistita nella storia dell’uomo. È esistita solamente nelle aggregazioni preistoriche che vivevano in simbiosi con l’ambiente naturale. Nei tempi moderni resiste tra le popolazioni primitive delle lontane Americhe non toccate dalla civiltà; tuttavia anche lì la sua sopravvivenza sarà di breve durata, perché il progresso le incalza e non si acquieterà finché non le avrà colonizzate rendendole infelici.

Il pessimismo leopardiano fino al 1823 scaturisce da una visione sconsolata della storia, potremmo dire da una filosofia della storia, anche se la negazione dei valori storici non è ancora la negazione di ogni valore. Sullo sfondo, come mito, e pur minacciata da vicino, la natura, depositaria di tutti i veri valori, è ancora vitale, è ancora la «saggia natura». Ma nell’Ultimo canto di Saffo la poetessa greca si uccide accusando la natura di averla resa infelice, senza sua colpa, avendole negato il dono della bellezza e dell’amore corrisposto. Bruto aveva svelato l’inganno della virtù, Saffo, innocente, mette in dubbio la ‘saggezza’ della natura e con ciò insinua che, forse, non è l’uomo il colpevole della sua storia infelice.

Ahi di cotesta / infinita beltà parte nessuna / alla misera Saffo i numi e l'empia / sorte non fenno.

Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo