L'età augustea e Virgilio: riassunto

L'età augustea e Virgilio: riassunto sulle principali opere di Virgilio (Eneide, Georgiche, Bucoliche) e cenni generali sul contesto storico

L'età augustea e Virgilio: riassunto
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Età augustea

L'età augustea prende il suo nome dal cognomen Augustus, assunto da Ottaviano dopo il 17. La periodizzazione è convenzionale: anche se alcuni ritengano vada dal 44 al 14, cioè dalla morte di Cesare a quella di Augusto, essa va dal 43 al 17, cioè dalla morte di Cicerone a quella di Ovidio, poiché comprende sia la morte di Cesare che l'inizio delle produzioni letterarie di Virgilio e Orazio che, favoriti dalle commissioni e dal circolo letterario di Mecenate, entrano nell'entourage letterario.

La produzione letteraria va quindi dagli inizi di Virgilio alla morte di Ovidio (42-17).

Contesto storico

Tra 43 e 33 vi erano ancora guerre civili, motivo per cui in questo periodo la letteratura ha carattere angosciato, confuso, pessimistico. Nel periodo tra la morte di Cesare e la battaglia di Azio (44-31) è un periodo di guerra, disperazione e angoscia in tutta Italia, non solo a Roma, che si riscontra nelle opere degli autori elegiaci come Properzio, Orazio, Tibullo... In età augustea il princeps consente di astenersi dalla vita pubblica e in questo modo favoriva la presenza di generi come l'elegia. Quest'epoca ha una letteratura pessimistica e propagandistica anche perché i poeti stessi erano stati colpiti dalla crisi.

A partire dal 31 Ottaviano cambia politica, avvia una nuova forma di potere, rispettosa delle tradizioni, anche se di fatto il reggente è un tiranno. In questa circostanza la funzione dei poeti non è servile né strumentale; essi credono nel progetto di Ottaviano, le loro aspettative convergono: non sono solo interessi di carattere letterario ma anche economico, ad esempio Orazio e Virgilio erano proprietari terrieri e la loro situazione privilegiata era garantita da Augusto, senza il quale, in un periodo di guerra civile, non sarebbe stato possibile. Virgilio e Orazio non rimpiangono la res publica, come avrebbe fatto poi Lucano, poiché la vedono come un periodo di guerre civili, una fase critica. La letteratura augustea nasce proprio dalla volontà di allontanarsi da quell'atmosfera.

La letteratura augustea

Nel giro di pochi anni vi è una straordinaria quantità di capolavori prodotti da autori come Virgilio, Orazio, Ovidio, Livio, Properzio e Tibullo. Questi autori definiscono le regole dei generi letterari che valgono non solo per l'età classica ma anche per la letteratura italiana dell'umanesimo. Tra questi manca l'oratoria, genere tipico della discussione, che non può esserci perché la forma di governo non lo permette: il principato dell'età imperiale fa sì che ci sia un'oratoria fine a sé stessa perché il sistema politico centralizzato non consentiva il dibattito, la discussione. Il dato fondamentale è l'esistenza di un programma letterario garantito dal mecenate; ogni artista era libero di scrivere secondo le sue caratteristiche individuali, il suo stile proprio poiché il princeps consentiva agli artisti di esercitare la loro propria aspirazione letteraria.

Gli intellettuali augustei vogliono competere con i più grandi autori della Grecia classica allo scopo di creare un equivalente letterario, creare dei modelli che svolgano nella romanità quello che era stato il ruolo dei poemi greci in Grecia. Virgilio si confronterà con Omero perché quest'ultimo aveva plasmato la grecità e Virgilio si proponeva di recuperare lo spirito del grande modello arcaico perché svolgesse lo stesso ruolo nella romanità.

Questo è quello che faranno i maggiori autori, ad esempio Orazio, scrivendo opere poetiche dalla complicata stesura metrica, citerà Alceo e Saffo ed Acheronte e Pinto.

Generi letterari

I generi intesi come forme canoniche non esistono, sono i poeti dell'età augustea a crearli: essi selezionano i caratteri comuni e le tematiche per classificare le opere riunendole nei diversi generi. Stabiliscono quindi i canoni e cercano il genere giusto per esprimerli. Le precettistiche non vengono seguite scrupolosamente ma vengono considerate come schema costruttivo. Si ha una specializzazione canonica: i poeti augustei, partendo da generi ellenistici cercano di risalire ai moduli originari diventando più specializzati, invece gli ellenisti partivano dai modelli per renderli altro. I generi letterari, in una certa forma esistevano anche prima nella latinità ma erano solo opere d'imitazione.

I generi sono:

  • bucolico;
  • pastorale;
  • elegiaco (amoroso).

In quarant'anni si ha la costituzione di un corpus di opere prestigiose. I poeti che definiscono questi generi e questi moduli sono consapevoli del loro compito e dei benefici che ne deriveranno. Cambia lo status culturale intellettuale del letterato, soprattutto del poeta: non sono più artigiani di parole ma maestri di verità, utili al rinnovo della politica.

La poesia ha una valenza nuova rispetto al passato. Vi è un rovesciamento del disimpegno neoterico: l'estetica resta neoterica ma non c'è più disimpegno. I neoteri sono rifiutati dal punto di vista contenutistico perché la loro letteratura è svincolata dalla politica, dedicata al privato. La letteratura ora si confronta con la politica centralizzata: Virgilio diffonde il mito della campagna italica poiché il contatto con la terra comunica del valori; Orazio diffonde il mito della comunità di di cittadini; la sua morale invita alla privatezza,al rapporto di amicizia, e si definisce aurea mediocritas, posizione intermedia tra due estremi, consente equilibrio tra vita privata e impegno sociale. Vengono criticate le influenze orientali, attribuite ad Antonio. Le modalità orientalizzanti sono gnostiche, considerate elemento nemico sia dello stoicismo che del cristianesimo. Con Augusto si ufficializza la contrapposizione dei due modelli: orientale e tradizionale romano.

Nelle corti si preferirà il modello orientale. Gli elementi culturali umanistici della classicità vengono integrati alla romanità senza snaturare la tradizione, l'elegia è un genere che si rivela problematico perché raccomanda un ripiegamento al privato; quest'ultimo sarà tollerato ma non consigliato l'elegia è permessa dal sistema centralizzato, nella res publica precedente sarebbe stata rifiutata; risulta comunque problematica perché non rispecchia i valori tradizionali. Con Ovidio, nella seconda fase del regno di Augusto, i rapporti tra cultura e potere si deteriorano; la poesia si divarica in poesia celebrativa o disimpegnata. Nel primo caso si rischia di sconfinare nella pura propaganda, nel secondo caso il rischio è che la letteratura diventi eccessivamente disimpegnata. Ovidio deforma tutti i generi letterari facendo emergere il contrasto contraddittorio tra prassi edonistica e moralismo ideologico (il continuo parlare dei valori tradizionali).

Circoli letterari

La mediazione tra letterati e poteri è data dai circoli letterari, decisivi per la messa in circolazione di idee e la committenza politica.

Oltre al circolo di Mecenate ve ne erano altri, alcuni dei quali non erano filoaugustei ma filoantoniani. Vi erano il circolo di Valerio Messalla e quello di Asinio Pollione, citato nelle Bucoliche; quest'ultimo è particolarmente importante perché nella IV ecloga di Virgilio, il “puer” citato era legato a Pollione.

In questo periodo ci sono anche intellettuali minori, come Cornelio Gallo, che cade in disgrazia per motivi oscuri e nel 26 si suicida (sarà importante per Virgilio); Vario Rufo, molto apprezzato da Virgilio, era un epicureo, fu scelto da Augusto per la produzione dell'Eneide, assieme a Tucca; questi, tradendo il testamento di Virgilio che voleva bruciare l'opera, pubblicano l'Eneide. Vario Rufo fu un intellettuale di grande alto livello che non produsse molte opere ma fu fondamentale per altri letterari.

Mecenate (70-8) è il vero centro di attrazione dell'età augustea, era un nobile etrusco che apparteneva agli equites, per scelta non volle occupare alcuna carica politica, motivo per cui divenne un mito del cives augusteo, era un edonista che influenzò direttamente la politica pur senza esporsi ufficialmente. Mecenate promosse la letteratura dando vita ad un circolo privatissimo; i temi erano tutt'altro rispetto a quelli dei neoteri mentre le prassi stilistiche e l'idea di un circolo letterario erano tipicamente neoterici. Altre cerchie culturali erano quella qi Pollione, interessato all'oratoria, filoantiniano, creò la prima biblioteca pubblica. Affrontò l'argomento della guerra civile in un'historia che però andò persa perché, siccome antiaugustea, fu censurata. Messalla creò un circolo moderato, di collocazione centrale tra la cerchia di Pollione e quella augustea. Era una cerchia apolitica di cui infatti faceva parte Tibullo, noto per essere neutrale rispetto agli schieramenti politici.

Le Bucoliche

Sono la raccolta di 10 brevi componimenti esametrici che appartengono al genere pastorale, genere ricostruito dallo stesso Virgilio, scritte tra 42 e 39; si chiamano bucoliche (=canti pastorali) nella complessità, ecloga (=canto scelto) singolarmente. Il modello di riferimento è Teocrito, poeta poco amato dalla cultura latina precedente a Virgilio; egli rappresenta il mondo rurale dal punto di vista del cittadino, con la consapevolezza che è una vita per lui irreale.

Il genere ha tendenza riflessiva: i pastori sono anche poeti. Virgilio rappresenta tutto con nostalgia, come un ricordo della giovinezza. Virgilio impara i codici del genere e crea un equivalente culturale che corrisponda all'originale di Teocrito (è il primo che si ispira a Teocrito). I criteri di abbinamento delle bucoliche sono discussi. Alcuni, confrontando l'opera con quella di Teocrito, paragona gli idilli di Teocrito, cioè le immagini di vita rurale; Virgilio descrive questa vita di campagna idealizzata, che è stata però la sua vita giovanile. Nella prima ecloga vi è un riferimento a Ottaviano, nell'ultima a Cornelio Gallo; la V ha dei riferimenti alla morte di Cesare, la VI parla di poetica.

Vi sono coppie disposte in modo chiastico in merito agli argomenti:

  • 1-9 guerra civile
  • 2-8 temi amorosi
  • 3-7 gare poetiche
  • 4-6 elementi pastorali.

Virgilio pensa al paesaggio italico della sua infanzia ma ha in mente anche un luogo fittizio per l'ambientazione: l'Arcadia, mondo beato, dove i pastori vivono a contatto con la natura.

È il mito dell'età dell'oro riproposto in letteratura. Vi è un elemento autobiografico, per cui non si tratta solo di riproporre un genere. Questi riferimenti riguardano le guerre civili, quindi si trovano soprattutto nelle I e IX.

Il carattere personale è dato dalla perdita delle terre della famiglia di Virgilio. Importante è la IV, dove Virgilio vuole abbandonare il tema pastorale per cantare un evento straordinario: egli annuncia l'arrivo di un puer nato da una vergine, che avrebbe riportato la civiltà all'età dell'oro. Probabilmente Virgilio attendeva la nascita del figlio di Antonio nato dal matrimonio con la sorella di Ottaviano che avrebbe unito i due in un'alleanza, durante il consolato di Asinio Pollione del 40.

Questo tipo di interpretazione è data da riferimenti storici precisi ma, siccome vi sono anche elementi molto vaghi che lasciano ad altre ipotesi, è giustificata anche un'interpretazione di tipo cristologico a causa della quale Virgilio assunse l'appellativo di “magico”. La V e la X ecloga affrontano questioni di poetica e fanno dei riferimenti a Cornelio Gallo, poeta elegiaco morto suicida che viveva la propria dimensione poetica dedicandosi ad esprimere l'amore impossibile, l'angoscia, la sofferenza. Con Gallo c'è il passaggio dalla poesia elegiaca intesa come servitium amoris ad una poesia solitaria intesa come contemplazione della natura.

Queste ecloghe hanno valenza poetica, perché rappresentano un passaggio stilistico ma potrebbero avere anche valenza autobiografica poiché da questa riflessione sull'amico Gallo si potrebbe pensare che nella vita di Virgilio ci sia stata una svolta dopo la quale egli si rende conto che la vita del poeta deve essere un otium poetico e non più sofferenza d'amore, consentito dai protettori, che lui ringrazia all'interno dell'opera, che rendono possibile questo tipo di poesia come contemplazione della natura.

Le Georgiche

Virgilio pose mano alle Georgiche a partire dal 37 a. C., quando ormai era entrato stabilmente nel circolo di Mecenate, e ci lavora per 10 anni, anni di amplissime letture (Lucrezio, Catullo, trattati filosofici) e labor limae.

Le Georgiche nascono nel clima di preoccupazione per la decadenza del mondo contadino italico, di fronte all’avanzata del latifondo. L’opera non fornisce semplicemente indicazioni più o meno precise di natura tecnico-agricola; mira piuttosto a descrivere l’azione positiva che l’uomo attraverso le sue artes, può e deve esercitare nei confronti della natura, non sempre benefica o idillica.

Il problema strutturale è dato dal doppio finale: nel IV vi è la favola di Orfeo ed Euridice e secondo alcuni questo episodio è stato sostituito ad un altro che era impresentabile e parlava di Gallo che in quel tempo si stava battendo negli scontri dell'epoca; questo però è estremamente improbabile perché l'elogio a Gallo sarebbe dovuto essere troppo lungo e perché la favola ci dà il significato dell'opera. In realtà Gallo era stato elogiato prima della favola di Orfeo ed Euridice in una parte dell'opera che è stata cancellata e questo lo si capisce dalla diversa distribuzione dei versi.

Le Georgiche sono un poema didascalico di 4 libri, in esametri, ripreso per alcuni aspetti dai poemi ellenistici didascalici, nei quali però l'insegnamento non aveva un'efficacia pratica ma era un pretesto poiché importante era la forma. Nelle Georgiche il contenuto apparente è trascurabile, importante è il contenuto simbolico (l'ars è subordinata alla res). Importante per Virgilio era stato il ruolo di Lucrezio che aveva ripreso il poema didascalico.

Lo stile di Virgilio è raffinato: alessandrino dal punto di vista formale, lucreziano dal punto di vista contenutistico. Il suo programma poetico è intenui labor, cioè fatica poetica nell'impegno formale, nelle cose minute. Come Lucrezio, anche Virgilio vuole comunicare un messaggio di salvezza per l'uomo; c'è nel contadino di Virgilio la stessa autosufficienza che a cui può arrivare il filosofo di Lucrezio. Il legame con la terra e la fatica del contadino possono salvare l'uomo ma, poiché il contadino è anche poeta viene celebrato il labor del poeta. Il contadino non è reale ma idealizzato, ha valenza simbolica: possiede inconsapevolmente una sapienza che gli consente di vivere serenamente.

Differenze tra Virgilio e Lucrezio:

  • Virgilio mantiene la religione tradizionale;
  • Il suo sapere non è teoretico;
  • La natura, che in Lucrezio è soverchiante, in Virgilio è umanizzata.

Le Georgiche seguono le evoluzioni politiche tra 37 e 29, sotto Ottaviano, il quale protegge la vita del contadino e, fuor di metafora, del poeta. Ottaviano e Mecenate sono i dedicatari dell'opera. I destinatari narrativi sono gli agricoltori, soggetto didascalico, il destinatario reale è il cittadino. Le Georgiche non sono il programma politico di Augusto perché la vita che rappresenta è idealizzata: non ci sono riferimenti agli schiavi né riferimenti economici perché non sarebbero stati in sintonia con le tematiche e l'armonia del poema. Il colonos (cittadino) virgiliano è la figura attraverso cui l'autore veicola insegnamenti morali e ripropone i valori antichi tradizionali messi in crisi dai personaggi orientalizzanti. Augusto viene rappresentato come tradizionalista contrapposto ad Antonio, personaggio orientalizzante.

Virgilio produce quest'opera in modo autonomo, non fa una letteratura costituita per trasmettere un messaggio politico: la politica c'è ma fa da sfondo alle vicende.

Le Georgiche sono costituite da quattro libri, ogni libro ha un tema:

  • I il lavoro dei campi,
  • II arboricoltura,
  • III allevamento del bestiame,
  • IV apicultura.

Si passa da un massimo ad un minimo livello di fatica per l'uomo: dallo sforzo dell'aratore all'apicoltura che esclude il contributo dell'uomo; il messaggio filosofico questo passaggio trasmette è la presenza della natura sempre maggiore, dal cosmo al microcosmo, e quest'ultimo è molto simile a quello dell'uomo.

Per Virgilio l'uomo che ha perduto la purezza dell'età dell'oro ha la possibilità di recuperare la serenità attraverso un lavoro ben fatto. L'affermazione di una caduta da uno stato originario di purezza, la decadenza rispetto ad una condizione originaria, è l'immagine che l'autore vuole trasmettere per affermare una possibile redenzione da questa condizione. I libri sono autonomi, ognuno di essi prevede un proemio e delle digressioni; le connessioni tra i libri non sono operate da dei richiami logici ma sono di tipo armonico, strutturale o per associazione di idee.

I libri di cui si compone il poema

Ogni libro presenta una digressione conclusiva:

  • nel I è dedicata alle guerre civili,
  • nel II alla lode della vita rustica,
  • nel III agli effetti della peste del Norico ( tra Italia e Austria),
  • nel IV alla storia di Aristeo, Orfeo ed Euridice.

Le storie sono chiasticamente intrecciate. I proemi hanno valore di “cerniera” tra un libro e l'altro. I libri negativi I e III sono molto lunghi rispetto al tema del libro, presentano gli orrori della storia e i disastri della nature (guerre civili e peste) mentre i libri positivi II e IV sono brevi e solo introduttivi, hanno un finale felice e propongono un messaggio ottimistico.

Il secondo libro presenta l'elogio dei campi che si contrappone al primo, il IV presenta la rinascita delle api, contrapposto al III.

Stile e commento

L'architettura finale è piena di chiaroscuri, il lettore è sempre coinvolto attraverso empathy e simpathy, ci fa riflettere sul dolore. Le Georgiche sono un'opera classicista ma anche piena di ombre. Vi è equilibrio tra struttura ordinata e immagini di angoscia e sofferenza temperate attraverso lo stile, che danno realismo. Il lavoro è necessario per l'uomo ma anche punitivo perché nell'età dell'oro non si doveva lavorare (lo rappresenta con Aristeo che fa rinascere la vita ma Orfeo muore).

L'intreccio tra elementi positivi e negativi è in equilibrio. La digressione finale, con la favola di Aristeo, di carattere narrativo, riguarda l'aition (= causa, spiegazione mitica dell'origine di qualcosa). Il mito eziologico è quello della pugonia (= nascita mitica delle api dalla carcassa di un bue) che è raccontato nella digressione del IV libro. Aristeo è l'eroe del labor: inventa l'apicultura ma un'epidemia uccide tutte le api; esse muoiono per punizione perché Aristeo aveva fatto morire Euridice, moglie di Orfeo. Il racconto da Aristeo è cornice della storia di Orfeo ed Euridice. Gli dei riportano in vita Euridice a patto che Orfeo non la guardi: quando lui la guarda lei scompare. Egli decide di non sposarsi più e le donne di Tracia lo smembrano. Aristeo si pente, sacrifica dei buoi per avere il perdono degli dei e dalle carcasse di questi rinascono le api.

Queste storie hanno tra loro parallelismi, richiami, simmetrie precise, oltre ad essere legate narrativamente. Il carattere della forma è alessandrino e neoterico. Sia Orfeo che Aristeo vanno in contro a peripezie, cioè avvenimenti che si concludono con un rovesciamento. Orfeo va all'inferno per cercare Euridice, Aristeo va negli abissi del mare per trovare i motivi delle sue sventure. Vivono quindi vicende simili ed entrambi si scontrano con la morte: i finali sono però opposti: Orfeo fallisce, Aristeo conquista il perdono. C'è un invito all'uomo a riconoscere i suoi limiti e rientrare in un ordine gerarchicamente stabilito. Orfeo sbaglia perché cerca di soverchiare questa gerarchia. Tutto il racconto della digressione del IV libro è ripetizione, attraverso modalità narrativa, del tema generale delle Georgiche: l'insegnamento morale dell'intero poema didascalico è sintetizzato nel racconto di Aristeo.

Orfeo è contrapposto ad Aristeo: contrapposizione tra labor e furor, dove labor è civiltà classica cristiana, furor è civiltà basata sugli eccessi, sull'istinto, sull'impulsività.

La favola di Orfeo ed Euridice è da interpretare nella totalità dell'episodio: è Aristeo il personaggio positivo, Orfeo quello negativo che pecca credendo di potersi salvare da solo. Virgilio invita il lettore a ritrovare continuità tra il singolo episodio e l'intera opera.

L'Eneide

L'esperienza delle Georgiche mette Virgilio nella condizione di scrivere l'Eneide. Gli intrecci stilistici e le tematiche spingono Virgilio a cimentarsi nello scrivere il poema epico. L'elemento della partecipazione collettiva, cioè l'intervento del narratore dall'esterno ma anche capacità di suggerire sentimenti al lettore attraverso espressioni, è un'esperienza che Virgilio ha fatto nelle Georgiche.

Nella cultura augustea del tempo c'era una forte aspettativa per un nuovo epos. Nelle Bucoliche Virgilio aveva affermato che non era intenzionato a narrare grandi cose, usare generi impegnativi; nelle Georgiche, versi 46-48, afferma di voler narrare le gesta di Augusto. Virgilio riprende la poesia enniana secondo i neoteri: non vuole continuare Ennio ma sostituirlo. Attraverso l'Eneide l'autore si propone di elogiare Augusto ed imitare Omero, cioè costruire un equivalente di Omero adattandolo al suo tempo. I 12 libri dell'Eneide fanno riferimento ai 24 di Omero. I primi 6 libri dell'Eneide hanno carattere odisseico, narrano il viaggio da Troia al Lazio, gli ultimi 6 hanno carattere illiadico.

Nell'Odissea il viaggio rappresenta il ritorno a casa, meta certa e sicura; nell'Eneide invece è un viaggio dalla patria all'ignoto. Nell'Iliade si ha la distruzione della città, mentre nell'Eneide si ha la fondazione della città. Si ha quindi un rovesciamento dei contenuti e la creazione di un nuovo modello. Il viaggio non è più fisico ma metafisico. Si ha la contaminazione del modello, cioè mescolamento della fabula, la continuazione, perché la storia continua a partire dalla fine del modello, creando un percorso ciclico.

Ci sono una serie di richiami: Enea ha caratteri comuni ad Achille ed Odisseo, Pallante a Patroclo, Turno a Ettore. È un rovesciamento dell'Iliade, perché perché Virgilio chiude con un trionfo. L'elogio di Augusto avviene attraverso gli antenati, per questo non è considerato un poema propagandistico. Il mondo dell'Eneide è leggendario, quindi quelle che riguardano Augusto sono peripezie; ad esempio, nel I libro Giove rimanda alle vittorie dei Romani; nel VI c'è la discesa agli inferi di Odisseo, lo scudo di Enea raffigura le future vicende della gloria di Roma.

Attraverso queste strategie, Virgilio concilia epos omerico e parte storico-celebrativa. Nel VI vi sono i personaggi che saranno poi eroi di Roma in età augustea. L'elemento di raccordo tra storia ed epos è la vicenda storica di Enea. Le scoperte archeologiche hanno dimostrato l'importanza della figura di Enea: non sarà mai considerato fondatore di Roma, ma la sua fama aumenta verso il II secolo per motivi politici, poiché nell'epoca della conquista del Mediterraneo e nella riduzione della Grecia a provincia, la vicenda di Enea giustifica l'acquisizione della Grecia da parte di Roma (Roma e Troia erano collegate da Enea).

L'elemento celebrativo sta nel fatto che il figlio di Enea, Ascanio Iulo, fu fondatore della Gens Julia da cui deriva Augusto.

Le vicende non sono narrate in rapporto cronologico, vanno dalla vicenda di Troia alla fondazione di Roma. Tutte le popolazioni italiche contribuiscono alla fondazione di Roma (Virgilio stesso era provinciale). Tutte le vicende sono storicamente documentate.

Eneide: ascolta la puntata del podcast

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Lo stile epico

Virgilio lavora sull'esametro: esso garantisce massima libertà e massimo ordine allo stesso tempo. La frase non è schiava del metro: l'esametro si adatta elasticamente alle necessità espressive. La varietà dei registri stilistici è ampiamente usata nel poema. L'allitterazione, lettura arcaica, veniva usata per ragioni ideologiche, cioè quando doveva usare espressioni poetiche.

Il linguaggio aulico veniva usato raramente per sottolineare il suo debito verso la tradizione nel rappresentare scene patetiche. La novità non sta nell'usare parole difficili e poetiche, ma nel sistemare parole di utilizzo quotidiano nella struttura poetica, nelle strutture sintagmatiche impreviste: il lettore riconosce la parole ma ne ricava un significato diverso; utilizza parole facili per esprimere significati profondi. Usa la callida iuctura, accostamento furbo, brillante; questo procedimento era così definito da Orazio (ti esprimerai splendidamente se un accostamento brillante avrà reso nuova una parola vecchia).

Il lessico di Virgilio è semplice, la narrazione è piana, con epiteti stabili; costruisce un mondo dove il lettore può entrare; c'è però una nuova sensibilità. Gli epiteti sono emotivamente coinvolgenti. Virgilio suggerisce altro oltre a quello che c'è all'apparenza nei suoi versi. In Virgilio l'epica incrementa la soggettività dando più iniziativa al lettore, più iniziativa ai personaggi e più iniziativa al narratore. La capacità di coinvolgimento, simpathy, è quando il narratore interviene direttamente, mentre l'emphaty è quando invece suggerisce il punto di vista interno del personaggio e molto spesso non si tratta di un protagonista ma di un personaggio marginale.

Questi intenti sono inseriti mantenendo equilibrio ed unità dell'opera. Anche l'ideologia è oggettiva e soggettiva: oggettiva nel descrivere una missione voluta dal fato, la volontà che si arrivi all'origine dell'Impero romano, l'epica collettiva; soggettivi sono i sentimenti dei vinti, dei nemici.

C'è una rivalutazione del nemico, le cui ragioni vengono esaltate: in questo modo l'eroe che sconfigge il nemico è maggiormente esaltato. es. Turno dimostra che la guerra non è mai facile e non è mai giusta (esprime la sofferenza del vinto). La morte di Turno avviene per furor di Enea: il vincitore non è un personaggio così positivo, è chiaroscurale, rappresenta la romanità. L'Eneide termina nella follia del personaggio pius per eccellenza, l'Iliade, in cui l'eroe è un personaggio bellicoso, si conclude con la pietas del personaggio. Virgilio pretende molto dal lettore: chiede di porre attenzione alle sofferenze dei singoli, di accettare l'oggettiva provvidenza e la soggettività tragica. Enea è ambiguo, chiaroscurale, è costretto a far soffrire gli altri a causa del volere degli dei. Riprende la volontà malevole degli dei dalla tragedia greca.

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