Iliade, scontro fra Achille e Agamennone: trama, parafrasi e analisi dei personaggi

Iliade, scontro fra Achille e Agamennone: trama, parafrasi e analisi dei personaggi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Analisi del libro I dell'Iliade dove si racconta dello scontro fra Achille e Agamennone con trama, parafrasi e analisi dei personaggi

1Lite tra Achille e Agamennone: testo

Achille
Achille — Fonte: istock

[...] s’alzò fra loro
l’eroe figlio d’Atreo, il molto potente Agamennone,
infuriato; d’ira tremendamente i neri precordi
erano gonfi, gli occhi parevano fuoco lampeggiante;
subito guardando male Calcante gridò:
<<Indovino di mali, mai per me il buon augurio
tu dici, sempre malanni t’è caro al cuore predire,
buona parola mai dici, mai la compisci
!
E adesso in mezzo ai Danai annunci profetando
che proprio per questo dà loro malanni il dio che saetta,
perch’io della giovane Criseide il ricco riscatto
non ho voluto accettare; molto io desidero
averla in casa, la preferisco a Clitemnestra davvero,  

benché sposa legittima, ché in nulla è vinta da lei,
non di corpo, non di figura, non di mente, non d’opere.
Ma anche così consento a renderla, se questo è meglio;
io voglio sano l’esercito, e non che perisca.
Però un dono, subito, preparate per me;
io non solo degli Argivi resti indonato, non è conveniente.
Dunque guardate tutti quale altro dono mi tocchi>>.
Lo ricambiò allora Achille divino piede rapido:
<<Gloriosissimo Atride, avidissimo sopra tutti,
come ti daranno un dono i magnanimi Achei?
In nessun luogo vediamo ricchi tesori comuni;
quelli delle città che bruciammo, quelli son stati divisi.
Non va che i guerrieri li mettano di nuovo in comune.
Ma ora tu cedi al dio questa; poi noi Achei
tre volte, quattro volte la riscatteremo, se Zeus
ci dia d’abbatter la rocca di Troia mura robuste>>.
Ma ricambiandolo disse il potente Agamennone:
<<Ah no, per quanto tu valga, o Achille pari agli dèi,
non coprire il pensiero, perché non mi sfuggi né puoi persuadermi.
Dunque pretendi – e intanto il tuo dono tu l’hai – che così io me
ne lasci privare, e vuoi farmi rendere questa?

Ma se mi daranno un dono i magnanimi Achei,
adattandolo al mio desiderio, che faccia compenso, sta bene;
se non lo daranno, io stesso verrò
a prendere il tuo, o il dono d’Aiace, o quel d’Odisseo
prenderò, me lo porterò via: ah! s’infurierà chi raggiungo.
Ma via, queste cose potremo trattare anche dopo:
ora, presto, una nave nera spingiamo nel mare divino,
raccogliamovi rematori in numero giusto, qui l’ecatombe
imbarchiamo, la figlia di Crise guancia graziosa
facciamo salire; uno dei capi consiglieri la guidi,
o Aiace, o Idomeneo, oppure Odisseo luminoso,
o anche tu, Pelide, il più tremendo di tutti gli eroi,  

che tu ci renda benigno, compiendo il rito, il Liberatore>>.
Ma guardandolo bieco Achille piede rapido disse:
<<Ah vestito di spudoratezza, avido di guadagno,
come può volentieri obbedirti un acheo,
o marciando o battendosi contro guerrieri con forza?

Davvero non pei Troiani bellicosi io sono venuto
a combattere qui, non contro di me son colpevoli:
mai le mie vacche han rapito o i cavalli,
mai a Ftia dai bei campi, nutrice d’eroi,
han distrutto il raccolto, poiché molti e molti nel mezzo
ci sono monti ombrosi e il mare sonante.
Ma te, o del tutto sfrontato, seguimmo, perché tu gioissi,
cercando soddisfazione per Menelao, per te, brutto cane,
da parte dei Teucri; e tu questo non pensi,
non ti preoccupi, anzi, minacci che verrai a togliermi il dono
pel quale ho molto sudato, i figli degli Achei me l’han dato
.
Però un dono pari a te non ricevo, quando gli Achei
gettano a terra un borgo ben popolato dei Teucri;
ma il più della guerra tumultuosa
le mani mie lo governano; se poi si venga alle parti
a te spetta il dono più grosso. Io un dono piccolo e caro
mi porto indietro alle navi, dopo che peno a combattere
.
Ma ora andrò a Ftia, perché certo è molto meglio
andarsene in patria sopra le concavi navi.
Io non intendo per te, restando qui umiliato, raccoglier beni e ricchezze>>.
Lo ricambiò allora il sire d’eroi Agamennone:
<<Vattene, se il cuore ti spinge; io davvero
non ti pregherò di restare con me, con me ci son altri
che mi faranno onore, soprattutto c’è il saggio Zeus
.
Ma tu sei il più odioso per me tra i re alunni di Zeus:
contesa sempre t’è cara, e guerre e battaglie:
se tu sei tanto forte, questo un dio te l’ha dato!
Vattene a casa, con le tue navi, coi tuoi compagni,
regna sopra i Mirmίdoni: di te non mi preoccupo,
non ti temo adirato; anzi, questo dichiaro:
poiché Criseide mi porta via Febo Apollo,
io lei con la mia nave e con i miei compagni
rimanderò; ma mi prendo Briseide guancia graziosa,

andando io stesso alla tenda, il tuo dono, sì, che tu sappia
quanto son più forte di te, e tremi anche un altro
di parlarmi alla pari, o di levarmisi a fronte
>>.
Disse così: al Pelide venne dolore, il suo cuore
nel petto peloso fu incerto tra due:
se, sfilando la daga acuta via dalla coscia,
Facesse alzare gli altri, ammazzasse l’Atride,
o se calmasse l’ira e contenesse il cuore.
E mentre questo agitava nell’anima e in cuore
e sfilava dal fodero la grande spada, venne Atena
dal cielo; l’inviò la dea Era braccio bianco,

amando ugualmente di cuore ambedue e avendone cura;
gli stette dietro, per la chioma bionda prese il Pelide
,
a lui solo visibile; degli altri nessuno la vide.
Restò senza fiato Achille, si volse, conobbe subito
Pallade Atena: terribilmente gli lampeggiarono gli occhi
e volgendosi a lei parlò parole fugaci:
«Perché sei venuta figlia di Zeus egìoco,
Forse a veder la violenza d’Agamennone Atride?
ma io ti dichiaro, e so che questo avrà compimento:
per i suoi atti arroganti perderà presto la vita!»
E gli parlò la dea Atena occhio azzurro:
«Io venni a calmar la tua ira, se tu mi obbedisci,
dal cielo: m’inviò la dea Era braccio bianco,
ch’entrambi ugualmente ama di cuore e cura.
Su, smetti il litigio, non tirar con la mano la spada:
Ma ingiuria con parole, dicendo come sarà:
Così ti dico infatti, e questo avrà compimento:

Tre volte tanto splendidi doni a te s’offriranno un giorno
Per questa violenza; trattieniti, dunque, e obbedisci

E disse ricambiandola Achille piede rapido:

«Bisogna una vostra parola, o dea, rispettarla,
anche chi è molto irato in cuore; così è meglio,
chi obbedisce agli dei, molto essi l’ascoltano
».
Così sull’elsa d’argento trattenne la mano pesante,
spinse indietro nel fodero la grande spada, non disobbedì
alla parola di Atena; ella verso l’Olimpo se n’era andata,
verso la casa di Zeus egioco, con gli altri numi.

2Parafrasi della lite tra Achille e Agamennone

Si alzò fra loro l’eroe figlio di Atreo, il potente Agamennone, infuriato. Le vene erano gonfie di rabbia terribilmente, gli occhi rosseggiavano di fiamme; subito guardando storto Calcante gridò: «Indovino di sciagure, mai per me hai predetto un buon augurio, sempre e solo disgrazie ti è gradito predire: non dici mai una buona parola, né tantomeno la compi! E adesso in mezzo a tutti i Greci vai blaterando la profezia che per questa ragione il dio che da lontano saetta dà loro la pestilenza, per il fatto che io non abbia voluto accettare l’infinito riscatto per Criseide: molto io desidero averla in casa, davvero la trovo preferibile a Clitemnestra, benché sia lei la sposa legittima, perché in nulla è vinta da lei, non di bellezza, di eleganza, di mente, di opere. Ma anche così acconsento a renderla, se questo è a vantaggio di tutti: io voglio che l’esercito sia in salute e che non muoia. Tuttavia io voglio un dono subito, preparatelo per me: non io soltanto dei Greci resti privo del mio bottino, perché non è giusto. Dunque guardate tutti quale altro dono mi possa spettare». Gli rispose di contro Achille divino dalla veloce corsa: «Gloriosissimo figlio di Atreo, avido sopra tutti gli altri, come possono darti un dono i generosi Greci? In nessun luogo ci sono ricchi tesori ancora da spartire: quelli delle città che abbiamo bruciato, sono stati tutti divisi. Non è giusto che i guerrieri li mettano di nuovo in comune. Perciò tu cedi ora al dio questa: per noi Greci tre, quattro volte la riscatteremo se Zeus ci concederà di abbattere la rocca di Troia dalle superbe mura». Gli rispose il potente Agamennone: «Ah no, no, Achille, per quanto tu sia valente e pari agli dei, non dissimulare la tua intenzione, perché io la intendo e non puoi persuadermi. Dunque tu pretendi – tu che intanto hai il tuo ricco bottino – che io in questo modo me ne lasci privare e vuoi farmi rendere questa? Ma se mi daranno un dono i generosi Greci, un dono che si adatti al mio desiderio, sta bene; altrimenti, se non lo daranno, io stesso verrò a prendermi il tuo, o il dono di Aiace o quello di Odisseo; lo prenderò e lo porterò via. Eccome se si infurierà colui che avrò raggiunto. Suvvia queste cose potremo trattare anche dopo: adesso, presto, una nave nera sia spinta nel mare divino, raduniamo i rematori nel numero giusto e imbarchiamo l’ecatombe, facciamo salire la figlia di Crise dalle belle guance: uno dei capi consiglieri la guidi: Aiace, o Idomeneo, oppure il luminoso Odisseo, o anche tu, figlio di Peleo, tremendo tra tutti gli eroi: che tu ci renda benigno, compiendo questo rito, Apollo liberatore!». Ma guardandolo torvo Achille dal piede rapido gli disse: «Ah spudorato, avido di bottino, come può obbedirti volentieri un acheo o marciando o combattendo contro i guerrieri con forza? Davvero io non sono venuto per i bellicosi Troiani a combattere qui, perché contro di me nulla hanno fatto: mai hanno rapito le mie vacche o i miei cavalli, ma hanno distrutto il raccolto a Ftia dai bei campi, nutrice di eroi, perché ci separano numerose montagne e il mare rumoroso. Ma te abbiamo seguito, te insolente, perché tu gioissi cercando soddisfazione per Menelao da parte dei Troiani, per te, brutto cane; e tu a questo non pensi, non ti tocca minimamente, anzi addirittura minacci che verrai a togliermi il dono per il quale mi sono sforzato e che mi è stato dato dai figli dei Greci. Però io non ricevo mai un dono che pareggi il tuo, quando i Greci abbattono una rocca ben popolata dai Troiani; nonostante il peso maggiore in guerra sia sulle mie mani; se poi si giunge alle parti, tu hai sempre il dono maggiore. Io, al contrario, mi porto via alle navi un dono piccolo e assai caro, dopo essermi sforzato penosamente nella battaglia. Ma ora me ne andrò a Ftia, perché certo è molto meglio andarsene in patria sopra le navi ricurve. Io non restero qui, oltraggiato e umiliato, a raccogliere ricchezze per te». Gli rispose allora Agamennone signore di eroi: «Vattene pure se il cuore ti spinge a farlo: io davvero non starò qui a pregarti di restare con me, perché con me ci sono già altri a farmi onore e, soprattutto, c’è il saggio Zeus. E tu se per me il più odioso tra i re alunni di Zeus: vuoi sempre fare contesa, guerre e battaglie: se tu sei tanto forte, è solo perché un dio te l’ha concesso! Vattene pure a casa con le tue navi e i tuoi compagni; torna a regnare sopra i Mirmidoni: non mi importa di te, non temo la tua ira; anzi dirò questo: siccome Apollo mi porta via Criseide, la rimanderò con la mia nave, scorata dai miei compagni, mi prenderò al suo posto Briseide dalle guance graziose, e andrò io stesso alla tenda; sì, è il tuo dono, così saprai quanto più forte di te io sono, e anche un altro tremi di parlarmi da pari a pari, o di affrontarmi a viso aperto». Disse così e il dolore si aggrumò in Achille, il suo cuore nel petto irsuto gli suggeriva due cose: se, sfilando la spada acuminata via dalla coscia, aizzasse gli altri compagni e ammazzasse l’Atride o se calmasse l’ira e contenesse il fremito del suo cuore. E mentre si agitava e stava già per sfilare dalla guaina la sua spada, dal cielo giunse Atena: l’aveva mandata Era dalle bianche braccia, poiché amava ugualmente di cuore entrambi e di entrambi aveva cura. Gli stette dietro, per la chioma bionda prese il figlio di Peleo, visibile solo a lui: nessuno degli altri la vide. Restò sbigottito Achille, si girò, riconobbe subito Pallade Atena: i suoi occhi lampeggiarono in modo terribile e rivolgendosi a lei disse parole alate: «Perché sei venuta, figlia di Zeus egìoco? Forse sei qui per vedere la violenza di Agamennone figlio di Atreo? Io ti dichiaro e so che questo avrà compimento: per i suoi atti arroganti perderà presto la vita!» E gli parlò la dea Atena dagli occhi azzurri: «Io sono venuta dal cielo a calmare la tua ira, se tu mi ubbidisci: mi ha inviato la dea Era dalle bianche braccia, che entrambi ama e cura ugualmente. Avanti, smetti la contesa, non tirare via la spada con la mano: ma ingiurialo a parole, dicendo come accadrà; così ti dico, infatti, e questo avrà compimento: tre volte tanto splendidi doni si offriranno a te un giorno per questa violenza; per cui adesso trattieniti, e obbedisci». E disse ricambiandola Achille dal piede veloce: «Dea, è necessario rispettare una vostra parola, anche chi è molto irato nel cuore: così è meglio: chi obbedisce agli dei, è ascoltato molto da loro». Così sull’elsa d’argento trattenne la mano pesante, spinse giù nel fodero la grande spada, non disobbedì alla parola di Atena; lei se n’era andata verso la casa di Zeus egìoco, con gli altri dei.

3Scontro tra Achille e Agamennone: trama

In questo brano veniamo a conoscenza della contesa tra Achille e Agamennone: i due si affrontano su una questione d’onore poiché afferente al loro prestigio di guerrieri (la areté), cioè il bottino di guerra, la preda, il ghéras.  

Criseide deve essere riconsegnata da Agamennone al padre affinché si plachi la pestilenza punitiva inviata da Apollo all’accampamento greco. Lei è il bottino di guerra di Agamennone che non vuole restare senza dono. A nulla vale che Achille abbia provato tranquillizzarlo, dicendogli che è solo questione di tempo e che presto avranno un bottino altrettanto grande da offrirgli; Agamennone, infatti, ha letto con malizia le parole di Achille: è solo un modo per sviarlo dal prendersi un dono di altri, magari proprio il suo.

La provocazione di Agamennone colpisce nel segno: Achille viene obbligato a risarcire Agamennone con la sua schiava Briseide: davanti a tutti i guerrieri greci vede il suo prestigio subire uno smacco. I due si ingiuriano, offendendosi con violenza: Achille sottolinea che i suoi guerrieri non sono lì per vendicarsi dei Troiani, che nulla hanno fatto loro, ma solo per aiutare l’avido Agamennone a fare bottino e Menelao a vendicare l’offesa di Elena; a queste condizioni è meglio andarsene.  

Agamennone, pur sapendo che perdere Achille sarà un grave danno, non può mostrarsi debole davanti agli altri eroi greci e acconsente con sarcasmo alle intenzioni del glorioso guerriero: che se ne vada pure a casa, i Greci possono fare a meno di lui. È il colmo. Achille sta per assalirlo quando Atena lo ferma, trattenendolo per i capelli biondi: non è adesso il momento, gli dice.  

4Achille e Agamennone, analisi e personaggi

Ira di Achille
Ira di Achille — Fonte: getty-images

Siamo nel primo libro dell’Iliade e in questo passo vediamo affrontarsi Agamennone e Achille, i quali assomigliano a due giocatori in una stessa squadra di calcio. Il primo può vantare il prestigio del potere (è un primo tra pari, primus inter pares), il secondo il potere delle armi, essendo il migliore tra tutti i combattenti, un semidio. Restando nella metafora calcistica, Agamennone è il capitano della squadra, Achille è il centravanti. I due litigano e quindi possiamo dire – restando nella metafora calcistica – che gli Achei hanno seri “problemi di spogliatoio”, un dissidio all’interno delle loro stesse fila. 

Perché la contesa? Agamennone è avidissimo, bramoso di guadagno, desideroso di rimarcare il proprio potere. Achille crede di avere ascendete su tutti perché indispensabile dal punto di vista militare: si mostra inizialmente ragionevole e ricorda ad Agamennone perché si trovano lì: per vendicare Menelao e fare bottino, niente che lo riguardi personalmente. Agamennone ha trascinato il fiore dei Greci in un’impresa molto faticosa, forse fallimentare. 

Come sempre accade in Omero, lo scontro fisico (qui evitato da Atena) è anticipato dal duello verbale: tutti gli eroi parlano prima di giungere a contesa, si sfidano apertamente, si ingiuriano. La civiltà greca aveva sempre dato una grande importanza alla parola – al lògos. I personaggi, infatti, agiscono come combattenti e come oratori. Le parole sono fugaci, “alate”, quando rivelano; sono pesanti come incudini quando devono demolire l’avversario: Omero, in questo passo, fa partire le parole dallo sguardo dei due contendenti infuriati: uno sguardo truce, torvo, bieco. 

Altro elemento tipicamente omerico è il cospicuo uso delle ripetizioni che conferiscono al passo un ritmo incalzante (ad es. «Indovino di mali, mai per me il buon augurio / tu dici, sempre malanni t’è caro al cuore predire, / buona parola mai dici, mai la compisci!»). 

Domina il dialogo in discorso diretto con le consuete formule introduttiveMa guardandolo bieco Achille piede rapido disse»; «Ma ricambiandolo disse il potente Agamennone»). 

Ricordiamoci che tutto è scandito dal prepotente ritmo dell’esametro, che incede ineluttabile. 

5Guarda il video sull'Iliade di Omero