Immanuel Kant: riassunto semplice

Di Redazione Studenti.

Immanuel Kant: riassunto semplice e concetti chiave della sua filosofia. Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica e Critica del giudizio

IMMANUEL KANT: RIASSUNTO SEMPLICE

Immanuel Kant: riassunto semplice
Immanuel Kant: riassunto semplice — Fonte: getty-images

L’Illuminismo è l’abbandono dell’uomo dello stato di minorità che egli imputa a se stesso. Il criticismo è l’analisi delle possibilità e dei limiti umani:

  1. La critica della ragion pura si occupa di analizzare i limiti della ragione umana (“Cosa posso sapere?”).
  2. La critica della ragion pratica si occupa di analizzare i limiti dell’agire umano (“Cosa devo fare?”).
  3. La critica del giudizio si occupa di analizzare i limiti dei sentimenti umani (“Cosa posso sperare?”).

L’ultima domanda fondamentale racchiude tutte le critiche ed è “Cos’è l’uomo?”.

Kant non era razionalista perché non riusciva e non voleva spiegare l’esistenza delle idee innate, come quella di Dio. Non era nemmeno empirista perché riteneva che i suoi predecessori non avessero trovato un collegamento tra le percezioni sensibili e la natura. I razionalisti quindi non si erano nemmeno preoccupati di basarsi sull’esperienza prima d’impuntarsi sulla ragione; al contrario gli empiristi consideravano il mondo sensibile alla base della conoscenza. Kant quindi si trova in mezzo a queste due posizioni: lui reputa infatti fondamentali sia la ragione e sia l’esperienza sensibile.

KANT – CRITICA DELLA RAGION PURA: RIASSUNTO

I giudizi sintetici a priori derivano dall’unione dei giudizi analitici a priori e sintetici a posteriori. I primi sono universali e necessari perché dicono già qualcosa che è contenuto nella definizione dell’oggetto stesso. I secondi invece non sono né universali né necessari ma derivano dall’esperienza e ci danno informazioni in aggiunta. Di conseguenza i giudizi sintetici a priori sono universali e necessari e ci dicono anche qualcosa in più in relazione all’oggetto stesso. 

La rivoluzione copernicana è il ribaltamento del collegamento tra conoscenza e soggetto. Prima di questo cambiamento, al centro della conoscenza c’era l’oggetto intorno al quale ruotava il soggetto; ora invece questa visione si capovolge, quindi è l’oggetto a ruotare intorno al soggetto e non viceversa.

È trascendentale tutto ciò che si occupa di come noi percepiamo gli oggetti ed è conoscenza a priori, quindi universale e necessaria e che dice qualcosa che è insito in noi stessi.

Le facoltà conoscitive sono la sensibilità, l’intelletto e la ragione, al mondo sensibile si riferisce lì estetica trascendentale che studia le forme a priori, quali lo spazio e il tempo. A quello intellettivo è legata l’analitica trascendentale, che si occupa delle forme pure a priori, cioè le dodici categorie (divise in qualità, quantità, relazione e causalità). Infine al mondo della ragione è connessa la dialettica trascendentale che studia le forme a priori per eccellenza, che sono l’idea di Dio, l’idea di mondo e l’immortalità dell’anima.

L’io penso ha il compito di unificare il molteplice in modo che si dia forma alla conoscenza.

Kant critica la metafisica perché secondo lui non è una scienza poiché quest’ultima è solo ciò che è fondato sull’esperienza sensibile. L’intelletto infatti è ciò che opera nella scienza e quindi ha contatti con l’esperienza, mentre la ragione no, essa è qualcosa di più elevato rispetto all’intelletto ma che non produce conoscenze certe perché non attinge informazioni dalla percezione sensibile

La differenza tra fenomeno e noumeno è che il primo rappresenta tutto ciò che ci appare, mentre il secondo coincide con la realtà, con la verità. Il primo si può quindi ricondurre alla sensibilità, il secondo invece non è conoscibile.

Le idee trascendentali hanno una funzione regolativa: infatti esse spingono l’uomo a espandere la sua conoscenza oltre il limite. Ciò però è impossibile secondo il filosofo perché mai si potrà conoscere ogni cosa. Quindi queste idee incitano l’uomo ad allargare le sue conoscenze.

CRITICA DELLA RAGION PRATICA

L’etica del dovere stabilisce che l’uomo deve agire secondo delle regole ferree. Una di queste è dettata dall’imperativo categorico il quale afferma che il comportamento umano dev’essere tale non per secondi fini bensì per se stesso. All’imperativo categorico si oppone quello ipotetico secondo il quale un’azione è fatta per secondi scopi, per ricavarne un privilegio.

Tra i postulati della ragion pratica c’è la libertà perché non è dimostrabile sul piano teoretico ma indispensabile su quello pratico. Il secondo postulato è l’immortalità dell’anima poiché senza di questa non si arriverebbe mai alla felicità. L’ultimo e il più importante di questi postulati è l’esistenza di Dio perché egli è garanzia di speranza e della prospettiva del sommo bene il quale si ottiene solo con l’unità di virtù e felicità. Queste ultime, secondo Kant, non sono in simbiosi: infatti una delle due non porta necessariamente all’altra.

La pace perpetuasi può ottenere solo se si ha una costituzione repubblicana, solo e soltanto se si ha un federalismo di stati liberi e se tra le nazioni vige l’obbligo d’ospitalità. La prima condizione non può esser contrariata perché i cittadini riflettono bene prima d’imbattersi in una guerra in cui sarebbero coinvolti. Il secondo presupposto è dettato per un’idea di diversità, data da cultura, lingua, società ma nello stesso tempo la sicurezza di un’uguaglianza tra stati. È la terza condizione che prende dalle due precedenti.

CRITICA DEL GIUDIZIO

Questa critica è stata scritta in modo da conciliare le altre due (quindi l’abisso che separa il mondo dell’intelletto da quello della ragione) in modo da colmare la distanza tra il determinismo della “Critica della ragion pura”, della scienza e la libertà della “Critica della ragion pratica”, della legge morale.

Il sentimento è la tendenza di un soggetto verso un determinato oggetto o stato della natura. Questo in realtà opera liberamente (non attraverso intelletto e ragione) grazie al giudizio riflettente che muove dal particolare, anziché dall’universale, cercando di dar ordine, che non c’è, ai dati ricavati dall’esperienza e riflettendo dal punto di vista del fine. A questo si contrappone il giudizio determinante che unifica tutti i dati sensibili per ricavarne leggi universali.

Il giudizio riflettente comprende il giudizio estetico che ha due sottocategorie, quali gusto e sublime. Il gusto è la capacità d’individuare non cosa sia un oggetto, bensì i sentimenti che questo provoca in noi. Esso ha a che fare con il limitato. Il sublime invece è l’alternarsi di piacere e dispiacere. Tra questi due giudizi interviene anche il genio che è la facoltà di creare il bello, di fare arte, e non è trasmissibile.

Il giudizio teleologico vuole trovare un fine alla natura e all’interno di questo il soggetto pensa ogni cosa come un organismo, senza il quale i singoli pezzi non ci sarebbero, e viceversa.