Il Verismo in Italia

Di Redazione Studenti.

Il verismo: significato, caratteristiche ed esponenti del movimento letterario nato in Italia nella seconda metà dell’Ottocento.

IL VERISMO IN ITALIA

Il Verismo in Italia
Il Verismo in Italia — Fonte: getty-images

Nella letteratura della seconda metà dell’Ottocento europeo era radicata l’esigenza di realismo. In Italia questo bisogno si espresse nel Verismo. Un gruppo di scrittori coniò, intorno al 1880 il termine “verismo” anche per differenziarsi dai francesi da cui si discostavano per alcuni aspetti. Il teorico del gruppo fu Luigi Capuana, che accettò il canone naturalista dell’impersonalità, affermando come Flaubert, che la novella o il romanzo devono avere l’aria di essersi fatti da sé. Prese nettamente le distanze rispetto al “romanzo sperimentale”. Capuana sostenne fermamente l’autonomia dell’opera d’arte, che non può essere assimilata a un trattato scientifico. In questo il guadagno non sarebbe né grande né bello. L’affermazione dell’autonomia dell’opera d’arte implicava anche un’altra differenza rispetto ai naturalisti francesi, convinti che il romanzo sperimentale potesse fornire una diagnosi sociale atta a favorire processi di riforma. Ai veristi italiani mancò quell’ottimismo democratico e la fiducia positivista nel progresso che aveva animato Zola e gli altri esponenti della sua scuola. È certo che su queste posizioni influirono anche le condizioni dell’Italia, ancora divisa, nonostante l’unificazione politica, in regioni culturalmente diverse tra loro. Inoltre, la provenienza degli scrittori, quasi tutti meridionali, li proiettava nella situazione di immobilismo e di secolare oppressione delle rispettive regioni. Il principio evoluzionistico, che induceva gli scrittori francesi a credere nel progresso, si riduceva per quelli italiani nella legge del più forte, dell’eterna condizione di miseria, di ignoranza, di immutabile consuetudine di rapporti feudali. Mancava inoltre ai veristi la consapevolezza di essere portavoce di esigenze diffuse, di una volontà collettiva di lottare per l’affermazione di diritti umani elementari; mentre altrove dunque lo scrittore descriveva una realtà a lui nota e di cui era parte, ai veristi toccava il compito di dar voce a un silenzio secolare di popolazioni lontane e in gran parte ostili agli statuti della modernità, che a loro si rappresentava come un volto nemico.

In condizioni storiche così diverse c’è la spiegazione della diversità profonde tra le opere, per esempio di Zola e quelle di Verga, nonostante essi abbiano in comune gusto e cultura. E tuttavia i veristi italiani ebbero il merito, nonostante il pessimismo di fondo, di aver rappresentato una realtà di cui gruppi dirigenti non si erano fatti carico, contribuendo così al dibattito sulla questione meridionale.

Luigi Capuana, oltre ai saggi di teorica, compose cinque romanzi e racconti e novelle per bambini. Nei romanzi egli volle rappresentare dei casi patologici, secondo la tecnica naturalista dell’osservazione clinica, ma nelle sue prime opere Giacinta e Profumo si notano residui sostanzialmente romantici, accanto a descrizioni naturaliste. Il narratore continua ad essere onnisciente, osserva dall’esterno i fatti e interviene con i suoi commenti, Il suo romanzo più riuscito è Il marchese di Roccaverdina in cui utilizza la tecnica dei flashback e presenta ancora un caso patologico.

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Federico De Roberto insiste sull’opportunità di trasferire il metodo verista, basato sul canone dell’impersonalità, anche allo studio di classi più elevate, quali nobiltà del Meridione, ritraendone le azioni e la complessa psicologia con la stessa illusione di obiettività con cui venivano ritratti i bassifondi popolari. La sua opera principale è I Vicerè, che narra le vicende di una famiglia dell’aristocrazia siciliana nel passaggio storico postunitario. L’opera è un affresco impietoso, intriso di pessimismo, delle difficili trasformazioni avvenute tra i moti risorgimentali e le elezioni politiche avvenute nel 1882: raccontata attraverso molteplici punti di vista e una prospettiva che può essere definita “ straniata”, la storia degli Uzeda costituisce una sorta di romanzo storico in cui brilla proprio l’assenza di fiducia nella storia e nel progresso.

A Napoli e a Roma operò e scrisse, dividendosi tra letteratura e giornalismo, Matilde Serao. La sua vasta produzione letteraria fino alle soglie del ‘900, conseguì i risultati più convincenti nella prima fase, in cui la scrittrice aderì a una sorta di verismo sentimentale. Appartiene a questo momento la sua opera più famosa “Il ventre di Napoli” che nacque come inchiesta giornalistica per il giornale Capitan Fracassa. A partire dalla descrizione, a metà circa tra cronaca e bozzetto, delle aberranti condizioni di vita del popolo napoletano, l’opera della Serao evita tanto il rischio di una difesa passionale quanto quello di indugiare ad effetti truculenti, e si caratterizza per quella che Croce definì una “ osservazione mossa da sentimento”: è questa la cifra dello stile della Serao, che è presente anche nel suo giornalismo e che solo in seguito, nella produzione successiva, scivolerà nel patetismo facile e negli eccessi di psicologismo sentimentale e melodrammatico.

    Domande & Risposte
  • Quali sono le caratteristiche principali del Verismo?

    Le opere veriste raccontano fatti realmente accaduti, i soggetti rappresentati sono spesso personaggi delle classi più povere, il carattere regionale del verismo e l’utilizzo del “principio dell’impersonalità”.

  • Chi fu il teorico del verismo italiano?

    Luigi Capuana.

  • Qual è la prima opera verista?

    Cavalleria rusticana di Verga.