I lavori del futuro: orientamento, formazione e mercato del lavoro

Di Redazione Studenti.

Quali saranno i lavori del futuro? Su quale formazione bisogna investire oggi per trovare lavoro domani? Lo abbiamo chiesto ad un esperto in Selezione e Valutazione delle Risorse Umane.

IL LAVORO DEL FUTURO

Orientamento, formazione e mercato del lavoro: come evolveranno nei prossimi anni? Che situazione si troveranno ad affrontare tra qualche anno i giovani di oggi? Abbiamo chiesto a David Trotti – Professore presso l’Università Europea di Roma ed esperto in Selezione e Valutazione delle Risorse Umane, una panoramica su questo tema: in quale contesto si muoveranno, quali sono le figure professionali che emergeranno, su cosa vale la pena investire oggi per trovare lavoro domani? Ecco le domande che abbiamo posto al prof. Trotti e la sue risposte.

1. Come sarà strutturato il mercato del lavoro in futuro?

Una domanda estremamente interessante anche se complessa. Per avere una risposta è necessaria anche un po' di visione sul futuro, cercando di analizzare la posizione di quelli che oggi sono gli studenti, i consumatori del futuro. Una cosa penso di poterla dire con assoluta certezza, sicuramente sarà un mercato del lavoro che si baserà sulle competenze sia tecniche che non.

Questo è il nodo centrale: per aver successo le aziende debbono imparare a gestire la cultura delle competenze. Cultura che costringerà anche a cambiare l’approccio della domanda e offerta di lavoro. Per questo, centrale sarà la rigenerazione del sistema delle politiche attive del lavoro. Le competenze saranno richieste sia perché, come dirò in seguito, i lavori saranno ad alto contenuto di sapere, sia perché anche nei lavori manuali le richieste dei datori di lavoro cercheranno una qualità sempre più elevata. Immagino una colf che in futuro conosca anche le proprietà chimiche dei prodotti di pulizia che usa. Le competenze dovranno non solo essere teoriche, ma avere anche un contenuto, seppur minimo, di esperienza: quindi, chi si affaccerà al mondo del lavoro dovrà avere conoscenze frutto dello studio e delle competenze esperienziali. La loro sinergia sarà fondamentale.

Con ciò voglio dire, in soldoni, che il patrimonio “di cultura”, alla fine del percorso di studio, dovrà essere duplice: da una parte le conoscenze di base ed eventualmente avanzate, dall’altra lo studio delle pratiche concrete. È questa un’esperienza, anche se embrionale, che vivo nel mio percorso di docenza nel corso di laurea dell’Università Europea di Roma, in cui insegno. Nella facoltà di psicologia, e in particolare in Selezione e valutazione delle risorse umane, da una parte gli studenti studiano e assorbono la dottrina e la conoscenza, mentre dall’altro approfondiscono e conoscono cosa si fa nelle aziende. Da un lato con il professor Giorgi approfondiscono il colloquio di selezione, dall’altro con me affrontano le tavole di rimpiazzo e i risvolti pratici ed economici della proposta di assunzione. Se questo modello sarà sposato, anche alternanza scuola-lavoro e tirocinio dovranno mutare forma e strutturarsi sempre più come laboratori, come luogo in cui fare esperienza e misurarsi con le aziende.

A breve dovremo essere capaci di far affacciare le persone con un mix tra apprendimento e lavoro, nel rispetto della vocazione del territorio. Il futuro deve vedere sempre più una fusione tra scuola ed attività produttiva; fusione che vedo ad esempio nella possibilità, nell’ultimo anno di studi, di andare a scuola la mattina e, magari 3 giorni a settimana, andare in azienda a “lavorare”. Ho già esposto questa idea sul Quotidiano Ipsoa (06 Novembre 2021) in un editoriale. Una premessa, prima di questo, il percorso nel futuro dovrà cominciare molto prima. Credo che sarà importante creare dei percorsi scolastici che già alle elementari e alle medie facciano capire al ragazzo/ragazza la sua vocazione, ossia quali sono i campi per cui lo stesso/a è portato/a. Un buon lavoro nasce dalla motivazione e quest’ultima nasce dalla identificazione che quello è il lavoro che si vuole. Le aziende in questo contesto potranno scegliere se adottare l’alternanza scuola lavoro, da espletarsi nel periodo che oggi coincide con le scuole superiori, oppure se non farla. Qualora, però, decidessero di utilizzarla avranno dei percorsi privilegiati all’interno delle politiche attive del lavoro e degli incentivi collegati a queste. Dopo le superiori, immagino, che il periodo scolastico universitario sia una fusione tra specializzazione delle conoscenze ed esperienza in azienda.

Dal primo anno della triennale/magistrale/ITS, lo studente studierebbe e potrebbe lavorare con un contratto di apprendistato del terzo tipo. Questo con un percorso che lo vedrebbe, in mattinata, andare a scuola e, il pomeriggio, lavorare in azienda (qui si dovrebbe pensare ad uno stipendio di ingresso e a strumenti di welfare). L’azienda inserita in questo percorso vedrebbe, per un certo numero di anni successivi al passaggio da apprendistato a tempo indeterminato ordinario, l’azzeramento dei contributi.

Un ultimo inciso, avremo sempre meno giovani e, quindi, sarà essenziale aiutarli a identificare la loro vocazione (il lavoro per cui sono portati) e aiutarli a possedere conoscenze e competenze fin da subito funzionali a quel lavoro. Non ci potremo permettere di sprecare competenze e risorse.

2. Quali sono, se sono già immaginabili, le figure professionali emergenti, di cui ci sarà più bisogno?

Se la precedente domanda era complessa, questa richiede visione. Tenterò di fare delle considerazioni partendo dalle cose che vedo nascere nel nostro ambiente. Per far questo utilizzerò quelle competenze che mi hanno insegnato i miei “vecchi”. Abito in una città di mare, Civitavecchia, e da bambino mi hanno insegnato ad ascoltare il vento per capire il tempo che ci sarà. I venti da ascoltare sono due, quello che i giovani, dai quindici ai venticinque anni, stanno dicendo e facendo e come la società sta cambiando. Bisogna ascoltare i giovani perché saranno i soggetti a cui il mondo produttivo si rivolgerà e che, a loro volta, forgeranno con le loro richieste di beni e servizi. Non sto parlando solo del mondo profit, ma anche di quello non profit e della pubblica amministrazione, che cura i servizi per la collettività. Il campo della pubblica amministrazione e del servizio ai cittadini avrà un ruolo sempre più importante e, in questo contesto, si dovrà sempre più passare alla cultura delle competenze e della specializzazione.

Il prof. David Trotti
Il prof. David Trotti — Fonte: ufficio-stampa

Il PNRR, in questo, è veramente un apripista, perché sta richiedendo sempre più figure professionali che mettano in campo competenze e conoscenze specifiche. Ho avuto modo di sperimentare come sarà il futuro della ricerca del personale nella pubblica amministrazione esaminando il recente concorso per Cancellieri esperti per il Ministero della Giustizia, ove sono stati assunti tantissimi avvocati con una significativa esperienza. A mio parere ciò può innalzare parecchio il livello dei servizi offerti dalle cancellerie. Questa spinta nella PA la vivo anche nel mio Ateneo che ha scelto di avere, all’interno della facoltà di Giurisprudenza, un indirizzo specifico per la Pubblica Amministrazione. Saranno però i giovani di oggi, adulti del futuro, che decideranno cosa in questi tre ambiti (profit, no profit e PA) dovremo coltivare e produrre.

Fatta questa premessa necessaria e sentendo questi venti penso di poter dire che le figure professionali emergenti avranno a che fare:

  • Sostenibilità;
  • cura della persona ed in particolare delle persone anziane e diversamente abili;
  • tempo libero ed in particolare quello enogastronomico e dell’ospitalità;
  • informatica;

Iniziamo dalla sostenibilità intendendo con questa parola ciò che hanno inteso le Nazioni Unite. La Commissione delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo definisce lo sviluppo sostenibile come quello che «soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri».

Qui avremo figure sicuramente nei campi:

  • energetici;
  • della mobilità (pensiamo come riferimento alla figura del Mobility manager richiesto oggi alle aziende);
  • architetti per una gestione delle case che siano a minor impatto ambientale;
  • la gestione dell’agricoltura dal punto di vista chimico (evitando pesticidi e veleni che vanno nelle falde);
  • il tema dei rifiuti e del loro riciclaggio;
  • la gestione del territorio e delle infrastrutture;
  • Ingegneri, logisti, chimici. 

Passando alla cura della persona e dei soggetti diversamente abili, credo che questo campo stia diventando sempre più ampio e importante, pensando, da un lato, a quanto gli individui investono nelle assicurazioni sanitarie e previdenziali e, dall’altro, al welfare aziendale. Il benessere sta divenendo sempre più centrale e richiede persone che se ne occupino. Oggi, ad esempio, trovare un’infermiera domiciliare è quasi impossibile. Pensate agli anziani che sempre più saranno single e con una famiglia limitata ad un solo figlio. Quindi:

  • assistenti;
  • caregiver;
  • animatori della terza età;
  • stilisti;
  • arredatori che abbiano come focus questa fascia di età;
  • “colf avanzate”, ovvero persone che curano salute, casa e ambiente;
  • cura dei soggetti diversamente abili che vedranno il tessuto familiare sempre più ristretto.

Il campo del tempo libero (non ho trovato definizione migliore). Qui includo la cultura che nel nostro paese deve essere portata a più elevate capacità di produzione, considerato tutto il patrimonio che abbiamo. Il campo enogastronomico e dell’ospitalità, ove, ad esempio, credo che siano importanti le figure legate agli alberghi diffusi (in cui si vivono le esperienze della tessitura e della produzione, ad esempio, delle ceramiche), nonché quelle che si occupano della valorizzazione dei borghi storici. Qui dovrà cambiare il profilo lavorativo di molte professioni, camerieri, guide turistiche, personale dell’accoglienza.

Sull’enogastronomia non dico nulla se non evidenziare il successo dell’Italia. In questi campi dovremo, conservando l’artigianalità, formare delle persone che curino il cliente. Tutte le figure legate all’accoglienza avranno un ruolo importante. Figure legate al marketing della cultura, curatori museali, cuochi che valorizzino la dieta mediterranea, ovvero le mense collettive che debbono diventare non una sofferenza ma un piacere. Su questo posso raccontarvi il sogno chiamato Intelligenza Nutrizionale, che abbiamo realizzato nell’azienda dove ricopro il ruolo di Fractional Hr Director: dare alle mense ospedaliere un cibo di qualità paragonabile a quello di un ristorante. Penso a storici delle tradizioni enogastronomiche che permettano di apprezzare, attraverso la consapevolezza: cibo, cucina, bellezze culturali e di pietra, custodendo la cultura del territorio e facendo diventare una gita un’esperienza unica, pensando a ciò che si potrebbe fare, ad esempio, a Castelluccio per la fioritura delle lenticchie. Esperti di paesaggi e di ambienti naturali che valorizzino il bisogno del bello e del gusto.

Il campo informatico è l’ultimo che descrivo, perché è quello più difficile da immaginare. Qui penso a figure legate al mondo della robotica e dell’intelligenza artificiale, a tutto il mondo della biomeccanica e della fusione tra corpo umano e intelligenza artificiale, a quello delle protesi e dei dispositivi medici. Questo sia dal punto di vista software (anche se il termine è desueto) che hardware e delle reti.

3. Il problema sollevato dal rapporto Excelsior - Unioncamere sulle figure professionali che non si trovano già oggi

Uno dei problemi più gravi che ci troveremo ad affrontare nel breve termine è quello segnalato dall’ultimo bollettino Excelsior, pubblicato da Unioncamere e Anpal, che prende atto dell’esistenza di un forte disallineamento tra la richiesta delle aziende e l’offerta di competenze e figure professionali, con una difficoltà di reperimento intorno al 36%.

Oggi le aziende non trovano, o trovano con molta difficoltà, ciò che cercano. In particolare, sono carenti le competenze di cui hanno bisogno, soprattutto in questi settori:

  • Specialisti in scienze informatiche;
  • Specialisti in scienze fisiche e chimiche;
  • Operai specializzati nelle industrie del legno e della carta;
  • Operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche;
  • Tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione;
  • Operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici;
  • Operai specializzati e conduttori di impianti nelle industrie tessili, abbigliamento e calzature;
  • Specialisti della formazione e insegnanti.

Siamo di fronte al fatto che sia i disoccupati che gli inoccupati non hanno le competenze ricercate dalle aziende e, se le avessero, potremmo abbattere significativamente il tasso di disoccupazione, oltre naturalmente ad alzare la competitività delle imprese. Se ci sono poche competenze, ovviamente, per il gioco della domanda e dell’offerta i costi per acquisirle si alzano considerevolmente.