"La speranza di pure rivederti" e "Ecco il segno; s’innerva": testo e commento alle due poesie di Eugenio Montale

Di Redazione Studenti.

"la speranza di pure rivederti" ed "Ecco il segno; s’innerva" sono due componimenti dalla raccolta Occasioni (1928 - 1939), entrambi nella sezione Mottetti. Testo e commento alla poesia di Eugenio Montale, a cura di Marco Nicastro.

La speranza di pure rivederti: testo

La speranza di pure rivederti ed Ecco il segno; s’innerva sono due poesie che hanno delle notevoli analogie tra loro e che Montale inserisce nella stessa sezione delle Occasioni.

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;
e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:
(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).

Ecco il segno; s’innerva: testo

Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.
Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

Il commento alle due poesie

Qui prenderò in considerazione due poesie che presentano delle notevoli analogie tra loro, specie tematiche; non a caso vengono inserite da Montale nella stessa sezione delle Occasioni, intitolata Mottetti, che contiene 21 componimenti di grande densità semantica scritti tra il 1933 e il 1940. Nella prima poesia ritorna il concetto della realtà come schermo che nasconde la verità o l'essenza più profonda delle cose, già usata da Montale in Forse un mattino andando in un'aria di vetro. È anche questa una poesia della memoria: la memoria come unico baluardo, destinato però a consumarsi anch'esso contro il passare del tempo che distrugge anche ciò che noi abbiamo di più caro («La speranza di pure rivederti / m'abbandonava»).
La realtà concreta è uno schermo che chiude il contatto con qualcosa di vitale indicato dal pronome «te», che può indicare la donna amata, la vita stessa, oppure la parte più vera dell'animo del poeta. Ma può darsi che questa chiusura non sia totale («ha i segni della morte») e porti ancora in sé qualcosa di ciò che ci è stato caro, anche se evanescente come un «barbaglio». Ed ecco l'immagine finale, così potente ed enigmatica (e una delle più note di Montale): l'immagine degli «sciacalli», che tali sicuramente non saranno stati quanto piuttosto dei cani smagriti, richiama ancora una volta in chiusura di poesia il concetto della morte, essendo lo sciacallo un animale opportunista che si nutre spesso di carogne e che in alcune culture, come quella egizia, raffigurava il dio Anubi, signore dell'oltretomba.

La speranza di pure rivederti: metrica

Significativo appare in tal senso anche il ripetersi del suono t («rivederti», «senso di te», «morte», «passato», «distorto», «tuo barbaglio») nelle parole semanticamente centrali per il componimento, cioè quelle che hanno a che fare con l'idea del tempo, della morte, della memoria.
Si ha una prevalenza di versi tradizionali della lirica italiana: sette endecasillabi (vv. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7), un quinario e un settenario. Da notare inoltre che l'unico ottonario, verso un po' dissonante nel testo e meno diffuso nella nostra tradizione lirica rispetto agli altri («a Modena, tra i portici») in realtà è un falso ottonario, perché se unito al precedente quinario «tuo barbaglio», forma un endecasillabo ad accentazione canonica (nella poesia di Montale ci si imbatte spesso in questi espedienti metrici un po' nascosti).

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Commento a "Ecco il segno; s’innerva"

La seconda poesia, che ha sempre per tema quello della memoria, dell'evocazione di un “oggetto” caro al poeta, si contraddistingue anche per un'immagine già usata da Montale in una poesia di Ossi di seppia, intitolata Ripenso il tuo sorriso. Un componimento anche questo dedicato alla memoria, come i due presi qui in considerazione, che si conclude con i seguenti versi lunghi: «Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie / sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma / e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia / schietto come la cima di una giovinetta palma...».
Nella poesia degli Ossi l'immagine della palma è un simbolo che rimanda ad una giovinezza che fu (vedi l'aggettivo giovinetta) o alla speranza (la cima schietta verso il cielo), proprio come accade in questa (si noti qui il sostantivo «aurora», che ha a che fare con la luce, l'alba, l'inizio di un nuovo giorno). Nella seconda delle poesie qui scelte il ricordo, per quanto impreciso, attutito o sbiadito dal tempo («frastaglio di palma bruciato», «felpato dalla neve») è ancora vivo, elemento inseparabile dell'io del poeta come il suo stesso sangue.
Ma si tratta di una poesia un po' più lieve delle precedenti nei toni e nei contenuti, pur trattando dello stesso doloroso tema. Ne è un segno la presenza di versi più brevi e soprattutto l'intreccio fitto di rime e assonanze, che rendono più dolce la lettura (s'innerva/s'indora, frastaglio/barbaglio, s'indora/aurora/ancora, proviene/lieve/neve/vene).

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