L'Italia degli Stati regionali tra 1300 e 1400

L'Italia degli Stati regionali tra 1300 e 1400 A cura di Federico Goddi.

L'Italia degli Stati regionali: dal tramonto dei Comuni alla nascita delle Signorie. Equilibri di potere nell'Italia tra 1300 e 1400 nello scenario dell'Europa in fermento

1Crisi dell’età comunale

Il Palazzo del Podestà in piazza dei Signori a Verona
Il Palazzo del Podestà in piazza dei Signori a Verona — Fonte: ansa

Con la scomparsa di Federico II sfumò la possibilità di unire la penisola italiana in un’unica entità. Mentre le monarchie di Francia e Inghilterra divenivano nuovi modelli di governo a cui guardare, il papato ed i comuni, che erano stati i principali antagonisti dello stupor mundi, entrarono in crisi.    

Tra XIII e XIV, la Chiesa aveva subito notevoli sconfitte politiche, sino al trasferimento della propria sede ad Avignone, ed i comuni denunciavano da tempo un deficit di partecipazione del popolo alla vita politica, reso evidente dalla mancata integrazione della popolazione del contado.    

Non di rado, l’esclusione dei diritti politici era accompagnata dal disprezzo manifestato dalle élites cittadine per gli abitanti delle campagne. Quelle stesse élites non riuscirono a trovare contromisure alle aspre tensioni sociali acuite dalla crisi del Trecento. Tra le motivazioni del tramonto dei Comuni, un ruolo importante era giocato dalla distanza abissale tra privilegiati, che amministravano il governo della città, ed emarginati dalla vita politica.  

L’evoluzione della forma comunale in più articolate organizzazioni statuali era impedita dalle politiche clientelari dei gruppi di potere, quasi sempre legati da vincoli famigliari. Si trattava di potentati formati da vecchie famiglie nobiliari e da nuclei famigliari che avevano accumulato ricchezze non da lunga data. Il tessuto politico era caratterizzato dalle Corporazioni, i cui iscritti erano obbligati ad un giuramento e si giovavano di una protezione garantita da una milizia privata.  

Spesso, il quadro politico non era tra i più edificanti: fazioni di potere, l’una contro l’altra armata, si spartivano le ricchezze cittadine. In altre occasioni, a muovere le fazioni era invece una precisa idea di governo, un disegno politico, o meglio ancora, una visione della società come un corpo unico. In quelle circostanze, motivi sociali ed economici si intrecciavano al meglio, componendo una trama che aveva aspetti rilevanti nelle appartenenze ad una determinata “Arte”, o ad una qualsivoglia contrada. In tutti i casi invece, la conquista del potere comportava per la fazione soccombente lutti, esilio e persecuzioni di vario genere.  

2Nascita delle signorie in Italia tra 1300 e 1400

In un primo momento la risposta alla conflittualità permanete nei comuni fu rintracciata in una nuova carica istituzionale: il podestà. Tuttavia, la figura di vertice, seppur potente, non poteva risolvere i limiti strutturali che erano connaturati al Comune ed acuiti dalle lotte tra famiglie rivali. Si affermò allora una forma di governo inedita: la Signoria. Il fenomeno della signorie fu assai rilevante, coinvolgendo tutta l’Italia centro-settentrionale. A questo punto, è utile elencare i possibili profili di colui che la guidava, il “signore”:    

  • un podestà che si era guadagnato la fiducia e il consenso dei cittadini,
  • l’esponente di una famiglia in vista,
  • un individuo che aveva ottenuto il potere col classico colpo di mano.
Ritratto di Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini (1417-1468). Dipinto di Piero della Francesca
Ritratto di Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini (1417-1468). Dipinto di Piero della Francesca — Fonte: getty-images

Sono profili che dobbiamo leggere con attenzione, nella consapevolezza che se esistevano certe sfumature, era invece sempre presente un’investitura dal basso dell’uomo proiettato al comando. In sintesi, il signore veniva investito del potere dagli organismi del Comune, normalizzando di fatto una situazione eccezionale, che paradossalmente aveva rappresentato la negazione stessa degli ordinamenti comunali. La perdita d’identità ed una buona dose d’incoerenza furono il prezzo per il raggiungimento della pacificazione interna.  

Il quadro generale era completato dal riconoscimento delle signorie ad opera del papa o dell’imperatore, che le legittimavano rendendole dei “principati”. In quel modo, il governo signorile diveniva quasi un potere assoluto

Monumento a Gian Galeazzo Visconti. Opera situata nella Certosa di Pavia
Monumento a Gian Galeazzo Visconti. Opera situata nella Certosa di Pavia — Fonte: ansa

Tra le più antiche signorie, sono da ricordare quella degli Estensi nel ferrarese, a cui seguirono le esperienze di Modena e Reggio. Nell’Italia nord-orientale fu rilevante il potere dei da Romano che controllavano numerosi centri tra cui Vicenza, Treviso, Feltre e le importanti città di Padova e Verona. 

Nel Piemonte settentrionale dominavano i marchesi di Monferrato, mentre in quello meridionale governava il marchese di Saluzzo. I Savoia esercitavano il potere sulla Val d’Aosta e sul Canavese. 

Diversa la questione per Romagna e Marche, dove la debolezza dello Stato pontificio, che teoricamente deteneva il controllo di quelle regioni, si trovò in pratica a scendere a compromessi con i vari signori: i Malatesta a Rimini, i Montefeltro a Urbino o addirittura (vista la vicinanza con Roma) con i da Varano a Camerino.  

Tuttavia, queste signorie ebbero vita breve e non riuscirono a stabilire un dominio durevole, a differenza di Milano, che rincorse il sogno di un processo unitario dell’Italia settentrionale. Il Ducato di Milano rappresentò insieme alla Repubblica fiorentina e la Repubblica di Venezia la massima espressione delle istituzioni signorili in Italia.   

Il centro lombardo aveva raggiuto un predominio economico e militare già nel XIII secolo. Grazie all’appoggio dato a Matteo Visconti dall’imperatore, Milano aveva creato una fitta rete di domini e, successivamente, con Gian Galeazzo, che acquisì il titolo di duca, la potenza dei Visconti incluse importanti città del Veneto, della Toscana e dell’Umbria. Il tentativo di trasformare le terre dominate in un’entità statale unica sfumò con la morte di Gian Galeazzo (1402).     

Stesso dicasi per Firenze, che non riuscì a conferire un assetto stabile ed unitario ai molti centri dominati in Toscana. Neanche con Cosimo dei Medici (al potere dal 1434), uomo di immense ricchezze, fu raggiunto l’obiettivo di una centralizzazione, pur mutando la natura stessa della signoria. 

A differenza delle prime due, Venezia mantenne una struttura oligarchica con un’economia votata dapprima all’espansione marittima verso oriente, poi verso la terraferma, dove si scontrò frequentemente con gli interessi dei Visconti.    

3Regno di Napoli, Stato della Chiesa e nuovo equilibrio in Italia

Il più vasto Stato della penisola si trovava nell’Italia meridionale. Il Regno di Napoli non aveva però una forza economica e militare tale da mettere in piedi progetti egemonici. Le motivazioni sono da rintracciare nella permanenza di strutture feudali, che costringevano il territorio ad una costante arretratezza, a dispetto delle ferventi attività finanziare dei centri dell’Italia settentrionale, dove un’intraprendente borghesia sviluppava traffici e commerci. Le posizioni chiave delle attività bancarie erano detenute da uomini d’affari fiorentini o catalani, che non avevano alcun interesse ad investire sul luogo i profitti.  

Castel Nuovo a Napoli: Arco trionfale eretto su ordine di Alfonso d'Aragona per celebrare la conquista del Rengo di Napoli nel 1443
Castel Nuovo a Napoli: Arco trionfale eretto su ordine di Alfonso d'Aragona per celebrare la conquista del Rengo di Napoli nel 1443 — Fonte: getty-images

Esclusa Napoli, non esistevano grandi centri che potevano essere paragonati alle città d’Europa, mentre nelle campagne dominavano i baroni, che erano i principali nemici della centralizzazione. L’immobilismo era uno dei modi migliori per conservare il potere su masse di contadini impoveriti. La corona tentava di contrastare lo stato delle cose, disgregando gli enormi latifondi, ma la tattica di concedere terre a nuovi privilegiati si rivelò una medicina peggiore del male. La mancanza della borghesia rendeva sterile il potere del re, che non riusciva a depotenziare l’operato dei baroni.     

Il tutto era acuito da una crisi dinastica che si risolse solo con l’ascesa al trono di Alfonso “il Magnanimo”. Con il nuovo re si aprì una nuova fase. Fu solo in quel momento, anche per esigenze geopolitiche – il collegamento del Regno alla Corona d’Aragona – che furono avviate riforme amministrative che rafforzarono il governo centrale.   

Se Napoli denunciava gravi problemi amministrativi, Roma si trovava in una situazione ancor peggiore. Nonostante il ritorno a Roma di Gregorio XI, dopo il periodo avignonese del papato, la crisi dello Stato della Chiesa si aggravò.   

Nel 1401-02 Gian Galeazzo Visconti, che stava per conquistare Firenze, si fece conferire il titolo di protettore di Roma, occupando la città. Morto Gian Galeazzo, la minaccia della dominazione esterna non scomparve.   

Solo Martino V poté ripristinare la sovranità pontificia di Roma con l’aiuto di Muzio Attendolo Sforza, un condottiero, capitano di ventura, che lo aiutò a sopprimere ogni residuo di autonomia e vita municipale a Roma.    

Ritratto equestre di Muzio Attendolo Sforza (1369-1424), soldato di ventura
Ritratto equestre di Muzio Attendolo Sforza (1369-1424), soldato di ventura — Fonte: ansa

Erano le prime avvisaglie delle guerre italiane che videro protagonista Filippo Maria Visconti, che voleva ricostruire il vasto dominio di Gian Galeazzo. Filippo sconfisse Firenze ma fu costretto alla resa da Venezia nel 1427. Ne approfittarono alcune famiglie milanesi che cercarono di eliminare i Visconti proclamando la Repubblica ambrosiana. Era un progetto velleitario che non teneva conto dell’incombente presenza veneziana e che aveva allarmato la stessa Firenze costringendola ad un’alleanza con Milano.  

La guerra riprese, ma le potenze si logorarono senza trovare un vincitore, sino alla pace di Lodi nel 1454. Ad un anno dalla firma, fu costituita la Lega italica con Venezia, Firenze, Roma e Napoli unite alle decine di piccoli Stati satelliti. Quella politica d’equilibrio non era altro che un atto di compromesso che testimoniava un dato di fatto: l’Italia restava una realtà frammentata in cui lo spirito unitario non trovava ancora posto.