L'infinito

L'infinito A cura di Maria Cristina Cabani

L'infinito di Leopardi: analisi, parafrasi, commento e testo annotato - completo di figure retoriche - del componimento più celebre dell'autore di Recanati

1L’infinito di Leopardi: testo e parafrasi

Testo

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,            1
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani            5
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo;
ove per poco
il cor non si spaura.
E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce                10
vo comparando:
e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.
Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare.        15

Parafrasi

Questo colle solitario mi è sempre stato caro, e cara mi è sempre stata questa siepe che impedisce la vista di una larga parte della linea dell'orizzonte. Ma sostando e guardando davanti a me, mi figuro con l'immaginazione spazi sconfinati oltre quella siepe e silenzi sconosciuti all'umanità e una immensa quiete; e davanti a questi pensieri il mio cuore è sul punto di smarrirsi. E non appena sento il vento frusciare tra le foglie delle piante, io confronto quell'infinito silenzio alla voce del vento: e mi vengono in mente l'eternità, il tempo passato e la stagione presente e viva e la sua voce. Così il mio pensiero sprofonda in questa immensità e in essa si annega: e il sentirmi naufragare provoca in me una sensazione di dolcezza.

2L’infinito di Leopardi: analisi

Composto a Recanati nel 1819, L'infinito fu pubblicato una prima volta sulla rivista milanese «Il Nuovo Ricoglitore» alla fine del 1825 e poi nell'opuscolo Versi del 1826 come primo di sei Idilli

2.1La forma

Il colle dell'Infinito a Recanati
Il colle dell'Infinito a Recanati — Fonte: ansa

L'infinito è composto da una sola strofa di 15 endecasillabi. I versi non sono collegati dalle rime e, a prima vista, non sono individuabili suddivisioni interne.

A vederlo più da vicino, però, il blocco compatto dei 15 endecasillabi appare scomponibile in due o forse tre unità ritmico-sintattiche minori e non proporzionate: in effetti, a un primo terzetto di versi, isolato da un punto fermo, fa seguito un unico movimento di 10 versi; alla metà del decimo prende avvio un altro terzetto di chiusura. Il «Così» che lo apre si ricollega al «Ma» a inizio del corpo di versi centrale. 

Dopo il punto fermo del v. 3, l'unico a fine di verso di tutta la poesia, e dopo l'avversativa che apre il successivo («Ma sedendo e mirando»), il testo presenta un andamento più mosso e frastagliato, ma tuttavia scorrevole. L'effetto di continuità discorsiva deriva soprattutto dal fatto che la struttura sintattica non coincide con quella metrica

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

L'isolamento dei primi tre versi non è dovuto, però, solo alla sintassi. Il loro andamento piano, caratterizzato anche dalla cadenza uniforme degli accenti («érmo còlle», «tànta» «pàrte», «guàrdo esclùde»), suggerisce infatti quasi l'idea di un inizio di canzone, cioè di una forma metrica chiusa e regolare e di un discorso altrettanto piano e regolare. 

In particolare, un numero altissimo di enjambement tende ad annullare le pause di fine verso. E sono enjambement molto rilevati, dal momento che disgiungono elementi lessicali collegati in modo stretto dal punto di vista logico e grammaticale (aggettivo e nome: «interminati / spazi, sovrumani /silenzi; dimostrativo e nome: «quello / infinito silenzio, questa / immensità»).

Il momentaneo disordine è ricomposto nel verso finale, quasi isolato e riconnesso al primo da un forte parallelismo («quest'ermo colle», «questo mare»). Il richiamo inizio-fine produce una sensazione di circolarità e di chiusura.

2.2Le parole e i suoni

Il testo autografo dell'Infinito di Leopardi
Il testo autografo dell'Infinito di Leopardi — Fonte: ansa

Dopo l'avversativa «Ma» anche il lessico conosce una profonda trasformazione.

Mentre nei primi tre versi compaiono parole («caro», «ermo», «colle», «siepe», «parte», «guardo», «orizzonte») molto usate nella produzione poetica italiana dei secoli precedenti, e per di più di misura breve (tutte bisillabiche, tranne «orizzonte»), dopo l'avversativa c'è un improvviso affollarsi di parole («interminati», «sovrumani», «profondissima») che spiccano sia per la loro lunghezza (quadrisillabi e pentasillabi) sia per la loro estraneità alla tradizione lirica. Queste parole inusitate (alle quali si può aggiungere "immensità", di particolare valenza tematica) sono forse i fattori formali più innovativi dell'intera poesia.

Esse sono connesse al tema dell'infinito non solo da un punto di vista semantico («interminati spazi», «immensità» lo suggeriscono) ma anche dalla ricorrenza della vocale tonica à, che le collega fra loro e finisce per ricondurre a quel tema anche parole che a prima vista sembrerebbero estranee al motivo dell'infinito: per esempio, «interminàti», «sovrumàni», «màre», a fine di verso; «miràndo», «comparàndo», «immensità», «naufragàr», a fine di emistichio; «tànta pàrte» e«interminàti / spàzi», in posizione ravvicinata.

Il paesaggio di Recanati
Il paesaggio di Recanati — Fonte: istock

A rinforzare l'idea di infinito concorrono anche i plurali («interminati spazi», «sovrumani silenzi», «morte stagioni») e le serie di coordinazioni in e e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete»; «e mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e via, e il suon di lei»).

Insieme agli enjambement, i plurali e le coordinate in e producono una sensazione di molteplicità e di dilatazione spazio-temporale.

2.3Il racconto di un processo interiore

I versi iniziali sembrerebbero dare l'impressione che il tema della poesia sia quello tradizionale del piacere della solitudine ricercata in luogo ameno e riparato. L'avvio sembra narrativo, perché il «sempre caro mi fu» suggerisce l'idea di un legame antico, che rimanda al passato. Ma subito dopo subentra e domina in assoluto il presente. L'esperienza descritta è dunque attuale o, piuttosto, si ripete ogni volta con la stessa forza della prima.

Dopo l'avversativa, infatti, il testo si mette a raccontare una esperienza unica ed eccezionale vissuta nel momento stesso in cui viene raccontata. L'idea stessa che sia una siepe a suscitare l'immaginazione di spazi infiniti e lo faccia proprio perché impedisce la vista, è di per sé sorprendente. Ci aspetteremmo che a farlo siano piuttosto gli spazi aperti dai quali sia possibile spingere lo sguardo a grande lontananza.

Per Leopardi l'infinito è connesso con l'immaginazione. Nel luglio del 1820 (quindi dopo la composizione di questo idillio) scrive sullo Zibaldone che a volte «l'anima» desidera «una veduta ristretta […] perché allora in luogo della vista lavora l'immaginazione, e il fantastico sottentra al reale.".  

L'anima s'immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s'estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario. [Lo Zibaldone, 1820]

Ebbene, l'Infinito racconta un processo interiore: di come gradualmente, partendo dalle concrete esperienze sensoriali, il soggetto giunga a immaginare ciò che non ha limiti di spazio e di tempo, fino a uscire da se stesso e a sprofondare («naufragar») in quella sensazione assoluta. Potremmo anche dire che esso racconta una esperienza di perdita della coscienza, di annullamento di sé.

Anche se l'intelaiatura di pensiero è del tutto razionale, il racconto non si struttura su nessi logici. A farlo procedere è la registrazione dei diversi stimoli sensoriali che, in maniera casuale, colpiscono la sensibilità del soggetto. La «siepe», oggetto immobile che chiude, fa nascere per contrasto il pensiero degli spazi infiniti. Un pensiero, o immaginazione, con il quale fa corpo una percezione del tutto mentale di assoluto silenzio. Come sopraffatto da questa scoperta, l'io avverte una sensazione di sconforto e di paura: «ove per poco / il cor non si spaura».

Statua di Giacomo Leopardi a Recanati
Statua di Giacomo Leopardi a Recanati — Fonte: ansa

Nella prima parte, dunque, il silenzio, inteso più come idea che come evento fisico, è una componente dell'infinito spaziale. Ma ecco che il rumore del vento tra le fronde, stimolo acustico inatteso, mette in moto un processo interiore dal quale affiora l'intuizione di un diverso infinito, quello temporale. Il rumore del vento è il rumore della vita, riporta al presente, ma nello stesso tempo, imponendo quasi il confronto tra l'evento contingente e il sovrumano silenzio appena immaginato negli spazi infiniti, suscita un altro paragone, quello tra l'ora, il momento presente, e il passato, o meglio i passati, anche quelli dilatabili all'infinito, fino a confondersi con l'eternità.

Catturato da queste due sensazioni di infinito, il soggetto perde la sua identità, e la perdita consiste, letteralmente, nel venir meno delle coordinate spazio-temporali: «naufraga» nell'«immensità», sprofonda. Ma questa volta non avverte paura e si abbandona totalmente a una sorta di «dolce» regressione prenatale.

La felicità, così rara per un teorico del piacere mancato come Leopardi, viene a coincidere con l'annullamento di sé.