La mafia, Falcone e Borsellino: relazione

Di Redazione Studenti.

Relazione sulla storia dei due giudici Giovanni Falcone e paolo Borsellino e sul fenomeno della mafia in Italia

LA MAFIA

Relazione sulla mafia e sui giudici Falcone e Borsellino
Relazione sulla mafia e sui giudici Falcone e Borsellino — Fonte: getty-images

La mafia è un'associazione criminale, sorta in Sicilia già nel XIX secolo e che, trasformandosi in un’organizzazione affaristico-criminale di dimensioni internazionali, opera tuttora nel mondo, in particolare nell’Italia del Sud, assumendo le caratteristiche di una vera e propria “piaga” nazionale.

Partì ad operare inizialmente nel sistema economico della Sicilia, sfruttando soprattutto il latifondo, fino ad arrivare oggi giorno a controllare il gioco d’azzardo, la droga, la prostituzione, i commerci con l’estero. Giunse ad infiltrarsi perfino negli apparati pubblici ed amministrativi, nei settori riguardanti la società e l’economia e nel mondo politico.

Questa associazione trova molta forza nell’agire, perché è organizzata secondo una struttura piramidale, i cui membri sono tutti imparentati tra loro, elemento che favorisce e rispetta un rigido codice d’onore e di omertà.

Per molto tempo il fenomeno della mafia è stato sottovalutato, ma le vere mobilitazioni si ebbero con l’istituzione della commissione politica antimafia: vennero così promulgate nuove leggi, nelle quali vennero giuridicamente definiti i delitti di mafia. Ma poco dopo si scatenò l’offensiva mafiosa contro lo stato e la legge.

Due uomini, ricordati per la loro audacia e la loro forza di spirito per combattere, o almeno tentare, il fenomeno della mafia, segnarono con la loro vita la storia nazionale: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Un magistrato e un giudice, entrambi palermitani, diedero la propria vita per cercare di arginare questo fenomeno illegale; sacrificarono le loro famiglie, costringendole a vivere sotto scorta, nascosti, in continuo movimento tra Roma e Palermo, ma riuscirono a portare 110 mafiosi al maxi-processo.

Questa azione scatenò la voce di una popolazione intera, determinata ad uscire allo scoperto per affrontare questa piaga, quale è la mafia.

IL MAXI PROCESSO E IL 41 BIS

Il maxi-processo infatti, conclusosi nel 1992, sottopose a interrogatorio 794 mafiosi e condannò gli imputati a 2700 anni circa di prigione, tra cui numerosi ergastoli.

Purtroppo però il 1992 segna anche la morte dei due eroi nazionali: a maggio venne fatta saltare l’autostrada a Capaci (PA) sulla quale stava viaggiando Giovanni Falcone; a luglio venne fatta saltare un’autobomba in un quartiere di Palermo, ove si trovava Paolo Borsellino in visita dalla madre.

La lotta tuttavia non si fermò, anzi venne incitata maggiormente: lo stesso Stato dichiarò guerra alla mafia nel 1993, introducendo l’ART 41 BIS, con il quale viene associato ai mafiosi il “carcere duro”. La risposta mafiosa però non cessò: continuarono a far esplodere bombe a Roma, come alla chiesa del Velabro o in piazza di San Giovanni Laterano. Ma nello stesso anno emerse un altro personaggio, il quale non combatté una vera e propria guerra contro la mafia, ma cercò di arginare il fenomeno partendo dalle basi della società siciliana: i giovani.

DON PINO PUGLISI

Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, un quartiere di Palermo, volle risollevare l’allegria e lo svago nel suo paese natale, dominato dall’omertà alla quale erano sottoposti i giovani. Questi iniziarono a seguirlo, ma i genitori e tutti gli abitanti erano contrari (per non infastidire la mafia), ma Don Puglisi ribatté: ”Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e sapere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi tenta di aiutare ed educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio”. Il 15 settembre 1993, sotto l’uscio di casa, venne assassinato da Salvatore Grigoli.

Dopo quell’anno la mafia cessò il contrattacco allo Stato e tornò ad operare nel silenzio dei paesini di campagna.

Una delle tante attività illecite è il racket, la minaccia di violenza ai titolari di attività se non pagano per la loro protezione.

Ma nonostante le intimazioni della mafia, alcuni uomini si sono fatti coraggio e hanno affrontato a testa alta l’illegalità con le denunce, come l’ingegner Musella, l’imprenditore Grassi, Tano Grasso, la moglie di Libero Grassi, la quale rimise in piedi da sola una fabbrica di pigiami. Nacquero numerose associazioni antimafia che sensibilizzarono tutta la nazione a questo problema, come la Gerbera Gialla, coordinata da Adriana Musella, figlia di una vittima di racket.

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L’intento è quello di riuscire ad abbattere il muro dell’omertà, di appoggiare coloro che denunciano e far prevalere la legalità: “L’educazione alla legalità ricomincia dalla difesa dei valori costituzionali”, “in assenza di principi fondamentali di legalità, tutti si sentiranno legittimati a vivere calpestando i diritti degli altri”; “con il porre al centro della legalità il bene comune espresso nei valori della Costituzione, siamo di fronte alla sfida di una nuova cultura della legalità dalla quale molti strati della società sono ancora lontani”, perciò “s’impone a tutti l’opera di educazione civile tendente alla ricerca di argini comuni nei valori della Costituzione”.

Una mancanza di presenza dello Stato infatti, comporta l’aumento del potere della mafia. Cito un articolo: “le nostre istituzioni forniscono un mezzo al potere per meglio rivestire di forma legale l’oppressione. Di reazione legale non ve ne può essere perché la legalità l’ha in mano il potere”.

Falcone, a questo riguardo, dice: ”Si muore generalmente perché si è soli, o perché si è entrati in un gioco troppo grande.

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, poiché si è privi di sostegno e in Sicilia la mafia colpisce proprio i servitori dello Stato, che esso stesso non è riuscito a proteggere. Tutto ciò accade perché la mafia è un sistema, avvero una metafora di potere ed essa si fa Stato dove lo Stato è tragicamente assente”.   

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