John Fitzgerald Kennedy: biografia e pensiero politico

John Fitzgerald Kennedy: biografia e pensiero politico A cura di Francesco Gallo.

John Fitzgerald Kennedy: vita, morte e pensiero politico del 35° presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas nel 1963

1John Fitzgerald Kennedy: Infanzia e formazione

Il padre e la madre di JFK. Joseph F. Kennedy con sua moglie Rose
Il padre e la madre di JFK. Joseph F. Kennedy con sua moglie Rose — Fonte: getty-images

Nato nel 1917 a Brookline (Massachusetts), John Fitzgerald Kennedy era il figlio Joseph Kennedy, presidente della commissione Borsa e Finanze di Wall Street. 

Nel 1940 si laureò ad Harvard ma approfondì i suoi studi alla London School of Economics and Political Science, la scuola di economia e scienze politiche di Londra, città dove il padre era ambasciatore.

Il titolo della sua tesi, che poi diventerà anche un libro, era Why England slept in cui approfondì il tema della disastrosa politica inglese dell’appeasement

L’impegno del giovane Kennedy all’interno del conflitto mondiale, si concretizzò anche con la partecipazione come volontario in marina. Ferito alla schiena, anche per via di un vecchio schiacciamento di una vertebra durante una partita di football, fu congedato con onore e tornò a Boston, dove decise di intraprendere la carriera politica.

2Kennedy vs Nixon, il primo scontro politico in televisione

Richard Nixon durante il dibattito televisivo con John F. Kennedy
Richard Nixon durante il dibattito televisivo con John F. Kennedy — Fonte: getty-images

Dopo una lunga militanza nel Partito Democratico come deputato e, successivamente, come senatore, nel novembre del 1960, in vista della scadenza del secondo mandato di Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy fu candidato alla presidenza. JFK, come i giornali presero a chiamarlo, chiese a Lyndon Johnson di occuparsi della vicepresidenza, nonostante gli scontri tra i due durante le elezioni primarie. 

In settembre e in ottobre, John Fitzgerald Kennedy si confrontò con il candidato repubblicano alla presidenza Richard Nixon nel primo dibattito presidenziale mai trasmesso alla televisione. Durante il dibattito Nixon apparve teso e mal rasato, mentre Kennedy trasmise un’immagine composta e sicura. Nei giorni successivi, Kennedy fu ritenuto da tutti il vincitore del confronto, nonostante gli osservatori avessero considerato i due sostanzialmente alla pari in termini di oratoria.

Il confronto televisivo Kennedy-Nixon è stato ritenuto un punto di svolta nella comunicazione politica: fu il momento in cui il medium televisivo iniziò ad avere un ruolo decisivo e il modo di presentarsi davanti alle telecamere divenne di capitale importanza per ogni candidato. Kennedy riuscì a prevalere perché più telegenico, accattivante e sicuro di sé, mentre Nixon fu penalizzato dal colore della giacca e dal suo volto tirato e sudato, per il suo stato di salute non ottimale (nelle ore precedenti era stato colpito da una forte febbre) e per il rifiuto di ricorrere ai truccatori. John Fitzgerald Kennedy fu eletto, ma è impossibile valutare quanto influì la televisione sul suo successo. In ogni caso la disinvoltura che aveva saputo manifestare di fronte alla camera fu presto emulata da altri politici e l’arte di far valere la propria immagine si generalizzò a tutti i livelli

3L’inizio della presidenza Kennedy

Il presidente Kennedy con sua moglie Jacqueline, la first lady
Il presidente Kennedy con sua moglie Jacqueline, la first lady — Fonte: getty-images

Nel novembre del 1960, scaduto definitivamente il secondo mandato di Eisenhower, il nuovo presidente degli Usa divenne John Fitzgerald Kennedy. La sua elezione suscitò subito ampi consensi, poiché il suo pensiero politico si riallacciava a quello Wilsoniano e Roosveltiano, aggiornato ovviamente col riferimento ad una Nuova Frontiera: spirituale, scientifica e culturale. Questa sua politica fu riassunta nella celebre dichiarazione durante il discorso di insediamento: «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese».

Kennedy cercò da subito di imporre l’integrazione razziale soprattutto negli Stati del sud, ancora razzisti, chiamando a sostegno anche la moglie dell’allora carcerato Martin Luther King. Inoltre, in piena guerra fredda, si disse favorevole al disarmo nucleare e una politica distensiva nei confronti del blocco sovietico.

Tuttavia, durante il primo incontro con Nikita Kruscev, in cui affrontarono la questione di Berlino Ovest, registrò un primo fallimento. Kennedy considerava Berlino parte della Germania Federale, mentre i tedeschi la volevano libera.  

La risposta sovietica si concretizzò con l’innalzamento di un muro che separava in due la città, e rendeva impossibili le fughe: il muro di Berlino

4La crisi dei missili cubani

Anastas Ivanovich Mikoyan incontra Kennedy per parlare della crisi di Cuba
Anastas Ivanovich Mikoyan incontra Kennedy per parlare della crisi di Cuba — Fonte: getty-images

Il confronto più drammatico tra le due potenze ebbe per teatro Cuba. Kennedy, non appena presidente, cercò subito di soffocare il regime di Fidel Castro, sia boicottandolo economicamente, sia appoggiando gli esuli anticastristi che tentarono una spedizione armata nell’isola.

Ci fu così il celebre sbarco nella Baia dei Porci (Bahìa de Cochinos), una stretta insenatura nella parte centrale dell’isola di Cuba: l’avventuroso tentativo di invasione effettuato il 17 aprile 1961 da 1.511 esuli cubani — la Brigata 2506 — emigrati negli Stati Uniti, finanziati e appoggiati dalla CIA, che si risolse in un insuccesso completo. Le navi americane furono attaccate subito dagli aerei cubani e due furono affondate. Il 18 aprile gli assalitori si resero conto che senza cibo né acqua, senza comunicazioni fra loro, senza munizioni e senza carburante per i carri armati e i camion che avevano sbarcato e senza alcun appoggio dei locali, erano in una situazione insostenibile e fu ordinato il ritiro.

Nel clima generale di frustrazione seguito all’insuccesso della Baia dei Porci, l’amministrazione Kennedy decise di dar corso a una nuova operazione clandestina, denominata Mangoose (Mangusta), il cui scopo era quello di creare le premesse per il rovesciamento del regime castrista, anche attraverso il suo omicidio.

In questa tensione s’inserì l’Unione sovietica che offrì ai cubani assistenza economica e militare, e inoltre iniziò l’installazione di alcune basi di lancio per missili nucleari. Quest’ultime vennero scoperto da aerei-spia (gli U-2) nell’ottobre del 1962, e Kennedy in un accorato appello televisivo ne annunciò la scoperta e proclamò che ogni attacco di missili nucleari proveniente da Cuba sarebbe stato considerato come un attacco portato dall'Unione Sovietica e avrebbe ricevuto una risposta conseguente. Ordinò, inoltre, un blocco navale (anche se in televisione utilizzò il termine più mite di quarantena) attorno a Cuba per impedire ai sovietici di raggiungere l’isola.

Per tredici giorni (16-29 ottobre) il mondo fu vicino ad un nuovo conflitto generale, la gente iniziò a parlare e preoccuparsi apertamente di un'apocalisse nucleare, ed esercitazioni per una tale emergenza si tennero quasi quotidianamente in molte città. I responsabili dello stato maggiore americano insistettero perché il riluttante presidente ordinasse un'immediata azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventassero operative. Irato contro i sostenitori della tesi dell’attacco aereo, e in particolar modo con i militari, Kennedy commentò al suo assistente personale Kenny O’Donnell: «Questi berretti con le greche hanno un grande vantaggio: se diamo loro ascolto, e facciamo quello che loro vogliono che si faccia, dopo nessuno di noi sarà vivo per poter loro dire che avevano torto. 

Fidel Castro e Nikita Kruscev
Fidel Castro e Nikita Kruscev — Fonte: getty-images

In effetti a Cuba, durante i giorni della crisi, si trovavano 140 testate nucleari di provenienza sovietica, ma come fece notare Fidel Castro, non c'era niente di illegale circa le installazioni dei missili; erano sicuramente una minaccia agli USA, ma missili simili, puntati verso l'URSS, erano posizionati in Gran Bretagna, Italia e Turchia.

È dunque in questo contesto, secondo alcuni storici come Thomas Paterson, che va analizzata la crisi missilistica, perché solo se si fa riferimento all’infuocato clima anticastrista che caratterizzò la politica dell’amministrazione Kennedy si può capire come mai il governo di Fidel accetterà di ospitare i missili sovietici. Scrisse a tal proposito: «Le origini della crisi dei missili derivarono in gran parte dalle tensioni tra Stati Uniti e Cuba. Porre l’accento solo sulla dimensione globale della competizione sovietico-americana, come viene fatto comunemente, è come dire che si può giocare una partita di basket senza l’apposito campo. Cuba fu tale campo».

Anni dopo, nel primo volume delle sue memorie Kruscev approfondì ancora di più quella scelta: «Oltre a proteggere Cuba, i nostri missili avrebbero ristabilito quello che l’Occidente ama chiamare l’equilibrio di potenza. Gli americani avevano circondato il nostro Paese con basi militari e ci minacciavano con armi nucleari, e adesso avrebbero imparato proprio come ci si sente ad avere missili nemici puntati contro di sé: non avremmo fatto nient’altro che dar loro un po’ della loro stessa medicina».

Il 26 ottobre i russi offrirono di ritirare i missili da Cuba in cambio della garanzia che gli USA non avrebbero invaso Cuba, né appoggiato un'invasione e chiesero poi il ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia. Dopo venti giorni Kennedy ordinò la fine della quarantena verso Cuba. Il 27 ottobre tuttavia la catastrofe fu più vicina che mai (anche se i dettagli sarebbero emersi solo nel 2002): un ufficiale di un sottomarino sovietico, Vasili Alexandrovich Arkhipov, si rifiutò di confermare il lancio di una testata nucleare mentre era sotto attacco da una nave da battaglia americana vicino a Cuba.

La distensione che andava creandosi ebbe il suo apice nella firma del trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, e ci fu anche l’installazione di una linea diretta di telescriventi, detta Linea Rossa, fra la Casa Bianca e il Cremlino, che serviva a scongiurare il pericolo di una guerra per errore. «Finché ci puntiamo addosso i missili è bene che un telefono possa squillare», disse l’ex direttore della CIA. Nikita Kruscev accentuò il suo tono pacifista nei suoi interventi, e anche la competizione economica: la vittoria sarebbe andata al paese capace di assicurare al popolo il più alto grado di benessere e di giustizia sociale. Ma questo eccesso di ottimismo non corrispose alla realtà e un anno dopo fu estromesso da tutte le sue cariche.

5L’assassinio di Kennedy

La limousine di John Fitzgerald Kennedy a Dallas qualche minuto prima della sparatoria
La limousine di John Fitzgerald Kennedy a Dallas qualche minuto prima della sparatoria — Fonte: getty-images

Il 22 novembre 1963 Kennedy fu ucciso a Dallas in un attentato di cui non si giunse mai a scoprire i mandanti. Il presidente John Fitzgerald Kennedy era in visita ufficiale nel Texas per un viaggio programmato dal vicepresidente e consigliere Lyndon Johnson. Il corteo del presidente imboccò Elm Street e la limousine rallentò in prossimità della curva mentre il Presidente e sua moglie Jacqueline salutavano la folla. Pochi secondi dopo, diversi colpi di arma da fuoco furono esplosi da un fucile Marlin calibro 22 in direzione della vettura: uno di essi colpì JFK alla testa, causando un'ampia ferita, rivelatasi poi mortale. Responsabile dell'assassinio venne ritenuto Lee Harvey Oswald, un impiegato della Texas School Book in Dealey Plaza.

Quello di Kennedy fu il primo di una serie di misteriosi omicidi politici che sconvolsero gli Stati Uniti in quegli anni. Nel 1968 furono uccisi Robert Kennedy e Martin Luther King, i cui assassinii contribuirono a imprimere un segno di violenza su tutta una fase della storia degli Usa.

Dopo la morte di Kennedy, venne immediatamente eletto nuovo presidente Lyndon Johnson che dichiarò: «Mi sto preparando a costruire quel tipo di nazione nel quale sperava il Presidente Roosevelt, per il quale il Presidente Truman ha lottato e il Presidente Kennedy è morto» anche se poi legò il suo nome alla guerra in Vietnam.

Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai aver paura di negoziare.

John Fitzgerald Kennedy