La questione meridionale

Di Redazione Studenti.

Questione meridionale: le cause della situazione di arretratezza economica-sociale del Sud Italia nel periodo postunitario e le politiche di sviluppo

LA QUESTIONE MERIDIONALE

La questione meridionale
La questione meridionale — Fonte: ansa

È trascorso ormai più di un secolo e mezzo dall’unificazione d’Italia e molte sono state le trasformazioni avvenute nel nostro Paese. Alcune zone della penisola, però, hanno ereditato negli anni una sorta di circolo vizioso innescato tempo addietro ed evidenziato al momento dell’unificazione: il Mezzogiorno italiano. È a partire dal 1860, infatti, che si studia la questione meridionale, per dare una spiegazione ai fenomeni, alle scelte politiche e agli elementi che hanno profondamente segnato la storia del Sud d’Italia arrestandone lo sviluppo. Da notare, che il divario tra le regioni della penisola era presente anche prima del 1860. La pianura padana era caratterizzata da terre impiegate seguendo il metodo capitalistico ma anche con delle colture intensive ed un livello di vita molto alto, che influenzava anche l’area circostante elevandone il livello di sviluppo civile. Per contro il Meridione era ancora ancorato al sistema feudale, che di fatto era stato abolito nell’800, i poteri giurisdizionali dell’aristocrazia eliminati e le terre feudali frammentate e vendute. Dalla frammentazione è sorta una nuova classe, quella della borghesia terriera, che ha, di fatto, continuato ad agire come i vecchi signori feudali invece di intraprendere la via capitalistica. Il modello economico in uso al Sud era quello del latifondo cerealicolo-pastorale e le condizioni della classe contadina erano molto misere. Ad aggravare la posizione di questa classe aveva largamente contribuito l’abolizione dei diritti feudali (gli usi civici di semina, di pascolo, di legnatico). Non meno duri erano i contratti agrari, che si configuravano come semplici modificazioni dei tradizionali rapporti feudali. La scarsa propensione ad investire capitali nella terra si rovesciava nel mero ricavo della rendita dai terreni. Questo modo d’agire tenuto dalla classe borghese veniva appoggiato dai Borboni, anch’essi restii nell’investimento e nell’innovazione perché timorosi delle migliorie apportate dalla tecnologia. Lo Stato borbonico, infatti, non mise in atto nessuna opera pubblica (canali, bonifiche, ecc.) ed accezione di alcune linee ferroviarie nella Campania che servivano ad agevolare gli spostamenti tra le Regge Reali e i possedimenti per le battute di caccia. Per quel che riguarda le altre vie di comunicazione erano pressoché inesistenti, fatta eccezione solo per i tratturi che consentivano il passaggio dei greggi di pecore dalle Puglie agli Abruzzi.
Al momento dell’unificazione la questione meridionale andò aggravandosi. Lo sviluppo capitalistico non toccò il Sud e si ebbero riforme nelle politiche doganali (abbattimento dei dazi doganali fino all’80%) che finirono per dare il colpo di grazia alla poche industrie presenti al Sud, le quali si videro disarmati di fronte alla concorrenza dei prodotti esteri; inoltre l’unificazione del debito pubblico finì per ripartire gli oneri delle guerre piemontesi e gli oneri relativi alla costruzione di reti ferroviarie ed altre vie di comunicazione (allo scopo di unificare il mercato nazionale) tra tutte le regioni d’Italia. L’adozione del libero scambio, nel primo ventennio unitario, favorì l’agricoltura meridionale, promuovendo l’espansione del settore delle colture pregiate, rivolte all’esportazione (vite, agrumi, olivo, ecc.). Ma questi risultati rimasero limitati per la permanenza di rapporti agrari e sociali arretrati.

QUESTIONE MERIDIONALE E BRIGANTAGGIO

I problemi di carattere politico-sociale, sfociarono dopo l’unificazione nel brigantaggio che, in forma di guerriglia, sconvolse le province meridionali per un lungo quinquennio. Espressione della profonda crisi della società meridionale, acuita sul piano politico dal crollo del regime borbonico ed esasperata da una delle ricorrenti crisi economiche che, per la scarsità del raccolto, inaspriva ulteriormente il carovita, la pur violenta rivolta dei contadini meridionali si configurava come un esteso movimento di massa alimentato dalla profonda solidarietà della popolazione rurale.

MERIDIONALISMO

Questa serie di problemi portarono a delineare una corrente culturale e politica che prenderà il nome di Meridionalismo. Le “Lettere Meridionali” inviate nel marzo del 1875 da Pasquale Villari al giornale moderato “L’Opinione” segnano la nascita del Meridionalismo Liberale: l’inizio della riflessione critica sulle condizioni del Mezzogiorno all’interno dello Stato italiano. Dopo Villari ci furono altri personaggi che cercarono di analizzare la realtà del Sud, come Franchetti, Sonnino, Fortunato. Franchetti e Sonnino nel 1876 diedero vita ad una fase più avanzata nell’analisi della realtà economica e sociale del Mezzogiorno con l’Inchiesta in Sicilia. Dall’inchiesta siciliana vengono in piena luce i caratteri fondamentali dell’ordinamento fondiario, i particolari rapporti di classe che vedono la società ancora sostanzialmente dominata dalla grande proprietà latifondista di origine feudale che mantiene i tradizionali rapporti di produzione, rendendo difficile qualsiasi processo di trasformazione dell’agricoltura in senso moderno. Fortemente legato alle tradizioni risorgimentali e unitario fino in fondo Giustino Fortunato fu spinto dalla lettura delle analisi di Villari a collaborare alla “Rassegna Settimanale” con una serie di corrispondenze dal Sud. Carattere essenziale della sua indagine è il forte realismo di stampo positivistico, attento a considerare soprattutto l’ambiente naturale e quindi la terra: la particolare composizione del suolo, l’influenza del clima, la configurazione topografica, la collocazione geografica, ect.

QUESTIONE MERIDIONALE E PROTEZIONISMO

Nel primo ventennio unitario il divario strutturale tra Nord e Sud non si era particolarmente aggravato perché l’agricoltura del Sud aveva visto progredire la sua produzione dal punto di vista quantitativo, qualitativo e degli scambi internazionali. D’altra parte l’industria non aveva ancora un ruolo importante nell’economia italiana e quindi le differenze tra il Nord ed il Sud non erano ancora pronunciate in questo settore. Il divario verrà accentuato nel decennio 1877-1887 a fronte della crisi agraria, conseguenza dell’avvenuta unificazione del mercato mondiale resa possibile dalla discesa dei costi di trasporto per lo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie e della navigazione a vapore. Le trasformazioni strutturali avviate negli anni ‘80, con la riduzione del ruolo centrale e finora predominante dell’agricoltura e con la crescita di un settore industriale moderno, segneranno profondamente e positivamente i caratteri della società italiana grazie all’introduzione del protezionismo e dal ruolo propulsivo svolto dalle grandi “banche d’investimento”. Grandi vittime del protezionismo furono le colture di esportazione e soprattutto la viticoltura, che si era diffusa nelle Puglie specialmente durante gli anni della crisi agraria. Il blocco all’esportazione del vino, per la “guerra doganale” con la Francia, ed in genere delle colture pregiate, specie prodotti ortofrutticoli, seguito dalla crisi dell’olivicoltura apriva un periodo di grandi difficoltà per tutto il settore più moderno dell’agricoltura meridionale. Tra i sostenitori del protezionismo troviamo Colajanni. Unico meridionalista protezionista egli espresse posizioni molto avanzate sul ruolo dello Stato e della spesa pubblica ai fini dell’accelerazione di un processo di sviluppo fondato sull’espansione industriale. Antonio de Viti de Marco fu, invece, uno fra i più tenaci avversari della politica protezionista. La svolta del 1887 aveva ridotto, a suo giudizio, il Mezzogiorno ad una sorta di Mercato coloniale, al quale veniva aggravata o addirittura impedita sia la possibilità di vendere sul mercato internazionale i prodotti della sua agricoltura intensiva che di acquistare dall’estero manufatti industriali a minor costo.

LA QUESTIONE MERIDIONALE NEL ‘900

All’aprirsi del ‘900 il Mezzogiorno può essere definito come una grande disgregazione sociale. La società meridionale è un grande blocco agrario costituito da tre strati sociali: la grande massa contadina, gli intellettuali della piccola e media borghesia rurale ed infine i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali. I contadini meridionali sono in continuo fermento, ma come massa essi sono incapaci di dare un’espressione centralizzata alle loro aspirazione ed ai loro bisogni. Lo strato medio degli intellettuali riceve dai contadini le impulsioni per la sua attività politica e ideologica. I grandi proprietari terrieri in campo politico e i grandi intellettuali in campo ideologico, controllano e dominano tutto questo complesso di manifestazioni. Fondamento e pilastro del blocco agrario era il latifondo cerealicolo-pastorale. La coltivazione estensiva del grano e l’allevamento specialmente bovino erano diffusi sulle pianure, spesso ancora malariche, dove si andava estendendo l’azienda capitalistica, definita dalla presenza di una forza lavoro salariata, piuttosto che dalla ridotta quota di capitale investita nel miglioramento delle colture. Caratteristica del meridione era la diffusione di forme estreme di possesso: la grande proprietà e la polverizzazione dei già piccoli appezzamenti di terra.

SCIOPERI AGRARI

Gli scioperi agrari del 1901-1902, del 1907-1908, del 1912-1913 rappresentano l’espressione più elevata del malessere delle masse contadine del Sud. La forma dura delle lotte agrarie pugliese era la naturale risposta al pesante dominio esercitato dalla gretta classe degli agrari pugliesi con il diretto sostegno dell’esercito, dislocato con forti contingenti nelle zone calde per garantire un controllo sociale che non si era in grado di garantire altrimenti. Un forte impulso alla modernizzazione della struttura e dei valori sociali viene in questi anni dall’organizzazione e dalle lotte del movimento operaio. Tra parziali vittorie e gravi sconfitte il movimento operaio campano conoscerà, nel primo quindicennio del secolo, un forte sviluppo. Con l'aprirsi del nuovo secolo anche la Sicilia mostra una rinnovata capacità d'espansione economica in rapporto con le crescenti richieste di colture pregiate provenienti dal mercato internazionale. La guerra, arrestando la favorevole congiuntura internazionale, interromperà questo pur lento processo di ammodernamento della società siciliana, ponendo nuovamente in risalto la fragilità e la contraddittorietà della struttura economica isolana. Verso il Sud non si espandeva beneficamente né lo sviluppo capitalistico, né la politica liberale. La tutela dei diritti dei lavoratoti, la libertà di sciopero non era garantita dai governi liberali nei confini del Sud perché qui vigeva la legge del dominio repressivo assicurato dalla proprietà terriera.

EMIGRAZIONE MERIDIONALE

Visti tali presupposti in connessione con la crescente richiesta di forza-lavoro proveniente dal mercato internazionale, si mise in moto un processo di esodo in massa che assunse dimensioni bibliche. Gravi conseguenze sulla struttura demografica delle province meridionali derivarono da questa partenza in massa dei giovani. L'emigrazione meridionale venne però utilizzata a sostegno del meccanismo economico nazionale e della produzione capitalistica. Così nella grande crisi del 1907 le rimesse degli emigrati costituirono la base monetaria essenziale con cui il sistema finanziario italiano risolse le pesanti difficoltà e incrementò l'ulteriore espansione dell'apparato industriale settentrionale.

DIVARIO TRA NORD E SUD ITALIA

Il Mezzogiorno si presenta, comunque, al drammatico appuntamento con la prima guerra mondiale con un ritmo di sviluppo complessivamente lento e con un divario con l'altra parte del Paese che si va sempre accentuando. La guerra quindi alimenta un flusso ininterrotto di trasferimento della ricchezza del Paese sulla direttrice Sud-Nord, attraverso l'utilizzazione del risparmio accumulato al Sud per finanziare le grandi industrie pesanti (in quel periodo molto produttive per la richiesta massiccia di armi per la guerra) del Nord. Agli scioperi urbani per l'inflazione ed il carovita si accompagnarono, nel dopoguerra, fenomeni di occupazione delle terre.
Per il Mezzogiorno agricolo gli anni ‘30 sono particolarmente duri perché si sommano gli effetti della crisi mondiale, il continuo incremento demografico, la caduta dei prezzi agricoli e l'aggravamento dei contratti. Il tentativo più rilevante di modernizzazione delle campagne meridionali fu invece perseguito con i progetti di bonifica integrale elaborati dai tecnici agrari riformisti formati alla scuola di Portici. In seguito la guerra, il crollo del fascismo e la caduta della monarchia seguiranno, per il Mezzogiorno, la crisi definitiva del blocco agrario, del blocco sociale e dei rapporti di potere garanti del controllo del Sud per l'intero arco del regime unitario. Il Mezzogiorno esce dalla guerra colpito: nella miseria e nella fame delle campagne dove si accendono focolai di rivolta; nei bombardamenti sulle città che fra l'altro distruggono il 60% della più avanzata industria campana con ingentissimi danni monetari. Particolarmente grave quindi, nel '45, appariva la condizione delle regioni meridionali per le crescenti difficoltà economiche, per l'aumento della disoccupazione e dei prezzi, per il diffondersi di spinte reazionarie e di tumulti ribellistici.

POLITICHE DI SVILUPPO PER IL MEZZOGIORNO

Nel 1946 nasceva la SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell'Industria del Mezzogiorno). Le nuove ipotesi di industrializzazione del Mezzogiorno si congiungeranno così alle esperienze di programmazione e di intervento dello Stato nella direzione dei processi economici che erano apparse le risposte vincenti delle economie capitalistiche più avanzate alla crisi internazionale del 1929 e alla difficoltà che si era diffuse negli anni ‘30 ponendo precisi problemi di ristrutturazione economica e politica. I maggiori avversari sarebbero stati la Confindustria e gli ambienti industriali del Nord, decisamente schierati su posizioni liberiste e polemici contro ogni ipotesi di creare al Sud doppioni di industrie settentrionali.
La decisione più rilevante dei governi centristi a direzione democratica fu l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, con la legge del 10 agosto 1950. Per la prima volta il governo italiano decideva di intervenire con un progetto, complessivo di legislazione speciale, nell'area meridionale. Non si trattava di un problema locale e settoriale risolvibile con interventi parziali, ma di questione nazionale che andava affrontata con un mutamento complessivo della direzione politica ed economica dello Stato italiano.
Una seconda fase della politica di intervento straordinario nel Mezzogiorno si aprì quindi con la legge del 1957 sulle aree ed i nuclei di industrializzazione e con l'obbligo verso le imprese a partecipazione statale, di collocare nel Mezzogiorno il 60% dei nuovi impianti. Finanziamenti agevolati e facilitazioni fiscali dovevano poi servire a diffondere l'installazione di piccole e medie industrie meridionali.
L'ultima fase, aperta negli anni '70, all'insegna dei progetti speciali, per il riassetto delle maggiori aree urbane in via di disfacimento, si chiude nella totale inadempienza. Lo svuotamento progressivo delle campagne e delle zone interne provoca il rigonfiamento delle città. Accanto all'esodo massiccio delle campagne e alla costruzione di impianti industriali ad alta intensità di capitale e la relativa scarsa occupazione, il terzo carattere fondamentale della società meridionale nei decenni più recenti appare l'espansione del settore terziario: attraverso le consistenti assunzioni nell'amministrazione pubblica e negli enti locali attraverso le quote crescenti dei trasferimenti pubblici alle famiglie nella forma prevalente delle pensioni di invalidità. Da questione agraria il Mezzogiorno si è trasformato il questione essenzialmente urbana.

QUESTIONE MERIDIONALE OGGI

L'occupazione resta il problema più grave del Mezzogiorno che, per la sua debole struttura economica, rimane esposto a tutte le ricorrenti crisi dell'economia nazionale ed internazionale. Il Mezzogiorno non è mai stato un'unica realtà compatta, né un secolo fa, né tantomeno lo è oggi. Le modificazioni più consistenti si sono realizzate sul piano dei comportamenti socio-culturali, grazie alla diffusione crescente dell'istruzione e delle comunicazioni di massa. Così il Mezzogiorno presenta il quadro inedito di una campagna ormai spopolata dei suoi antichi abitanti e di città sempre più congestionate e invivibili, percosse da masse giovanili escluse da un fisiologico ingresso nei vari rami del mercato del lavoro.