Immanuel Kant: critica della ragion pratica e critica del giudizio

Immanuel Kant: critica della ragion pratica e critica del giudizio A cura di Veronica Adriani.

Analisi e spiegazione della Critica della Ragion Pratica e della Critica del Giudizio in Immanuel Kant, filosofo esponente dell’Illuminismo tedesco

1Critica della Ragion Pratica: spiegazione

Immanuel Kant
Immanuel Kant — Fonte: getty-images

1.1Una morale universale, necessaria e incondizionata

Immanuel Kant scrive la Critica della ragion pratica nel 1788, dopo soli sette anni dalla pubblicazione del suo grande capolavoro la Critica della ragion pura. L’oggetto delle sue riflessioni non è più la conoscenza ma il comportamento dell’uomo: la ragione, infatti, è una guida sia per l’attività conoscitiva (ragione teoretica) sia per l’attività pratica (ragione pratica).  

L’intento di Kant, stavolta, è criticare la ragion pratica nella sua dimensione empirica, ovvero quando rimane troppo legata all’esperienza e non prevale la sua parte pura. Semplificando il concetto, Kant vuole criticare il comportamento dell’uomo quando risulta troppo condizionato dall’istinto e della sensibilità (il contesto, i sentimenti, gli scopi ad esempio) e non segue, invece, la morale

Ma è bene chiarire a questo punto cosa intenda esattamente Kant quando parla di morale. Secondo il filosofo, in ogni uomo esiste una legge morale a priori (cioè che non dipende dall’esperienza ma deriva direttamente dalla ragione dell’uomo). Una morale che sia, dunque: 

  • Universale (cioè valida per tutti)
  • Necessaria (cioè sempre valida, in ogni momento della storia e in ogni luogo)
  • Incondizionata (cioè che sia sciolta dai condizionamenti dell’istinto e della sensibilità)

Ma una morale di questo tipo su quali principi pratici (cioè regole che determinano la volontà dell’individuo) deve fondarsi? 

Secondo Kant i principi pratici sono di due tipi: 

  • Soggettivi, e prendono il nome di massime
  • Oggettivi, e prendono il nome di imperativi. A loro volta, questi possono essere ipotetici quando sono osservati in vista di un fine; categorici quando sono eseguiti per se stessi.

Per Kant, solamente gli imperativi categorici hanno il valore di un ordine, una legge, che risulta valida per tutti e in ogni momento. La legge morale kantiana dovrà, dunque, fondarsi sugli imperativi categorici.

1.2Le caratteristiche della legge morale

In cosa consiste esattamente questa legge morale? Quali sono gli imperativi categorici? 

La prima caratteristica della legge morale è che va osservata in quanto tale (come un comando, appunto), a prescindere dal contenuto. È, secondo Kant, il dovere per il dovere a doverci guidare, in quanto, altrimenti, la legge morale perderebbe le sue caratteristiche di universalità e incondizionatezza

Si parla, dunque, di una morale formale (la forma o l’intenzione con cui compiamo un’azione) e non di una morale materiale (ci prescrive la materia o il contenuto della nostra azione). Ciò che è morale è l’intenzione con cui compiamo qualcosa e non la cosa in sé. È in questa ottica che Kant distingue la legalità (rispettare un comando solo in quanto ci è imposto dall’esterno) dalla moralità (rispettare e condividere l’azione morale). 

L’imperativo categorico non potrà dunque che ordinarci di agire pensando sempre che gli altri possano fare lo stesso. Un comportamento che dobbiamo poter pensare come universalizzabile. La formula di Kant è: 

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale

In un’altra opera, la Fondazione della metafisica dei costumi (1785), a questo primo imperativo, Kant ne aggiunge altri due:

Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.

Agisci in modo che la tua volontà, con la sua massima, possa considerarsi come universalmente legislatrice rispetto a se medesima.

Tomba di Immanuel Kant
Tomba di Immanuel Kant — Fonte: istock

Una legge morale che non deriva da nessun comando esterno (per esempio la religione) o non è sottoposta a nessun condizionamento (per esempio l’educazione, la società o la ricerca della felicità) è, dunque, autonoma e solo da essa deriva ciò che è bene e ciò che è male.

L’uomo, con la morale, è libero: pone, cioè, da sé la propria legge morale e può svincolarsi da tutti i condizionamenti del mondo fisico. È proprio attraverso la morale che l’uomo scopre la sua libertà, ovvero è solo avvertendo dentro di sé il comando che potrà scoprire la sua possibilità di scelta (se seguirlo o meno). 

1.3La teoria dei postulati etici

L’osservanza del dovere morale ci rende virtuosi e questa condizione, definita da Kant bene supremo, non ci conduce però alla felicità, nonostante ne risultiamo degni. Come potremmo essere felici se, osservando l’imperativo morale, mortifichiamo tutte le nostre aspirazioni egoistiche? 

Per salvare la morale e eliminare l’assurdità di un essere degno di felicità ma infelice, Kant postula (cioè accoglie pur non potendo dimostrare) l’esistenza di un aldilà che ci permetta di raggiungere il “sommo bene” (virtù congiunta alla felicità). 

I tre postulati etici sono:

L’immortalità dell’anima. Poiché solo un “santo” (cioè un uomo che si comporta in modo sempre morale) è degno del sommo bene e l’uomo, in questa vita, è sempre influenzato dai suoi istinti egoistici e dalla sensibilità, Kant postula l’esistenza di un’anima immortale che gradualmente guadagnerà la santità.

L’esistenza di Dio. Solamente un Dio onnipotente può far corrispondere ai meriti la felicità eterna.

La libertà. Questo postulato è in realtà anomalo in quanto la libertà, come visto, costituisce la stessa condizione della morale. Tuttavia è solo con la morale, dunque attraverso la sua libertà, che l’uomo può svincolarsi dal causalismo (principio di causa-effetto) del mondo naturale (fenomeno) e entrare invece nel noumeno.

2Critica del Giudizio: spiegazione

Statua di Kant all'università di Kaliningrad
Statua di Kant all'università di Kaliningrad — Fonte: istock

2.1I giudizi riflettenti

Nel 1790 Kant sente l’esigenza di scrivere una terza Critica, la Critica del giudizio, che possa mediare e far incontrare i risultati delle due opere precedenti. Infatti, mentre nella Critica della ragion pura, il filosofo aveva rappresentato una realtà fenomenica, dominata dal principio della necessità meccanica, nella Critica della ragion pratica si postulava l’esistenza di un mondo noumenico dominato dalla libertà e dal finalismo (in quanto la libertà e l’esistenza di Dio erano accettate come condizioni della morale). 

Fenomeno e noumeno, mondo della scienza e mondo della morale, necessità e libertà, determinismo e finalismo sembravano, agli occhi di Kant, divisi da un abisso.

Tra le due facoltà, dell’intelletto (facoltà conoscitiva) e della ragione (facoltà pratica), Kant ne concepisce una terza: la facoltà del giudizio, legata al sentimento. Attraverso il giudizio sentimentale Kant riesce a far dialogare i due mondi in quanto, mediante il giudizio, l’uomo riesce a “vivere” e “pensare” quella finalità negata nella realtà della scienza e solo postulata nel campo della morale. Ma andiamo con ordine, e spieghiamo in modo più chiaro in che modo si articola tale “finalità”.

In primo luogo, i giudizi, per Kant, sono di due tipi:

  • Determinanti. Sono i giudizi scientifici e si formano a partire dalle nostre forme a priori.
  • Riflettenti. Sono i giudizi sentimentali, chiamati così perché “riflettono” sulla realtà dei giudizi determinanti, cogliendo le cose in armonia le une con le altre e con noi stessi, secondo, cioè, un principio di finalità.

L’oggetto della Critica del giudizio sono, dunque, i giudizi riflettenti e le domande centrali nell’opera sono: “Questa cosa mi piace?”,  “Qual è il fine, lo scopo del mondo che ci circonda?”.

I giudizi riflettenti sono, a loro volta, di due tipi, a seconda del modo in cui viene espresso il principio di finalità:

  • I giudizi estetici: hanno per oggetto la bellezza
  • I giudizi teleologici: prendono in considerazione l’ordine della natura

2.2I giudizi estetici

Il primo dei giudizi riflettenti è il giudizio estetico, ovvero ciò che reputiamo bello e genera in noi un sentimento di piacere. Questo sentimento di piacere ci fa vivere in modo immediato (senza che intervenga alcun ragionamento) il principio di finalità della natura, ovvero sembra che l’oggetto del nostro piacere sia bello solo per noi, che esista solo per generare in noi un senso di armonia. 

Ma cos’è precisamente il bello? Kant risponde che il bello è ciò che piace:

  • senza interesse, cioè il piacere del bello non è legato a nessun genere di possesso, o piacere fisico o valore morale. Una cosa è bella solo perché è bella.
  • universalmente, cioè il bello è bello per tutti e prescinde dai gusti individuali.
  • senza concetto, cioè non riusciamo a spiegare cos’è il bello attraverso concetti o conoscenze, ma lo intuiamo in modo immediato
  • necessariamente, cioè ci sentiamo obbligati a provare piacere davanti ad un certo oggetto bello.

Ma, com’è possibile che, davanti ad una determinata cosa, tutti la possano trovare bella? Perché il sentimento del bello è universale? Perché tutti riteniamo bello un arcobaleno o un particolare quadro?

La risposta di Kant è che in tutti gli uomini esiste un senso comune del gusto: esiste cioè una identica struttura mentale che ci permette di sentire che l’oggetto è in accordo con le nostre esigenze, generando in noi un senso di armonia, di serenità.

La bellezza, infatti, secondo Kant non è una proprietà dell’oggetto ma nasce solo da un accordo tra il soggetto e l’oggetto. Detto in altro modo: non esiste l’oggetto bello a prescindere dall’uomo ma è quest’ultimo che, nel rapporto con certi oggetti, prova un senso di armonia e li giudica belli. 

Tra i giudizi riflettenti Kant annovera anche il sublime che è un sentimento che non genera armonia (come il bello) ma, al contrario, paura e sgomento. È il sentimento che l’uomo prova al cospetto della grandiosità della natura (il sublime matematico, ad esempio l’oceano) o della sua potenza (sublime dinamico, ad esempio i terremoti). Ma l’individuo, dopo gli iniziali sentimenti negativi, attraverso il sublime scopre la sua grandezza spirituale, in quanto la visione di tali immagini risveglia in lui l’idea di infinito e lo rende consapevole della sua enorme statura morale. 

2.3I giudizi teleologici

I giudizi teleologici colgono il principio di finalità interno alla natura stessa, ovvero l’uomo riconosce in ciò che vede un ordine, uno scopo per cui è stato creato. Ma tale finalità, che noi consideriamo oggettiva, in realtà risponde soltanto ad una esigenza soggettiva dell’uomo di trovare un senso, una spiegazione a ciò che ha intorno.

Il giudizio teleologico è universale, in quanto tutti gli uomini sentono l’esigenza di scorgere un fine in ciò che esiste e di ricondurlo, in ultima istanza, al disegno di un Dio creatore.

Ma, la teleologia, ricorda Kant, nonostante risponda ad un bisogno insopprimibile dell’uomo di colmare la spiegazione deterministica della realtà (basata unicamente sul rapporto di causa-effetto) e aiuta l’uomo nella formulazione di teorie scientifiche, in sé non ha nessun fondamento scientifico.

Il bello è il simbolo del bene morale.

Immanuel Kant