La peste in Manzoni, Boccaccio, Tucidide, Lucrezio e Camus

Di Redazione Studenti.

La descrizione della peste in riferimento alle opere dei seguenti autori: Giovanni Boccaccio, Tucidide, Lucrezio e Albert Camus.

LA PESTE IN MANZONI

La peste in Manzoni, Boccaccio, Tucidide, Lucrezio e Camus
La peste in Manzoni, Boccaccio, Tucidide, Lucrezio e Camus — Fonte: getty-images

Alessandro Manzoni dedica spazio al flagello della peste nella sua più grande opera, I promessi sposi. In questo caso la peste in questione è quella a lui più recente, quella di metà ‘600. Manzoni presenta una narrazione storica della peste: nella sua descrizione si trova grande obbiettività nel parlare di come sia nata, di come si sia sviluppata, della conseguente situazione a Milano. A differenza di Tucidide, manca però una precisa parte in cui dovrebbe descrivere le manifestazioni fisiche della peste. Nella sua descrizione, infatti, oggettiva e distaccata, mancano quelle sfumature orride, macabre, terrificanti che la peste porta con se e che scrittori precedenti come Tucidide e Lucrezio avevano affrontato. Infatti, per Manzoni, i morti di pestilenza quando non sono segno di un'estrema pietà e quando sono segno di un disfacimento drammatico hanno sempre qualcosa di composto che muove il sospiro e la pietà e non spinge alla ripugnanza fisica. Non mancano però momenti molto drammatici come l’episodio della morte della giovane Cecilia o come la breve descrizione che fa della peste: «come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato».

Per quanto riguarda la causa della peste, Manzoni crede che essa non sia una maledizione divina che si abbatte sugli uomini, ma neppure che sia una calamità naturale contro cui non ci si può difendere. La sua diffusione è invece favorita da precise responsabilità umane, che un metodo d’indagine scientifico deve scoprire e denunciare.

Infatti, per l’autore è fondamentale non solo la narrazione dei fatti storici, ma anche la riflessione sul metodo d’indagine dei fatti; esso deve essere scientifico e razionalistico, basato sull’osservazione, sul confronto di dati e sulla riflessione. Manzoni dice: “In principio, dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. Non è, credo, necessario d’essere molto versato nella storia delle idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle di una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessori d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle piccole cose, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.”

In questo passo, Manzoni non solo critica il metodo utilizzato fin’ora e propone quale si dovrebbe sfruttare, ma, come poi meglio in altri punti dell’opera, polemizza sul comportamento adoperato. Infatti, l’autore ha criticato l’ignoranza della gente, che per paura nega l’esistenza della peste e, quando deve accettarla, mira più all’interesse economico che alla salvaguardia della salute, e superstiziosamente ne attribuisce la responsabilità ad arti magiche; ha criticato il malgoverno delle autorità cittadine e l’incompetenza dei funzionari, interessati più alla guerra che al bene dei cittadini; ha criticato molti medici, che prima non indagano sui contagi, poi emanano provvedimenti tardivi, attribuendo alla peste nomi che deviano dalla verità e affibbiando la responsabilità del contagio agli untori.

Come in tutti gli altri autori analizzati precedentemente, anche a Manzoni è molto caro sottolineare come in parallelo alla devastazione fisica, si assiste al crollo delle strutture sociali e alla generazione di un forte disordine morale: la città è nel caos, le famiglie sono scardinate dal sospetto reciproco e non si riconoscono più i legami affettivi, la ragione perde il controllo sugli istinti, è spezzato ogni freno etico. A Manzoni l’uomo appare ora in tutta la sua malvagità; in questa realtà governata dai monatti, dallo sciacallaggio e dall’egoismo, la Chiesa, rappresentata dallo spirito di sacrificio dei cappuccini, sempre pronti a prestare soccorso agli appestati, risulta l’unica fonte di bene e garante del controllo e dell’ordine morale.

LA PESTE IN BOCCACCIO

La peste del 1300
La peste del 1300 — Fonte: getty-images

Anche Giovanni Boccaccio, nel suo Decameron, racconta la peste, quella che scoppiò in tutta Europa nel 1348. Questo evento gli serve per creare una cornice alla sua storia, pertanto la descrizione di essa è sintetica, ma non per questo non chiara e imprecisa. Anzi, lo stile adoperato da Boccaccio è uno stile tragico, ovvero caratterizzato da un tono solenne accompagnato da una descrizione lucida, distaccata e realistica. Il fatto è che Boccaccio, vuole affidare l’orrore e il giudizio alle cose stesse, evitando ogni intervento soggettivo che correrebbe il rischio di cadere nel patetico o nel retorico. Il suo atteggiamento distaccato è appunto l’arma per suscitare l’orrore e la reazione morale di chi legge; egli dice: "....pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in un altro continuandosi, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata...”.

Da questo passo possiamo cogliere un altro interessante aspetto: a differenza di Tucidide e Lucrezio, Boccaccio dichiara di non sapere la causa di questo flagello, se sia dovuta all’ira di Dio o sia scaturita da forze celesti.

Con Tucidide e Lucrezio, Boccaccio ha però un aspetto in comune: la visione animalesca della peste e della conseguente disgregazione sociale che si ha. Ovvero, oltre ad un decadimento fisico, si assiste ad un decadimento della morale, dei costumi, del buon senso e addirittura della legge. La ratio tanto cara all’autore è avvolta dalle tenebre. L’uomo non è più in grado di ricordare gli antichi valori e vivere civilmente; ogni affetto scompare, tutto è una lotta per la sopravvivenza: “... l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito e - che maggior cosa è quasi non credibile - li padri e le madri i figlioli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano". Erano nate, come dice Boccaccio, “cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini”.

Ma all’interno di questa visione cupa, di questa disgregazione morale e sociale, l’evasione dei dieci giovani dalla città in una grande villa in campagna, confortevole e bella, circondata dal verde dei prati, ricca d’acque freschissime e vini preziosi, all’insegna di feste, giochi, passatempi e gioia di vivere, dimostra l’insegnamento chiave di Boccaccio: l’affermazione della vita sulla morte. Si veda, ad esempio, questa descrizione: “Essi eran tutti di frondi di quercia inghirlandati, con le man piene o d’erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli avesse, niuna cosa avrebbe potuto dire se non: O costor non saranno dalla morte vinti o ella gli ucciderà lieti”.

Boccaccio vuol proporre la vittoria della vita, in tutte le sue manifestazioni, sulla morte nei suoi aspetti, non solo di corruzione fisica ma di mortificazione della natura e di oscuramento della ragione.

LA PESTE SECONDO TUCIDIDE

La descrizione della peste di Atene del 430-429 a.C. da parte di Tucidide è una descrizione da vero storiografo: è obiettiva, precisa, scrupolosa, come se parlasse un medico, ne enumera le cause, i rimedi, gli effetti e mostra quindi tutta la sua bravura nell'osservazione acuta e nell'attenta analisi degli eventi. Tutto è impregnato di una forte ricerca della descrizione reale, storica, vera di ciò che è accaduto. In questa visione risulta poi importante la concezione della storia che aveva Tucidide stesso: egli considerava la storia non solo come un mezzo per rimembrare grandi gesta o eventi, ma soprattutto come uno strumento fondamentale, utile ai posteri per comprendere il futuro; infatti, lui stesso dichiara che studierà i primi sintomi e le caratteristiche di questo morbo, in modo che, se un giorno futuro dovesse ritornare, la gente sappia di che cosa si tratta e possa fare tesoro delle esperienze precedenti.

Il quadro preciso e storico di Tucidide non si ferma però all’attenta analisi dei segni clinici e degli effetti fisici: da questi punti egli parte per un’altrettanta precisa descrizione delle conseguenze morali, dell’inevitabile confusione, dello scardinamento della società e dei costumi. Vuole evidenziare come si stiano dissolvendo quei "foedera generis humani", cioè quei patti che rendevano possibili i rapporti tra gli uomini. Basti pensare che in quel periodo imperversava anche la guerra del Peloponneso contro Sparta, Atene era sotto assedio, le condizioni igienico-sanitarie erano pessime e Pericle stesso era morto a causa della peste.

Tucidide fu molto oggettivo anche nella descrizione della causa della peste: a differenza di molti suoi contemporanei e successivi scrittori, egli non intese la peste come punizione divina, entrando in ambito teologico, ma si attenne strettamente all’ambito storico, affermando come essa fosse nata in Etiopia e, prima di giungere in Grecia, avesse imperversato in Persia ed Egitto.

Tucidide creò quindi un quadro prettamente storico in tutte le sue manifestazioni.

Detto questo, però, bisogna ricordare che nell’ultime parti del poema, in cui si parla dei funerali e del piacere, Tucidide lascia trasparire i suoi sentimenti e la sua commozione circa un tragico evento di cui fu lui stesso primo protagonista.

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LA PESTE IN LUCREZIO

La descrizione della peste di Lucrezio nel suo De rerum natura risulta completamente differente da quella di Tucidide, nonostante il soggetto in questione, quasi 400 anni più tardi, sia sempre lo stesso: la peste di Atene.

Una cosa fondamentale, che ci permette di capire tutto, è distinguere le figure dei due scrittori: il primo Tucidide era uno storico, il secondo, Lucrezio, era un filosofo-poeta. Da qui un obiettivo di tutt’altro genere: se per Tucidide lo scopo era quello di creare una fedele narrazione storica, Lucrezio scrive per dimostrare che gli uomini non devono avere paura “perché, se non va temuta la morte, tanto meno vanno temuti i naturali sconvolgimenti e cataclismi di qualsiasi specie. Temere è turbarsi, e turbamento è fonte di infelicità: insegnare all'uomo a non turbarsi anche di fronte al cosmo è l'ultima lezione morale del poema”. Lucrezio era infatti un epicureo e come tale anteponeva come massimo fine la felicità umana.

Da tutto ciò derivò un approccio completamente diverso: Lucrezio, infatti, operò una forzata condensazione degli eventi storici; la sua narrazione fu impregnata di forte partecipazione, drammaticità, sofferenza e angoscia; ne consegue un lessico lugubre, di morte e desolazione, come nei versi: “mortifer aestus / finibus in Cecropis funestos reddidit agros, / vastavitque vias, exhausit civibus urbem”; lo stile lucreziano, a differenza di quello di Tucidide, era elaborato, ricco di immagini poetiche e artifici retorici, tendenti a rendere le immagini più drammatiche e ricche di pathos.

A riprova di ciò basti vedere queste due descrizioni; Tucidide dice: “...la gola e la lingua diventavano subito color sangue e emanavano un alito disgustoso e fetido”. Lucrezio dice: “Persino la gola, nera all'interno, trasudava sangue e la via della voce, chiusa dalle piaghe, si sbarrava e la lingua, interprete della mente, grondava sangue, indebolita dal male, grave a muoversi, ruvida al tatto... L'alito, fuori dalla bocca, emanava un lezzo fetido, come puzzano i cadaveri putrefatti abbandonati”.

Come pure Tucidide aveva fatto, Lucrezio evidenziò anche il decadimento dei valori morali e dei costumi: i parenti abbandonavano i malati per paura del contagio ed i defunti venivano sepolti in fosse comuni, negando loro funerali dignitosi. Non solo il rito funebre era decaduto, ma anche ogni altra pratica religiosa: un chiaro segno della disgregazione del tessuto sociale.

I due autori hanno un altro punto in comune: anche Lucrezio, fedele epicureo, non crede che la peste sia causa dell’ira divina, ma la considera come una forza della natura.

LA PESTE SECONDO CAMUS

Nel moderno Albert Camus, che descrive il diffondersi della peste in un città algerina, la situazione cambia completamente. Troviamo sì una descrizione dettagliata dell’avvento della peste, del suo flagello, della sua sofferenza e dei suoi effetti, ma questa peste non è altro che l’allegoria del male, delle oppressioni e della guerra.

Secondo l’autore, questo genere di peste ci sarà per sempre, pronto a sconvolgere ogni città e ogni mente, senza che l’uomo riesca a trovare un senso alle azioni malvagie della propria specie. Non per questo non bisogna reagire, anzi: per Camus, strenuo sostenitore della Resistenza antinazista, gli uomini devo unirsi, collaborare, mantenere rapporti di solidarietà e partecipazione, e, insieme, lottare e resistere contro ogni soppressione e ingiustizia.

Si noti ciò che viene detto nel romanzo La peste: “egli sapeva, infatti, quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore nè scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere e che forse sarebbe venuto il giorno in cui la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”.

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