La canzone: cos’è, struttura, metrica ed esempio

Storia e struttura della canzone, componimento poetico formato da un numero variabile di strofe. Esempi di questa antica forma metrica della lirica d’arte
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1La canzone: la più illustre delle forme poetiche

La canzone: cos'è, struttura, metrica ed esempio.
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Se, nel corso dei secoli, il termine "canzone" ha largamente ampliato il suo significato, finendo oggi con l’indicare prevalentemente un brano musicale, nella metrica italiana quando parliamo di canzone ci riferiamo a uno dei tipi di componimento più elevati della nostra storia poetica, accanto al sonetto

Rispetto a quest’ultimo, però, si tratta, di una forma poetica di estensione decisamente più ampia: è formata da un numero variabile di strofe (solitamente dalle cinque alle sette), ognuna costituita da versi endecasillabi e settenari. 

La canzone è una forma poetica molto colta, al punto tale che Dante (1265-1321) la etichettò come la forma più illustre della poesia in volgare: a partire dal 1300, qualunque autore volesse dimostrare il proprio valore poetica doveva cimentarsi in un componimento di questo tipo. 

2La struttura della canzone

La canzone: cos'è, struttura, metrica ed esempio.
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La canzone in quanto forma poetica trae origine dalla cansó provenzale, considerata dai poeti in lingua d’oc il genere lirico per eccellenza. In Italia il genere della canzone si diffuse già a partire dalla Scuola siciliana, trovando poi terreno assai fertile nel Dolce stil novo.   

Fu ampiamente utilizzata da Dante, che nel De vulgari eloquentia la collocò al primo posto fra i generi metrici, ma fu solo con Francesco Petrarca (1304-1374), tuttavia, che la canzone raggiunse la sua struttura esemplare, andando a costituire un canone per i secoli successivi.  

3La canzone petrarchesca

Francesco Petrarca (20 luglio 1304 - 19 luglio 1374).
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La canzone petrarchesca presenta una struttura ben definita: formata da un numero variabile di strofe (in linea di massima dalle cinque alle sette), che vengono chiamate stanze, è scritta in versi endecasillabi o settenari. A chiudere le stanze può esservi una strofa diversa dalle altre, solitamente più breve, nella quale il poeta si congeda e spesso si rivolge direttamente al componimento: si tratta del congedo, anche chiamato licenza o commiato.  

Ciascuna delle stanze della canzone petrarchesca presenta una struttura ben precisa e si suddivide in due parti:    

  • fronte: la parte iniziale, a sua volta divisibile in due sezioni, chiamate piedi;
  • sirma (o sirima): la parte finale, a sua volta divisibile in due sezioni, chiamate volte.
Laura e Petrarca alla fonte di  Vaucluse in un dipinto di Philippe-Jacques van Bree del 1816.
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A collegare la fronte e la sirma vi è solitamente un verso, che prende il nome di chiave (o diesi) e che è in rima con l’ultimo verso della fronte. Lo schema rimico della stanza può essere vario, ma deve riprodursi su tutte le altre stanze della canzone, con l’eccezione del congedo.  

Per comprendere meglio la struttura della canzone petrarchesca, leggiamone insieme una delle più famose, Chiare, fresche et dolci acque, contenuta all’interno del Canzoniere di Petrarca:  

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenzia insieme
a le dolenti mie parole extreme. 

S’egli è pur mio destino,
e ’l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa. 

Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ’v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi: et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo. 

Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore. 

Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sì diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sì, ch’altrove non ò pace. 

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente. 

Analizziamone la prima stanza:  

  • I primi sei versi costituiscono la fronte e sono rimati abCABC; questa simmetricità dello schema ci permette di dividere la fronte in due piedi: il primo costituito dai versi 1-3, il secondo dai versi 4-6.
  • I restanti sette versi costituiscono la sirma e sono rimati CDEEDFF. Questa asimmetricità non ci permette di dividere la sirma in due volta; siamo quindi di fronte a una sirma indivisibile. Si noti come il primo verso della sirma è in rima con l’ultimo della fronte: si tratta della chiave.

Lo schema della prima stanza si ripercuote su tutte le altre del componimento, con l’eccezione del congedo. Quest’ultimo è formato da 3 versi e presenta la rima GhH. 

4La canzone leopardiana

Nel corso dei secoli, la struttura della canzone petrarchesca subì diverse modifiche, discostandosi pian piano da un modello strutturale così rigido. A partire dall’Ottocento, infatti, questa forma poetica, così come era stata cristallizzata da Petrarca, iniziò a sembrare troppo vincolate per i poeti dell’epoca, che tuttavia ne apprezzavano la musicalità e l’ampiezza. 

Giacomo Leopardi (29 giugno 1798 - 14 giugno 1837).
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Fu Giacomo Leopardi a creare un nuovo modello di canzone, la cosiddetta canzone "libera", decisamente più duttile e malleabile. La canzone leopardiana, infatti, mantiene l’uso di versi endecasillabi e settenari – il cui alternarsi conferisce musicalità al testo – e la suddivisione in strofe, ma abbandona ogni altro vincolo compositivo. Le stanze possono, infatti, essere di dimensione variabile e le rime, irregolari, sono spesso assenti.  

L’esempio più noto di canzone leopardiana è senza ombra di dubbio A Silvia, componimento redatto a Pisa tra il 19 e il 20 aprile 1828 e confluito poi nell’edizione dei Canti del 1831. 

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

La canzone: cos’è, struttura, metrica ed esempio.
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Siamo di fronte a una canzone ben diversa rispetto a Chiare, fresche et dolci acque e, più in generale, rispetto alla canzone petrarchesca. Il componimento di Leopardi è formato da 6 stanze di diversa lunghezza: la prima di 6 versi, la seconda di 8, la terza di 13, la quarta di 12, la quinta di 9, la sesta di 15. 

I versi sono endecasillabi e settenari: in questo, come già è stato detto, Leopardi si mantiene fedele alla tradizione petrarchesca. Le rime (e le assonanze ) sono disposte in modo vario: esse, infatti, non seguono alcuno schema rimico. Le stanze, inoltre, sono indivisibili: al loro interno, infatti, non possiamo scindere la fronte dalla sirma, né trovare la chiave. Infine è assente il congedo