Ira di Achille: testo, parafrasi e commento

Di Redazione Studenti.

Parafrasi e commento del passo sull'Ira di Achille dell'Iliade di Omero. La lite tra Achille e Agamennone per Briseide. Cause e conseguenze

L'Ira di Achille

L'ira di Achille
L'ira di Achille — Fonte: istock

Il passo che riguarda l'ira di Achille è uno dei più famosi e importanti dell'intera Iliade di Omero.

Achille, che fino a quel momento aveva valorosamente combattuto per i Greci, quando si vede portar via da Agamennone la sua achiava Briseide, si lascia andare a una terribile collera.

In risposta all'offesa ricevuta, si rifiuta di combattare ancora. Lo farà di nuovo solo quando il suo amico Patroclo verrà ucciso da Ettore in battaglia, e lui vorrà vendicarlo.

Cause dell'Ira di Achille: commento

Subito dopo il proemio, cioè l’invocazione della Musa, il poeta passa ad un altro argomento mediante un’interrogativa diretta

Ma chi fra gli dei li fece lottare fra loro?

Questa interrogativa implica una particolare visione del mondo del poeta, nella quale tutti gli eventi umani dipendono dalle decisioni divine, come dire che gli uomini non sono padroni del loro destino, della concezione della divinità Paratios che significa collaboratrice. L’uomo determina solo in parte l’esito della propria vita che dipende dal Dio. Vedremo un’applicazione pratica di questa concezione nella tragedia greca.

Apollo, figlio di Zeus e Latona, adirato col re Agamennone produsse nel campo acheo la peste.

La peste era una patologia molto diffusa negli assedi.

Gli Achei morivano perche l’Atride, cioè Agamennone figlio di Atreo, aveva maltrattato Crise, il sacerdote di Apollo a Troia.

Usando il tempo verbale passato remoto, il poeta ci sta accompagnando in un flashback, stiamo esplorando a ritroso le ragioni dell’Ira di Achille. Notiamo che è introdotta anche da una proposizione causale che ha l’intento di spiegare la realtà, ponendosi dei perché. L’epica rappresenta una forma di conoscenza del reale.

Crise venne alle navi veloci degli Achei per liberare la figlia Criseide, offrendo un riscatto ricchissimo in cambio e portando le mani bendate secondo l’uso dei sacerdoti di Apollo, il Saettatore. Le bende avvolgevano lo scettro d’oro mentre pregava tutti gli Achei da supplice e in particolar modo i due fratelli, figli di Atreo, Agamennone e Menelao, capi d’eserciti.

In questo breve frammento abbiamo incontrato i primi epiteti formulari, tipici dello stile Omerico, si tratta di aggettivi e sostantivi che qualificano in modo sempre identico elementi e personaggi presenti sulla scena: le navi sono sempre concave e rapide, Apollo è sempre il dio di lungi saettae, infine gli atridi sono sempre ordinatori di eserciti. In particolare, gli storici hanno sottolineato che il nome Menelao contiene lo stesso concetto di capo ordinatore di eserciti, nell’antica lingua dei Micenei, la lineare B.
Il termine latos significa popolo, il verbo Mene viene dal verbo che significa condurre.
Le società indoeuropee presentano sempre una struttura ternaria del potere: potere sacerdotale, potere militare e potere politico. Questi signori della guerra venivano chiamati Wanakés.

Il poeta adesso intraprende una nuova sequenza di tipo dialogico, introducendo un discorso diretto. Il tempo del racconto si ferma, l’alternanza tra dialogo e racconto è a pura discrezione del poeta che preferisce il dialogo nei momenti più importanti del racconto. In questo caso, il verbo prodrammatico è pregava.

O Atridi e voi tutti Achei dagli elmi robusti, a voi gli dei che abitano l’Olimpo concedano di abbattere la città di Priamo e tornare vincitori in patria. E voi liberate mia figlia, accettate il dono di riscatto, mostrando rispetto per il figlio di Zeus, Apollo, il quale saetta da lontano.

Il discorso di Crise è un discorso sorvegliato sul piano retorico. Secondo l’arte dell’oratoria ogni decisione deve aprirsi con la captatio benevolentiae, cioè il tentativo di ottenere la benevolenza dell’ascoltatore. Così si spiega l’augurio che Crise, troiano, rivolge agli Achei di conquistare Troia. In secondo luogo, il messaggio di Crise pone l’accento sul concetto di Pietas, cioè devozione verso gli dei. Per Crise consegnare Criseide significherebbe venerare Apollo.

A questa supplichevole richiesta di Crise, Agamennone risponde in malo modo causando l’ira di Apollo e infrangendo leggi umane e divine, come il rispetto della vecchiaia. In breve, Agamennone compie un atto di Hybris, ovvero tracotanza (misto tra arroganza, superbia e mancanza di rispetto). Nel cosmo Omerico ad ogni atto di Hybris corrisponde una tisis, punizione divina. In Nuce si assiste all’applicazione di uno schema tragico, in cui alla colpa dell’eroe pone rimedio una punizione divina, riequilibrando il cosmos violato. In questo caso la punizione è la PESTE.

La sequenza successiva si apre con il nesso temporale e apre lo sguardo sull’immagine corale degli Achei riuniti in assemblea, i quali sono propensi ad accogliere il riscatto. Al verso 24 si apre una nuova sequenza introdotta da una fortissima avversativa perché il poeta vuole contrapporre alle pietas (volontà) dei molti l’empietà di Agamennone. Quindi, da un’immagine corale, l’obiettivo si restringe sulle parole e sui gesti del solo Agamennone.

Allora, tutti gli altri Achei acclamarono che fosse onorato quel sacerdote e che fosse accolto quel ricco riscatto, ma ciò non era gradito da Agamennone, figlio di Atreo, il quale cacciò via malamente Crise aggiungendo parole brutali. 

L’aggettivo ‘brutale’ connota l’atteggiamento di Agamennone come bestiale e la regressione di Agamennone a livello ferino, perché questo capo non solo viola le leggi divine, ma non riconosce neanche l’Humanitas, cioè il sentimento che affratella tutti gli esseri umani.

Queste sono le parole brutali di Agamennone: che io non ti colga mai, o vecchio, verso le navi concave, non ti devo cogliere adesso a indugiare né in futuro a tornare, altrimenti non ti servirà lo scettro con le bende di Apollo. Io non libererò Criseide: prima la coglierà la vecchiaia nella mia casa in Argo, lontano dalla mia patria, mentre va e viene al telaio e accoglie al mio letto. Ma va vai, non irritarmi, affinchè tu parta sano e salvo.

Questo intervento di Agamennone è costruito sulla climax ed è una gradatio in senso ascendente, perché l’intervento si può dividere in tre parti: 

  • la prima parte (v. 26-28) è una minaccia aperta al sacerdote
  • la seconda (v.29-31) è introdotta dal pronome IO e anche dall’aggettivo possessivo MIO, mostrando la prepotenza e l’arroganza, la radice della sua Hybris e quindi la minaccia che culmina con il riferimento al ‘mio letto’ molto offensiva
  • infine al verso 32 notiamo che la congiunzione avversativa MA introduce la funzione conativa di Jakobson , per cui si stabilisce un ordine gerarchico tra emittente e destinatario, quindi Agamennone si espone alla punizione divina perché vuole aver autorità su Crise, ma ciò non è possibile.
Achille, illustrazione
Achille, illustrazione — Fonte: istock

Agamennone parlò così, il vecchio tremò ed obbedì al comando avviandosi in silenzio lungo la riva del mare in tempesta ; ma poi allontanatosi il vecchio pregò molto il suo dio Apollo, partorito da Latona dai bei capelli: “Ascoltami Apollo, o arco d’argento che proteggi la città di Crisa e di Cilla divina e regni sovrano sull’isola di Tenedo. O Sminteo, se mai in passato io ti ho eretto un bel tempio ed ho consumato per te olocausti di tori o capre esaudiscimi: versino i daini lacrime a causa dei tuoi dardi.”  

Il sacerdote apparentemente si piega all’offesa di Agamennone, ma poi chiede un risarcimento ad Apollo, perchè il verso 42 rappresenta una maledizione. Nel mondo latino e greco era molto radicata la superstizione e la paura della maledizione e se effettuata con precise modalità rituali, aveva una valenza certa.

Crise parlò così in preghiera e Febo Apollo lo udì, scese dalle cime dell’Olimpo con il cuore pieno di ira, portando sulla sua spalla arco e faretra.

È stato analizzato che Apollo ha due aspetti: uno luminoso e rassicurante ed un altro terribile che emerge in relazione con alcuni epiteti come SMINTECO, LICEO e FEBO e ogni volta che nell’Iliade Apollo viene chiamato Febo, si scatena disseminando la morte.

Le frecce risuonavano sulle spalle delle divinità adirata seguendo i suoi movimenti, il Dio scendeva con la notte . Prese posto lontano dalle navi, scoccò una freccia e il ronzio del suo arco d’argento fu pauroso. All’inizio colpiva i muli e cani veloci, ma poi mirando sugli uomini lanciò la sua freccia appuntita e continuamente ardevano fitte le pire dei morti.

Apollo adirato viene paragonato con una piccola similitudine alla notte, questo è il suo aspetto tenebroso. Il suo intervento viene raccontato mediante sequenze sonore: si parte dal tintinnio delle frecce nella faretra per arrivare al ronzio del suo arco. La morte prende possesso dell’accampamento degli Achei in modo graduale: prima sui muli, poi sui cani e poi sugli uomini, seguendo una climax ascendente. L’aggettivo in funzione predicativa “fitte”, collocato in fine di verso, ha valore enfatico, ovvero di accentuare il numero delle vittime.

Parafrasi: cause e conseguenze dell'Ira di Achille

Così parlava e si metteva giù a sedere: e tra loro si alzò l'eroe Atride, Agamennone dall'ampio potere.

Era torvo: gli si riempivano di rabbia le viscere tutte nere, i suoi occhi parevano fuoco che splende. E prima che ad ogni altro rivolse, con guardatura di minaccia, a Calcante la parola: «Profeta di sventure tu sei! Mai una volta a me hai detto cosa che m'andasse a genio. Sì, sempre ti è caro vaticinare qui dei guai, e una parola di buon augurio mai finora l'hai pronunciata né fatta avverare. E anche adesso in mezzo ai Danai, con aria da ispirato, vai cianciando che il dio arciere proprio per questo, secondo te, fabbrica, a costoro, malanni: perché io non ho voluto accettare gli splendidi doni offerti per il riscatto della giovane Criseide! Certo, io preferisco davvero tenermela con me. E non ho paura a dire che mi piace più di Clitemnestra, la legittima sposa; non è inferiore a lei né per maestà di forme e bellezza, né per il buon senso e i lavori delle sue mani. Ma anche così son disposto a darla indietro, se proprio questo è meglio. Voglio, per parte mia, che l'esercito sia salvo e non che perisca. Ma voi preparate per me qui subito un premio in segno d'onore! Così non sarò l'unico, io, tra gli Argivi, a restar senza ricompense: non sarebbe neanche giusto. Lo vedete bene, credo, tutti quanti, che sorta di dono mi va via.»

E a lui rispondeva allora il grande Achille dai piedi gagliardi: «Atride glorioso, il più avido sei, fra tutti qui, di possedere ricchezze! Dillo tu: come faranno i magnanimi Achei ad assegnarti un premio? Non ci sono più da parte, in abbondanza - che noi sappiamo - beni della comunità: ma le spoglie che portammo via dalle città distrutte sono già spartite, e non sarebbe giusto che i soldati le raccogliessero di nuovo e le adunassero in un mucchio. Senti, tu per ora mandala libera al dio, la ragazza: e gli Achei da parte loro ti ripagheranno il triplo e il quadruplo, quando Zeus un giorno o l'altro ci concede di abbattere la città di Troia dalle solide mura.»

Gli rispose allora il sovrano Agamennone: «No, Achille! Pur con tutta la tua prodezza, non voler derubarmi così, dentro di te! Già con me non l'avrai vinta: è inutile che tu insista. Ah, intendi forse che io me ne resti qui, quieto quieto, a mani vuote? e tu intanto ti terrai il tuo premio? E m'imponi poi di restituirla, la ragazza? E sta bene, lo farò: se gli Achei m'assegneranno un altro dono d'onore che mi piaccia, di mio gusto, e procurano che sia di pregi uguali. Se invece non me lo danno, verrò io da solo a prendermelo, il premio: o il tuo o quello di Aiace, o mi menerò via di mia mano quello di Odisseo. E se ne starà là con la sua rabbia chi mi vede arrivare. Ma a tale faccenda naturalmente penseremo più tardi. Ora, via, tiriamo una nave dentro il mare divino: raduniamo i rematori che ci vogliono, imbarchiamo le bestie per la solenne ecatombe e facciamo salire anche la Criseide dalle belle guance! E capo della spedizione sia un uomo di senno, o Aiace o Idomeneo o Odisseo: oppure tu, Pelide, che sei il più tremendo fra tutti quanti i guerrieri. Così ci placherai il dio arciere compiendo i sacrifici.»

E a lui, guardandolo torvo, diceva Achille dai rapidi piedi: «Ah, un uomo vestito di spudoratezza sei tu, che pensi solo al tuo interesse. Come farà, mi chiedo, uno degli Achei a ubbidire volentieri ai tuoi ordini - mettersi in marcia per una spedizione militare e battersi da prode contro guerrieri nemici? Quanto a me, lo sapete, non venni qui a battagliare per odio contro i Troiani valorosi: essi non hanno, nei miei riguardi, colpe. Mai una volta, vedete, razziarono le mie mandrie di bovini e cavalli né mai saccheggiarono i raccolti a Ftia, là nella mia terra dalle larghe zolle, nutrice di eroi: e a dir il vero, c'è tanta distanza - monti ombrosi e la distesa sonora del mare. Ma dietro a te, o grande spudorato, siamo venuti, noi qui, per i tuoi comodi, cercando di ottenere un risarcimento da parte dei Troiani per Menelao e per te - faccia di cane. Ma di questo non ti dai pensiero né ti curi! E poi minacci - è il colmo - di portarmi via, proprio tu, il mio premio, quando sopportai, per averlo, tanti travagli, e a me l'assegnarono i figli degli Achei. E del resto non ho mai un dono uguale a te, ogni volta che gli Achei distruggono qualche popolosa città dei Troiani. Eppure la parte maggiore dei tanti scontri in battaglia la sostengono le mie braccia. E quando viene il momento di spartire la preda, per te, ecco, il premio è molto più grande: io invece ne ho uno piccolo sì ma caro, e con quello me ne torno verso le navi stanco di combattere. Ora così me ne andrò a Ftia perché, vedo, è molto meglio far ritorno a casa con le navi: e neanche intendo restar qui senza onore ad ammucchiare per te beni e ricchezze.»

Gli rispose allora Agamennone signore di guerrieri: «Scappa pure, se hai voglia! Io non ti supplico davvero di restare per amor mio. Accanto a me, sì, rimangono gli altri che mi renderanno i dovuti onori - e avanti a tutti il provvido Zeus. Il più odioso, te lo dico, tu mi sei tra i re nutriti da Zeus: ché sempre ti è cara la lotta, sempre ti son care guerre e battaglie. E se poi sei molto gagliardo, è stato un dio, certo, a farti questo dono. Ma vattene a casa con le tue navi e i tuoi compagni d'armi, a comandare sui Mirmidoni! Di te, vedi, non mi curo, e non mi do pensiero del tuo rancore. Anzi ti voglio fare qui una minaccia: come mi porta via, Febo Apollo, la Criseide - e io la farò accompagnare con una mia nave e miei uomini - ecco, io, di persona, vengo alla tua baracca a menar via la Briseide dalle belle guance, il dono là tuo. Così saprai quanto sono più potente di te: e anche qualchedun altro avrà ben paura a credersi mio uguale e a mettersi di fronte a me da pari a pari.»

Così parlava. E al Pelide venne dolore: e fu incerto, lì per lì, il suo cuore dentro il petto villoso. Non sapeva se trarsi dal fianco la spada tagliente e far indietreggiare loro là e poi uccidere l'Atride, o se frenare la collera e contenere il suo impulso.

Mentre pensava così ed estraeva dal fodero la grossa spada, ecco arrivò Atena dal cielo: l'aveva mandata giù la dea dalle candide braccia Era, che voleva bene a tutti e due nello stesso modo e si curava di loro.

Iliade, illustrazione
Iliade, illustrazione — Fonte: istock

Si fermò dietro a lui e lo prese, il Pelide, per la bionda chioma: a lui solo appariva, nessuno degli altri la scorgeva. Fu scosso, Achille, da stupore e si voltò indietro: subito riconobbe Pallade Atena.

Terribili i suoi occhi balenarono: e a lei rivolgeva parole: «Come mai sei venuta qui ancora, o figlia di Zeus egioco? a vedere l'arroganza senza misura di Agamennone l'Atride? Ma una cosa ti voglio dire e si avvererà, penso: con le sue prepotenze ben presto, una volta o l'altra, ci lascia la vita.»

E a lui rispose la dea dagli occhi lucenti, Atena: «Son venuta qui a placare il tuo sdegno, se mi vuoi dar retta: dal cielo sono giunta. Mi mandò giù la dea Era che vuol bene a tutt'e due nello stesso modo e si cura di voi. Ma via, desisti dal fare una zuffa, non tirar fuori la spada! A parole, sì, rinfacciagli ingiuriosamente quanto succederà qui senz'altro. Una cosa poi voglio dire e si avvererà di certo: un giorno saranno a tua disposizione magnifici doni, tre volte tanti, per via della prepotenza di oggi. Tu ora frenati e dai retta a noi!»

Le rispondeva Achille dai rapidi piedi: «Devo proprio, o dea, seguire la parola di voi due, anche se sono furibondo. Così, credo, è meglio. Chi ubbidisce agli dei, sempre loro l'ascoltano in tutto.»

Disse: e sull'impugnatura a fregi d'argento trattenne la pesante mano, ricacciò dentro il fodero la grossa spada e non disubbidì all'ordine di Atena. E già lei se n'era andata all'Olimpo, nella casa di Zeus egioco, in mezzo agli altri dei.

E il Pelide si rivolse di nuovo con parole insolenti contro Agamennone e non la smetteva più di sfogare la sua collera: «Un ubriacone sei! Hai guardatura di cane e il cuore di un cervo! Mai una volta ti arrischi a vestir con l'esercito l'armatura per una battaglia aperta e tanto meno per muovere insieme ai più valorosi degli Achei a un'imboscata. Naturale! qui c'è lo spettro di una morte violenta. Certo è molto più vantaggioso restare nel vasto campo degli Achei a portar via i premi di chi parla franco di fronte a te. Un re tu sei che si mangia i beni della comunità, perché governi su dei buoni a nulla: altrimenti sarebbe l'ultima volta, oggi, o Atride, che tu rechi oltraggio. Ma una cosa ti voglio dire e faccio, a conferma, solenne giuramento. Sì, lo giuro per lo scettro qui: ecco, questo non metterà mai più foglie e rami, da quando ha lasciato il suo tronco sui monti, e non rinverdirà mai più: l'ascia di bronzo, vedete, l'ha spogliato tutto all'intorno delle sue foglie e della corteccia, e ora i figli degli Achei lo portano in mano quali amministratori della giustizia, perché hanno in custodia le leggi sacre in nome di Zeus - e così per te sarà giuramento grande. Sì, un giorno verrà agli Achei rimpianto di Achille, a tutti quanti. Ma allora tu non avrai potere, con tuo cruccio, di portar loro soccorso, quando numerosi cadranno giù moribondi sotto i colpi di Ettore sterminatore di guerrieri. E tu allora dentro ti roderai dalla rabbia, per non aver onorato il più valoroso degli Achei.»

Così parlava il Pelide e gettò a terra lo scettro adorno di borchie d'oro. Poi si sedeva.