Iliade, morte di Patroclo (Libro XVI): trama, parafrasi, analisi, personaggi

Iliade, morte di Patroclo (Libro XVI): trama, parafrasi, analisi, personaggi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Testo, trama e parafrasi del libro XVI dell'Iliade dove si racconta della morte di Patroclo dopo essersi lanciato all'assalto dei troiani. Analisi e personaggi del brano in cui si racconta di Patroclo, tra le più importanti figure della guerra di Troia

1Morte di Patroclo: testo

Battaglia per il corpo di Patroclo
Battaglia per il corpo di Patroclo — Fonte: getty-images

E Patroclo si slanciò sui Troiani meditando rovina,
si slanciò per tre volte, simile ad Ares ardente,
paurosamente gridando: tre volte ammazzò nove uomini.
Ma quando alla quarta balzò, che un nume pareva,
allora, Patroclo, apparve la fine della tua vita
:
Febo gli mosse incontro nella mischia selvaggia,
tremendo, ed egli non lo vide venire in mezzo al tumulto;
gli venne incontro nascosto di molta nebbia.
E dietro gli si fermò, colpì la schiena e le larghe spalle
con la mano distesa: a Patroclo girarono gli occhi.
E Febo Apollo gli fece cadere l’elmo giù dalla testa:
sonò rotolando sotto gli zoccoli dei cavalli
l’elmo a visiera abbassata, si sporcarono i pennacchi
di sangue e polvere: mai prima era stato possibile
che il casco chiomato si sporcasse di polvere,
ché d’un uomo divino la bella fronte e la testa
proteggeva, d’Achille: ma allora Zeus lo donò a Ettore,
da portare sul capo: e gli era vicina la morte
.
Tutta in mano di Patroclo si spezzò l’asta ombra lunga,
greve, solida, grossa, armata di punta: e dalle spalle
con la sua cinghia di cuoio cadde per terra lo scudo,
gli slacciò la corazza il sire Apollo, figlio di Zeus.
Una vertigine gli tolse la mente, le membra belle si sciolsero,
si fermò esterrefatto: e dietro la schiena con l’asta aguzza
in mezzo alle spalle, dappresso, un eroe dardano lo colpì,
Euforbo di Pàntoo che sui coetanei brillava
per l’asta, per i cavalli e per i piedi veloci;
venti guerrieri gettò giù dai cavalli
appena giunse col cocchio a imparare la guerra.
Questi per primo a te lanciò l’asta, Patroclo cavaliere,
ma non t’uccise, e corse indietro e si mischiò tra la folla
,
strappata l’asta di faggio: non seppe affrontare
Patroclo, benché nudo, nella carneficina.
Ma Patroclo, vinto dal colpo del dio e dall’asta,
fra i compagni si trasse evitando la Chera.
Ettore, come vide il magnanimo Patroclo
tirarsi indietro, ferito dal bronzo puntuto,
gli balzò addosso in mezzo alle file, lo colpì d’asta
al basso ventre: lo trapassò col bronzo.
Rimbombò stramazzando, e straziò il cuore all’esercito acheo.
Come quando un leone vince in battaglia
un cinghiale indomabile, – essi superbamente han combattuto sui monti
per una piccola polla: volevano bere entrambi

e infine con la sua forza il leone vince l’altro che rantola;
così il Meneziade, che già molti ammazzò,
Ettore figlio di Priamo privò della vita con l’asta,
e gli disse vantandosi parole fuggenti:
<<Patroclo, tu speravi d’abbattere la nostra città,
e alle donne troiane togliendo libero giorno,
condurle sopra le navi alla tua terra patria,
stolto
! Per esse i veloci cavalli d’Ettore
si tendono sopra i garretti a combattere: io con l’asta
eccello fra i Teucri amanti di guerra: e così li difendo
dal giorno fatale; ma te qui gli avvoltoi mangeranno.
Pazzo! Achille, per forte che sia, non ti potrà proteggere,
egli che, forse, restando, a te che partivi raccomandò molte cose:    

O Patroclo cavaliere, non mi tornare davanti,
alle concave navi, prima che d’Ettore massacratore
l’insanguinata tunica intorno al petto tu stracci
”.
Così certo, ti disse, stolto, e persuase il tuo cuore>>.
E tu rispondesti, sfinito, Patroclo cavaliere:
<<Sì, Ettore, adesso vantati:
a te hanno dato vittoria Zeus Cronide e Apollo,
che m’abbatterono facilmente: essi l’armi dalle spalle mi tolsero.
Se anche venti guerrieri come te m’assalivano,
tutti perivano qui, vinti dalla mia lancia;
mi uccise destino fatale e il figliuolo di Latona,
e tra gli uomini Euforbo: tu m’uccidi per terzo.
Altro ti voglio dire e tientelo in mente:
davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco
ti s’appressa la morte e il destino invincibile:
cadrai per mano d’Achille, dell’Eacide perfetto>>.  

Mentre parlava così la morte l’avvolse,
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore
.  

2Morte di Patroclo: parafrasi al Libro XVI dell’Iliade

Achille piange la morte di Patroclo
Achille piange la morte di Patroclo — Fonte: getty-images

E Patroclo si lanciò all’assalto dei Troiani, si lanciò per tre volte, simile al furioso Ares, urlando paurosamente: ammazzò per tre volte nove uomini. Ma quando alla quarta balzò, simile a un dio, allora, Patroclo, apparve la fine della tua vita: Febo gli venne incontro nella mischia selvaggia della battaglia, tremendo, e Patroclo non lo vide arrivare in mezzo al tumulto: gli venne incontro nascosto di molta nebbia. E dietro gli si fermò, colpì la schiena e le larghe spalle con la mano distesa: a Patroclo si girarono gli occhi. E Febo Apollo gli fece rotolare via l’elmo giù dalla testa: l’elmo con la visiera abbassata suonò rotolando sotto gli zoccoli dei cavalli, i pennacchi si sporcarono di sangue e polvere: mai prima era stato possibile che quell’elmo chiomato si sporcasse di polvere, perché proteggeva la bella fronte e la testa di un uomo divino, di Achille: ma allora Zeus lo donò ad Ettore, da portare sul capo: e gli era vicina la morte. La lancia dalla lunga ombra, pesante, solida, grossa, acuminata si spezzò tutta nella mano di Patroclo: e dalle spalle con la sua cinghia di cuoio cadde lo scudo per terra, il signore Apollo, figlio di Zeus, gli slacciò la corazza. Una vertigine gli tolse la mente, si sciolse il suo corpo, si fermò esterrefatto: e dietro un eroe troiano da vicino lo colpì con la sua lancia aguzza in mezzo alle spalle, era Euforbo di Pantoo che sui coetanei brillava per l’abilità nell’asta, nella cavalcatura e nella corsa; disarcionò venti guerrieri appena giunse col cocchio a imparare la guerra. Lui per primo ti scagliò la lancia, Patroclo cavaliere, ma non ti uccise, e corse via e si mischiò tra la folla, una volta strappata l’asta di faggio: non seppe affrontare Patroclo, benché disarmato, nella strage. Ma Patroclo, vinto dal colpo di Apollo e dalla sua lancia, si rifugiò tra i compagni evitando la morte. Ettore, non appena vide il generoso Patroclo sfuggire tra i compagni, ferito dal bronzo acuminato, gli balzò addosso in mezzo alle linee nemiche, lo colpì con l’asta vicino all’inguine: lo trafisse con il ferro di bronzo. Rimbombò mentre agonizzava e straziò il cuore all’esercito greco. Come quando un leone vince in battaglia un cinghiale indomabile – essi hanno combattuto con coraggio sui monti per una piccola polla: entrambi volevano bere – e infine con la sua forza il leone vince l’altro che rantola; così Patroclo, figlio di Menezio, che aveva già ucciso molti, Ettore lo uccise con l’asta, il figlio di Priamo e gli disse, voltandosi, parole alate: «Patroclo, tu speravi di abbattere la nostra città, e speravi di togliere il giorno della libertà alle donne troiane, condurle sopra le navi fino alla tua terra patria, sciocco. Per loro i veloci cavali di Ettore si protendono al galoppo sulle zampe per combattere: io con la lancia sono il migliore fra i Troiani amanti della guerra: e così li difendo dal giorno fatale; ma qui ti mangeranno gli avvoltoi. Pazzo! Achille per forte che sia, non riuscirà a proteggerti, lui, che, restando, ti raccomando molte cose mentre stavi partendo: “O Patroclo cavaliere, non tornare davanti a me alle navi ricurve, prima che abbia stracciato la tunica insanguinata di Ettore massacratore intorno al petto”. Certamente così ti ha detto e ti ha convinto». E così hai risposto, sfinito, Patroclo cavaliere: «Sì, Ettore, adesso vàntati: ti hanno concesso la vittoria Zeus figlio di Crono e Apollo, che mi abbatterono con facilità: essi mi tolsero le armi dalle spalle. Se anche mi avessero assalito venti guerrieri come te, tutti sarebbero morti qui, vinti dalla mia lancia; mi uccise un destino fatale e il figliuolo di Latona, e tra gli uomini Euforbo: tu mi uccidi per terzo. Ma voglio dirti altro e tienilo bene a mente: davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco ti si avvicina la morte e il destino ineluttabile: cadrai per mano di Achille, dell’Eacide perfetto». Mentre parlava così, la morte lo avvolse, la sua vita volò via dalle membra e scese giù nell’Ade, piangendo il suo destino, perdendo il fiore dei suoi anni e le sue forze.

3Libro XVI dell’Iliade: trama della morte di Patroclo

Patroclo ha peccato di hybris. Ha voluto essere scambiato per Achille, prendendone le armi, e questo gli è stato fatale. Pur avendo lottato con furore e coraggio, gli dei decretano la sua morte e viene colpito ripetutamente prima da Apollo, poi da Euforbo e terzo da Ettore che però se ne prende il merito. Le persone che stanno per morire, nell’atto di immergersi nell’eternità, per un istante possono vedere ciò che dovrà compiersi e possono così fare profezie (che assomigliano tanto a maledizioni, in verità). Infatti Patroclo, agonizzante, predice la morte del glorioso Ettore per mano di Achille. Detto ciò, spira.  

4Analisi e personaggi del libro XVI dell’Iliade che narra della morte di Patroclo

Rileggendo il passo, notiamo che non c’è mai fretta nel modo di descrivere la scena in Omero. Dobbiamo immaginare lo sconvolgimento della mischia, il furore della battaglia, eppure ci accorgiamo che niente viene detto in modo disordinato: c’è tempo anche per le digressioni – come quella sulle armi di Achille che Patroclo indossa o addirittura quando Ettore, attraverso quelle armi, pensa subito al grande nemico Achille come per metonimia (con un rapporto di contiguità) e ricorda a Patroclo che Achille certo lo avrà convinto, incoraggiandolo a combattere in un’impresa superiore alle sue forze

Auerbach, un grande studioso di Omero (e non solo), dice infatti che tutto ha bisogno di essere messo in luce, tutto deve avvenire in primo piano, senza uno sfondo, nella perenne distanza del mito. Dice: 

«I singoli elementi della rappresentazione vengono ovunque messi in chiarissima relazione reciproca, e un gran numero di congiunzioni, d’avverbi, di particelle e d’altri strumenti sintattici, tutti ben definiti nella loro importanza e finemente graduati, delimitano fra di loro le persone, le cose e gli avvenimenti, creando nello stesso tempo un collegamento fluido e continuo. Come le cose singole, così assumono evidenza in una forma peretta anche le loro relazioni di tempo, di luogo, causali, finali, consecutive, comparative, concessive, antitetiche e limitative, sicché si ha un trascorrere incessante, ritmico e vivace dei fenomeni e non si scorge mai una forma rimasta allo stato di frammento o illuminata a metà, mai una lacuna, una frattura, una profondità inesplorata» (E. Auerbach, La cicatrice di Ulisse, Mimesis I, p. 7). 

La similitudine del leone e del cinghiale è il punto focale di tutto il brano: «Come quando un leone vince in battaglia un cinghiale indomabile…», serve a dare maggiore evidenza della forza e della bestialità dei contendenti attingendo al mondo della natura, che tutti in quel contesto conoscono.  

Le scene di guerra dell’Iliade sono terribili e rese particolarmente vivide dalle ripetizioni delle stesse parole o delle stesse immagini come in questo passo: «Ettore, come vide il magnanimo Patroclo / tirarsi indietro, ferito dal bronzo puntuto, / gli balzò addosso in mezzo alle file, lo colpì d’asta / al basso ventre: lo trapassò col bronzo. / Rimbombò stramazzando, e straziò il cuore all’esercito acheo». Sono ripetizioni di immagini oltre che di parole: il bronzo, l’asta, la punta, spostano di volta in volta la visione del colpo inferto così da immaginarlo in continuo movimento. Dopo il colpo, ecco che i due contendenti si affrontano anche a parole e Patroclo cerca di sminuire i meriti di Ettore («…tu mi uccidi per terzo»). In controluce a questa scena compare Achille nelle parole sia di Ettore sia di Patroclo: toccherà a lui vendicare Patroclo, ma a sua volta morire per mano del fratello di Ettore, Paride.  

I personaggi principali – come vediamo – sono Patroclo figlio di Menezio ed Ettore figlio di Priamo. Patroclo era maggiore di età rispetto ad Achille, ma non ne uguagliava la forza e l’abilità. Aveva deciso di ingannare i Troiani vestendo le armi di Achille e questo gli fu fatale. Il suo giustiziere, Ettore, figlio di Priamo e fratello di Paride Alessandro, è l’eroe più umano di tutta l’opera, lo sposo di Andromaca, il più valoroso dei Troiani, anche se in questo passo ci viene rappresentato vile, dato che approfitta di un nemico già sconfitto. 

Sarà proprio l’uccisione di Patroclo a far scaturire in Achille la nemesis (la vendetta) nei confronti di Ettore, la cui fine viene predetta proprio in questo passo: «Altro ti voglio dire e tientelo in mente: / davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco / ti s’appressa la morte e il destino invincibile: / cadrai per mano d’Achille, dell’Eacide perfetto»

La morte di Ettore chiude l’opera in modo solenne e sinistro: immaginiamo la pira fumante, il lamento delle donne e il canto funebre (il trènos) per compiangerlo durante i funerali, mentre il suo corpo arde sulla pira e il fumo si innalza verso il cielo… proprio in quel fumo che si innalza è l’immagine della futura distruzione della rocca incendiata dagli Achei, non narrata nell’Iliade